In una recente intervista al New Yorker, il musicista di elettronica sperimentale statunitense Daniel Lopatin ha giudicato eccessive tutte le preoccupazioni riguardanti l’uso dell’intelligenza artificiale nella creazione di musica. Quello che è più interessante, dichiara, è proprio osservare come questa tecnologia crei arrangiamenti sorprendenti. La tensione tra organico e sintetico, o meglio tra ciò che percepiamo come naturale e non, definisce Again, il decimo disco di Lopatin con lo pseudonimo di Oneohtrix Point Never: un lavoro che suona come se ogni file mp3 su un hard disk si fosse rovinato al punto di non essere riconoscibile, anche se le composizioni restano piene di grazia e bellezza ultraterrena. Per il musicista di Boston niente nella nostra epoca può sfuggire al paesaggio tecnocratico, infernale e inarrestabile in cui viviamo, e così anche i passaggi più classici di Again contengono qualche interferenza. Gli archi barocchi di Gray subviolet sembrano infettati da un virus informatico mentre il brano che dà il titolo all’album comincia con dei bordoni vocali sottoposti a rapidi cambi di tonalità, come per imitare un vero vibrato. Lopatin sembra avere un atteggiamento sereno nei confronti della composizione: in A barely lit path porta avanti osservazioni umaniste, suggerendo che anche in un mondo altamente tecnologizzato la ricerca di connessioni umane non finirà mai.
Paul Attard, Slant Magazine

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Questo articolo è uscito sul numero 1533 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati