Il giro di vite dell’Egitto contro l’ong Iniziativa egiziana per i diritti della persona (Eipr) rientra nell’offensiva per imprimere il marchio del “terrorismo” sul lavoro della società civile, nel tentativo di mettere a tacere gli ultimi attivisti indipendenti rimasti nel paese.
I gruppi per la difesa dei diritti umani in Egitto sono autonomi da un punto di vista amministrativo e finanziario e per questo sono stati un bersaglio dei regimi negli ultimi decenni. Mentre Hosni Mubarak li tollerava limitando il loro lavoro con ostacoli amministrativi, Abdel Fattah al Sisi è andato all’attacco con arresti e minacce. Le tensioni si sono inasprite con l’ascesa dei militari nella vita politica egiziana dopo la rivoluzione del 2011. I militari hanno avviato una repressione graduale, prendendo di mira prima le organizzazioni meno in vista per poi colpire quelle più importanti, come l’Eipr.
Il 3 dicembre l’Eipr ha annunciato la liberazione dei suoi dirigenti arrestati a novembre: Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Basheer. Ma il fatto che l’organizzazione sia stata presa di mira non è una sorpresa. È coerente con le misure legislative, politiche e amministrative prese da Al Sisi dal 2014. Lo scontro tra esercito e gruppi per i diritti umani ha origine nel febbraio del 2011, quando queste organizzazioni svolsero un ruolo fondamentale nel denunciare gli abusi nei confronti dei manifestanti durante la rivolta contro Mubarak. All’epoca la polizia militare fece irruzione negli uffici del Centro legale Hisham Mubarak, arrestando circa trenta attivisti, avvocati e giornalisti. Altri furono arrestati perché portavano coperte ai manifestanti in piazza Tahrir.
Parole e fatti
Dopo aver rovesciato nel 2013 il governo eletto democraticamente, il regime militare ha cominciato a paragonare i difensori dei diritti umani ai gruppi “terroristici”. Quell’anno sono stati congelati i beni di un migliaio di organizzazioni religiose. In seguito il regime ha adottato altre iniziative autoritarie, comprese alcune modifiche legislative che hanno reso più facile l’arresto di attivisti e giornalisti.
◆ Il 7 dicembre 2020 un tribunale del Cairo che si occupa di casi legati al terrorismo ha prolungato di altri 45 giorni la detenzione di Patrick Zaki, attivista e ricercatore dell’università di Bologna arrestato nella capitale egiziana il 7 febbraio. Il 6 dicembre Zaki era comparso in tribunale insieme ad altre settecento persone implicate in diversi casi. A tutte, tranne una, è stata convalidata la detenzione. Zaki, che ha 29 anni e in passato ha lavorato come ricercatore sulle questioni di genere per l’Iniziativa egiziana per i diritti della persona (Eipr), è accusato di aver diffuso false informazioni e aver promosso la partecipazione a proteste non autorizzate.
◆ Il presidente francese Emmanuel Macron ha ricevuto il 7 dicembre 2020 a Parigi il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Durante l’incontro Macron ha detto che non condizionerà i rapporti tra i due paesi al rispetto dei diritti umani. Al Araby al Jadid
Queste misure servivano a mettere alla prova la comunità internazionale, soprattutto quei paesi che a parole si dichiarano sensibili alla questione dei diritti umani in Egitto, mentre mantengono relazioni strategiche con il regime. Intanto il Cairo ha placato e distratto la comunità internazionale con accordi redditizi in campo economico e militare. Al Sisi tiene i gruppi per i diritti umani ostaggio delle relazioni diplomatiche con la comunità internazionale, cercando di ridurre le richieste di riforme politiche e giuridiche a una lista di individui da liberare in cambio di vantaggi temporanei.
Per i difensori dei diritti umani e per la comunità internazionale che li sostiene l’unica via d’uscita da questa relazione asimmetrica con il Cairo consiste nel mobilitare la pressione globale contro il regime. Questo si può fare in molti modi. Innanzitutto premendo perché l’Egitto sia classificato come uno stato che non rispetta gli accordi globali sui diritti umani; poi opponendosi al modo in cui Al Sisi usa gli accordi militari ed economici come moneta di scambio per chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani; e infine contrastando i tentativi del regime di intimidire i gruppi della società civile usando l’etichetta del “terrorismo”. ◆ fdl
Ahmed Mefreh è un avvocato per i diritti umani egiziano, direttore del Committee for justice, un gruppo indipendente con sede a Ginevra che si occupa di Medio Oriente e Nordafrica.
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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati