Death valley

Più in basso di così non si può arrivare. Sembrerà strano, ma non ci stiamo riferendo a Gianni Infantino e a Donald Trump, danarosi amici per la pelle, che qualche mese fa hanno organizzato insieme i Mondiali di calcio.

Parliamo di un deserto di sale completamente piatto nel cuore della Death valley (Valle della morte): il bacino di Badwater, che è 86 metri sotto il livello del mare, stando all’orologio gps. Il pannello informativo conferma che siamo nel punto più basso di tutto il Nordamerica e in uno dei più caldi: d’estate il termometro può toccare i 50 gradi e a quanto pare è la stagione in cui si vedono solo i tedeschi, che evidentemente hanno proprio voglia di sentire caldo. Gli altri visitatori arrivano in autunno o in primavera, anche se queste stagioni non sono più fresche come in passato.

Siamo a maggio e ci sono 38 gradi all’ombra. In queste condizioni percorrere qualche chilometro lungo il bianco abbagliante di questa distesa di sale è un’esperienza singolare: il vento caldo secca labbra e pelle. Inoltre il sale che ricopre il terreno ha un sapore forte.

Senza avere l’aria condizionata in casa e in auto qui non si potrebbe vivere. Chi abita in questa zona non lo fa certo per divertimento. Intorno alla piccola oasi di Furnace creek abita un centinaio di persone: tutte stagionali del turismo, impiegati in strutture come il The ranch, un albergo che si concede il lusso di un campo da golf in mezzo al deserto. Al mattino presto, sui prati irrigati si possono vedere appollaiati gli avvoltoi collorosso, forse in attesa che le oche canadesi intente a vagare sul vialetto, intorno ai residui di una pozzanghera, trovino la loro fine.

La Death valley non è poi così morta. Nell’enorme parco nazionale, che si trova in gran parte in California, ma anche in Nevada, svettano perfino vere montagne: la più alta è il Telescope peak, 3.300 metri. Più si sale, più il clima diventa fresco e il parco si riempie di vita e colori. Kyler Farabee porta i visitatori a fare un giro in montagna a bordo di una jeep: si parte dal Wildrose canyon per arrivare al punto panoramico di Agueberry point, dove si vede l’intera Valle della morte da duemila metri d’altitudine.

Farabee, trentenne con la barba da hipster, le braccia tatuate e una diet coke sempre a portata di mano, è entusiasta dei fiori gialli, rossi e viola del Wildrose canyon, anche se ne ignora i nomi. Quest’anno c’è stata una grande fioritura perché in autunno è piovuto molto. Negli ultimi dieci anni, racconta Farabee, qui c’è stata “l’alluvione del millennio, quella del secolo e perfino un uragano, nel 2023. La gente se la prende con il cambiamento climatico, noi però crediamo che queste precipitazioni intense si verifichino periodicamente, ogni 7-14 anni”.

Comunque sia, quassù gli asini selvatici si godono una vegetazione insolitamente rigogliosa, brucando in compagnia dei loro puledri. Questi asini discendono da quelli usati all’inizio del novecento come bestie da soma nelle miniere d’oro della Skidoo mountain. La Death valley è stata dichiarata parco nazionale solo nel 1994, dal presidente Bill Clinton.

È il parco dei contrasti e dei colori: in primavera quelli dei fiori, mentre nel resto dell’anno quelli delle rocce che brillano in tutte le tonalità possibili. Per esempio, nella zona chiamata Artists palette l’attività vulcanica passata ha colorato la roccia di verde turchese, viola, ocra e bordeaux.

Prima della cena al rustico Last kind words saloon, di Furnace creek, che ricorda il vecchio west, va assolutamente inserita una tappa alle Mesquite dunes per un aperitivo al tramonto. Sulle grandi dune di sabbia si ha subito la sensazione di trovarsi nel deserto del Sahara.

Sequoia

È umido, pioviggina e la temperatura è di tre gradi. La nebbia rende particolare l’atmosfera della foresta, e che foresta. Ci eravamo lasciati alle spalle il caldo della Death valley da circa sei ore e ora eravamo all’ingresso del parco nazionale di Sequoia. Prima avevamo percorso la steppa e la Central valley con le sue infinite coltivazioni di frutta e verdura, la piacevole cittadina di Visalia e la Sierra Nevada. La California offre ogni tipo di paesaggio.

Più saliamo e più aumentano le dimensioni degli alberi. La foresta delle sequoie giganti si trova a 2.200 metri di altitudine. La si raggiunge attraverso sentieri molto larghi e quando ci si arriva si rimane a bocca aperta: questi alberi non sembrano piante, ma dinosauri o fossili viventi. Hanno una corteccia rossa sorprendentemente morbida e il tronco che spesso è segnato dalle bruciature degli incendi. Con la loro imponenza sembrano abitanti immobili e giustamente venerati del pianeta.

Alcuni esemplari, infatti, sono qui da tremila anni. “Non hanno un ciclo vitale come gli altri alberi, durano millenni”, spiega Isaac Kim, trentenne dall’aria sportiva che lavora per la Sequoia park conservancy, un’ong che raccoglie fondi per il parco, si occupa delle visite guidate e fa corsi di formazione e di preservazione della biodiversità. Kim cammina davanti a noi sotto la pioggia lungo il Congress trail (sentiero del congresso) per farci vedere gli alberi più belli. I nomi di quelli più grandi sono legati alla democrazia statunitense: un gruppo si chiama Senato e un altro Congresso. Poi c’è il Presidente, che ha 3.200 anni, uno degli esseri viventi più antichi sulla Terra. Quando nacque quest’albero l’Europa era nella tarda età del bronzo, in Egitto governava il faraone Ramses III e di romani e greci non c’era ancora traccia.

La star della foresta, però, prende il nome da un militare, il generale Sherman. È l’albero più grande del mondo, non in termini di altezza ma di massa. È così imponente da lontano, ma da vicino sembra una montagna di legno e corteccia. Siccome tutti vogliono scattare una foto con lui, bisogna mettersi in fila. Il pannello informativo riporta che nella parte più bassa misura undici metri di diametro, 31 metri di circonferenza e 84 metri d’altezza. Si stima che pesi 1.385 tonnellate, e per arrivarci ha impiegato solo 2.200 anni. Il pioniere del movimento ambientalista moderno, John Muir, definiva nobili questi alberi. Il termine è azzeccato perché questa foresta garantisce un’esperienza naturalistica tra le più affascinanti che si possano fare.

In alcuni casi, spiega Kim, le tracce di bruciature su questi alberi risalgono a centinaia di anni fa. Dall’ottocento fino agli anni sessanta del novecento non era stato considerato che gli incendi boschivi sono parte integrante del ciclo ecologico e si spegneva subito ogni piccolo fuoco. Di conseguenza gli alberi e gli arbusti che crescono tra le sequoie sono potuti diventare molto ingombranti. E presto questo potrebbe essere un bel problema.

Nel vicino Kings canyon la direzione del parco nazionale è stata costretta ad appiccare piccoli incendi controllati per bruciare il sottobosco e far sì che le minuscole pigne delle sequoie si potessero aprire liberando i loro semi senza subire la concorrenza di quelli di altre piante.

“Il parco nazionale di Sequoia, però, ha poco personale per intervenire”, spiega Kim durante la pausa pranzo, mentre ci riscaldiamo nell’ex sala da ballo dei ranger. Poi racconta dell’ordine esecutivo presidenziale che impone tre divieti ai dipendenti dei parchi: è vietato parlare della scomparsa dei nativi americani, che un tempo vivevano nella foresta in armonia con la natura e che poi sono dovuti fuggire per sottrarsi al massacro; è vietato parlare male del governo e del cambiamento climatico causato dall’azione umana; e poi sono vietate parole come tolleranza e inclusione.

Quando nacque quest’albero l’Europa era nella tarda età del bronzo, in Egitto governava il faraone Ramses III e dei greci non c’era traccia

Kim, che non è un dipendente del parco, pensa che “tutto questo è strano e piuttosto antiamericano”.

Yosemite

Una delle persone a cui non è permesso parlare troppo è il ranger Fred Coben. Infatti per proteggerlo abbiamo deciso di usare un nome di fantasia. Fred lavora nel parco di Yosemite da molti anni e non ha ancora perso l’entusiasmo. Da bambino veniva qui in vacanza con i genitori e diceva: “Da grande voglio fare il ranger”. Ma da quando alla presidenza c’è Trump, lavorare allo Yosemite, uno dei parchi nazionali più visitati degli Stati Uniti, è sempre più difficile. Il ranger dovrebbe preservare questa natura straordinaria rendendola accessibile a tutti evitando che i visitatori mettano in pericolo quello che sono venuti ad ammirare. Se già prima non era semplice, ora con i licenziamenti voluti dal dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), prima affidato a Elon Musk e ora chiuso, gestire 4,5 milioni di visitatori è diventata un’impresa quasi impossibile. I cinquecento dipendenti sono stati ridotti a trecento, spiega Coben, e al personale fisso saranno aggiunti duecento stagionali in estate, che però non basteranno a sostituire i professionisti: poliziotti, pompieri, amministrativi, divulgatori e squadre di soccorso. “Questa è una piccola città, non siamo mica a Disneyland. A un certo punto quegli idioti di Washington dovranno pur capirlo!”.

Coben sta perdendo la pazienza: con il covid era stato introdotto un sistema di prenotazione per le auto che aveva decongestionato sensibilmente il parco, ma Trump lo ha abolito. Quindi agli ingressi presto potrebbero formarsi code di ore. “D’estate sarà il caos”, teme Coben, “senza abbastanza ranger la gente farà come vuole: parcheggerà sui prati, lascerà in giro la spazzatura e darà da mangiare agli animali”.

Coben critica anche il sovrapprezzo di cento dollari per gli stranieri e soprattutto che parte dei soldi incassati con i biglietti di ingresso serva a finanziare la “fottuta sala da ballo della Casa Bianca”.

Secondo il New York Times, però, parte dei proventi dei parchi nazionali sarebbe stata impiegata per ristrutturare il Lincoln memorial e non per la sala da ballo.

In bassa stagione la strada per il Glacier point, uno dei punti panoramici più belli della valle di Yosemite, è ancora chiusa e per arrivarci bisogna percorrere il meraviglioso Four mile trail, il sentiero che ha circa mille metri di dislivello e dove accanto scorre il Merced river, fino al Glacier point.

A ogni metro si aprono nuovi panorami: prima attraversiamo un bosco di querce che di tanto in tanto si apre per rivelare le imponenti cascate di Yosemite, che in primavera portano masse d’acqua e che producono un fragore sordo. È da non credere, ma d’estate la cascata più alta del Nordamerica è quasi completamente asciutta.

Poco prima del Glacier point incontriamo una piccola folla, i cellulari puntati verso il bosco. C’è un’orsa americana con due cuccioli al seguito, non più grandi di un gatto. Un attimo e spariscono nei boschi. Dopo averci offerto questo spettacolo emozionante, sul Glacier point, a 2.200 metri di altitudine, la natura spara tutte le sue cartucce: sotto l’ampia valle boschiva, attraversata dal fiume e sormontata da enormi pareti rocciose, a sinistra si possono ammirare le cascate di Yosemite e a destra le cascate Nevada. All’orizzonte invece c’è la Sierra Nevada, imbiancata dalla neve.

Non sorprende che dieci anni fa Barack Obama, allora presidente degli Stati Uniti, sia venuto allo Yosemite per trascorrere tre giorni di vacanza con la famiglia. In quell’occasione aveva detto: “Guardate bene questo paesaggio: non è possibile catturarlo su un iPad o su uno schermo piatto e neanche in un dipinto a olio. Bisogna venire qui e respirarlo di persona”. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati