In Israele politici, leader militari e gran parte dei mezzi di informazione cercano di screditare un documentario che quasi nessuno di loro ha visto. Naza analizza il sistema di intelligenza artificiale usato dall’esercito israeliano per selezionare i bersagli nei bombardamenti su Gaza. Si basa sulle interviste a 24 fonti anonime. I leader israeliani hanno bollato il film come una “storia inventata” che diffama il paese. I registi Yuval Abraham e Rachel Szor rischiano di essere privati della cittadinanza per tradimento.

È assurdo. Naza mostra in che modo la distanza burocratica e la routine possono trasformare la violenza estrema in un lavoro ordinario. Una democrazia che riconosce il valore della vita come minimo avvierebbe un’indagine. Le testimonianze vengono da persone interne alle forze armate. Quello che le ha spinte a parlare non sembra essere il rimorso, anzi alcune sono orgogliose di ciò che hanno fatto. Di base spiegano che l’esercito considera come un prezzo accettabile fare un gran numero di vittime palestinesi per uccidere un singolo esponente di Hamas. Naza non parla solo di morte e distruzione, ma anche di chi le rende possibili: israeliani gentili e istruiti della classe media progressista. Il sistema che hanno costruito li avvertiva che donne e bambini sarebbero morti in massa. Eppure si sono detti che la responsabilità era di altri. La moralità è svanita da qualche parte ai vertici della catena di comando.

I politici israeliani sostengono che la condotta dell’esercito non può sottostare a una valutazione indipendente, cosa difficilmente compatibile con il rispetto dello stato di diritto. Il film si basa su rivelazioni già pubblicate dal sito israelo-palestinese +972 Magazine, dalla sua versione in ebraico Local Call e dal Guardian tra il 2023 e il 2025. E c’è un risvolto inquietante: l’intelligence israeliana potrebbe avviare un’inchiesta sulla fuga di notizie. Usando l’esercito contro i registi del documentario, Israele vuole punirli in modo esemplare.

Il Committee to protect journalists e altre organizzazioni per la libertà di stampa hanno chiesto a Israele di proteggere giornalisti e registi. Ma il premier Benjamin Netanyahu ha minacciato di revocare la cittadinanza a chiunque diffonda “calunnie” sui soldati israeliani. Invece di indagare sui presunti crimini, vuole punire chi li denuncia. I leader israeliani dovrebbero proteggere quelli che vigilano sul potere, non scatenargli contro le folle. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati