Il 4 ottobre l’ondata ultraconservatrice che sta investendo l’America Latina ha ottenuto in Brasile una vittoria di portata enorme e piena di rischi per il paese e per il continente. Mentre quasi tutti i sondaggi avevano previsto una vittoria al primo turno dell’attuale presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva, il suo avversario, il senatore Flávio Bolsonaro, si è affermato con un divario esiguo ma che lo mette in una posizione favorita per il ballottaggio del 25 ottobre. Inoltre, il Partito liberale dell’ex presidente e dei suoi figli ha rafforzato la sua presenza in parlamento.

Questo successo si aggiunge alle recenti vittorie dell’estrema destra in Colombia e Perù, e alle svolte conservatrici che in precedenza avevano interessato altri paesi della regione. L’estrema destra ha saputo trasformare il malcontento in una potente offerta elettorale basata sull’ordine, la rivincita e la contestazione dell’eredità progressista. Il Brasile rappresenta ora il nuovo campo di battaglia di quell’ondata reazionaria. Flávio Bolsonaro ha cercato di prendere le distanze dagli eccessi retorici di suo padre, ma non dal suo progetto politico. Non ha mai condannato il complotto golpista da lui guidato dopo la sconfitta alle elezioni del 2022 e ha promesso di graziarlo (oggi sta scontando una condanna a 27 anni di reclusione), se diventerà presidente. È una premessa poco incoraggiante per il Brasile.

Lula, simbolo del progressismo globale, affronta quest’ultima battaglia logorato, con i chiaroscuri tipici di chi ha guidato il paese già dodici anni e con una società divisa. Ma i suoi governi hanno rappresentato anche un periodo di prosperità, con meno povertà, più diritti e politiche pubbliche che hanno trasformato la vita di milioni di brasiliani. Nel suo terzo mandato ha ridato al Brasile un ruolo di primo piano sulla scena internazionale e ha ricostruito parte dello stato sociale smantellato da Jair Bolsonaro.

Al ballottaggio i brasiliani sceglieranno tra due progetti opposti. Il vincitore dovrà assumersi la responsabilità di governare per tutti e di rispettare le istituzioni, i diritti delle minoranze e le regole che hanno reso possibile la sua vittoria. Eppure, il favorito e la sua cerchia familiare sono agli antipodi di quest’impegno. In un continente in cui la tentazione autoritaria sta guadagnando terreno, il Brasile ha la responsabilità di dimostrare che le urne servono a cambiare o confermare i governi, ma mai a indebolire la democrazia.

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati