Il tributo della Norvegia a Edvard Munch, il pittore più famoso della Scandinavia, è un imponente pezzo di alluminio riciclato e vetro di tredici piani edificato sul lungomare del porto di Oslo. Completato nel 2021 con un costo di 350 milioni di dollari, ha fatto ancora più impressione per il ritardo di un decennio e per lo sforamento del budget (ben duecento milioni). Svettante sulla fitta nebbia che copre il mare in un pomeriggio d’inverno, il museo racchiude in sé il paese che ha sborsato i soldi per costruirlo: sofisticato e talmente ricco da non badare affatto al denaro.

Il petrolio norvegese ha permesso di costruire un’economia invidiata da tutti gli altri paesi ricchi, per non parlare di quelli poveri. Il pil pro capite è di novantamila dollari, inferiore solo a quelli di città-stato, paradisi fiscali e della Svizzera. Oslo ha messo in piedi un fondo sovrano da 2.200 miliardi di dollari, cioè 400mila dollari per ognuno dei 5,6 milioni di norvegesi. I proventi sostengono uno dei sistemi di welfare più generosi del mondo.

Non tutti però sono felici di questa situazione. Nel 2025 il saggio di maggiore successo in Norvegia è stato _Landet som ble for rikt _(Il paese che è diventato troppo ricco), un attacco al modello economico sferrato dall’economista Martin Bech Holte, che ha registrato un clima emergente: alle elezioni del settembre 2025 il partito Progresso, di centrodestra, secondo cui la Norvegia “risolve i problemi a colpi di soldi”, ha registrato la crescita maggiore. Il timore è che la ricchezza stia alterando il comportamento di tutti, dai politici agli impiegati fino agli studenti. Sicuri di ricevere aiuti generosi, pochi si preoccupano del futuro.

Con il boom delle entrate petrolifere e dei rendimenti degli investimenti, che nell’ultimo decennio hanno raddoppiato le dimensioni del fondo sovrano, i politici norvegesi sono diventati spendaccioni, scrive Bech Holte. Certo, il fondo sovrano investe solo all’estero per evitare di danneggiare il settore privato interno, ma i soldi che versa al governo di Oslo sono usati per colmare il deficit di bilancio. Nel 2008 il trasferimento ammontava a 36 miliardi di corone norvegesi (6,4 miliardi di dollari all’epoca), pari a meno del 5 per cento della spesa pubblica; nel 2025 è stato di 414 miliardi di corone (40 miliardi di dollari), cioè un quinto della spesa.

Le conseguenze sono perverse: i politici possono rinviare decisioni difficili e gli elettori non vedono perché mai dovrebbero moderare le richieste di ulteriori spese. Prendiamo il servizio sanitario, il principale capitolo di spesa del governo. I servizi medici in Norvegia costano in media il 30 per cento in più rispetto all’Unione europea. Ma perché riformare gli ospedali quando puoi risolvere il problema mettendoci più soldi? La Danimarca, che ha una spesa pro capite più o meno simile a quella della Norvegia, ha ridotto i tempi di attesa per interventi di routine due volte più velocemente del suo vicino del nord.

Pochi legislatori si preoccupano di valutare i costi e i benefici delle loro proposte. Come nel caso del museo Munch, i lavori di ristrutturazione dell’edificio del parlamento a Oslo sono durati quattro anni invece di uno e sono costati sei volte di più rispetto al preventivo. Nel 2023 il governo ha incanalato 250 miliardi di corone norvegesi, pari alla metà delle entrate fiscali derivanti dal lavoro e dal capitale, verso aiuti esteri ed enti benefici nazionali. È un prezzo alto per guadagnare benevolenza all’estero e alleviare il senso di colpa per i danni al clima provocati dagli idrocarburi norvegesi.

Abbandono scolastico

I cittadini non sono meno spendaccioni dei loro rappresentanti. Il debito medio per famiglia è pari al 250 per cento del reddito annuo, il più alto d’Europa. Quando puoi contare sul fatto che la ricchezza nazionale interverrà per salvarti, il bisogno di risparmiare per i tempi bui si fa meno pressante. E lo stesso vale per la necessità di generare un reddito. Quasi un norvegese su dieci tra i venti e i trent’anni è disoccupato (in Danimarca uno su venti). Il tasso di abbandono scolastico alle scuole superiori e all’università è tra i più alti d’Europa. Il sistema d’istruzione superiore è gratuito, oltre a offrire prestiti generosi per gli studenti. Ma in questo modo le persone sono incoraggiate a ritardare la laurea, passando da un corso all’altro e prolungando il periodo trascorso a scuola. Il risultato è una popolazione altamente istruita: più del 70 per cento dei lavoratori non qualificati nel settore dei servizi (si pensi a baristi e operatori di call center) nati in Norvegia ha una laurea magistrale. Le persone d’origine straniera occupano centomila posti di ricerca nei settori scientifici, tecnologici e ingegneristici. Altri centomila posti dovranno essere coperti entro il 2030. Intanto la banca centrale è riluttante ad alzare i tassi d’interesse di fronte agli elevati livelli d’indebitamento delle famiglie, il che ha indebolito la corona e scoraggiato gli investitori stranieri. La produttività dei lavoratori ha smesso di crescere. I salari reali cominciano a diminuire.

Si potrebbe sostenere che non c’è nessun problema finché il paese riesce a provvedere alla popolazione attuale e alle future generazioni. In teoria il welfare può essere finanziato dalla rendita anziché dalla produzione: finché la ricchezza nazionale cresce più della spesa pubblica si può andare avanti all’infinito. In Norvegia è accaduto questo. Nel 2025 lo stato ha ricavato dalla sua vacca da mungere dieci volte più denaro del 2008, ma si è trattato comunque di una parte più piccola del valore del fondo. Finché i rendimenti annuali (al netto dell’inflazione) supereranno il 6 per cento, il governo riuscirà a ridurre le entrate fiscali e ad aumentare la spesa al ritmo attuale anche molto dopo l’esaurimento dei suoi pozzi petroliferi, che potrebbe avvenire nel giro di cinquant’anni.

Questo modo di pensare nasconde delle insidie per due ragioni: innanzitutto, a meno che l’intelligenza artificiale non aumenti drasticamente la produttività globale, rendimenti del 6 per cento potrebbero rivelarsi difficili da ottenere; inoltre, cosa ancora più importante, un’economia in salute produce benefici per la società che vanno oltre il semplice sostentamento. I politici sono più responsabili se devono chiedere ai cittadini risorse attraverso le tasse; gli investitori stranieri portano nuove conoscenze; molte persone trovano nel lavoro una fonte di realizzazione. Tutto questo contribuisce alla fioritura umana. Nessuno dovrebbe rimproverare alla Norvegia la sua ricchezza, tranne – se sono saggi – i norvegesi stessi. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 105. Compra questo numero | Abbonati