È una serata movimentata di metà gennaio del 2024. Serge, 31 anni, alla guida del suo taxi bianco, sta portando l’ennesimo cliente da una parte all’altra di Abidjan, la vivace capitale economica della Costa d’Avorio. Superato il ponte Charles de Gaulle, che collega il quartiere popolare di Treichville a quello benestante di Plateau, lancia uno sguardo a un grattacielo poco distante dallo stadio Félix Houphouët-Boigny. Mentre il sole tramonta, il traffico si riduce. Serge, più rilassato e loquace, comincia a raccontare della sua profonda e incrollabile passione per il calcio. “Adoravo giocare. Sognavo, respiravo, mi nutrivo di calcio. Ho lasciato la scuola per il pallone. Era tutta la mia vita”, dice.
Serge è nato e cresciuto a Yopougon, un distretto municipale di Abidjan, meglio nota come Yop City, un quartiere misto, residenziale e industriale, dove vive più di un milione e mezzo di persone in spazi angusti e spesso caotici. A differenza di altre zone della città in cui abitano persone emigrate da altri paesi dell’Africa occidentale, gli abitanti di Yop City sono in gran parte ivoriani, e la cultura urbana, in particolare la sua ossessione per il calcio, pervade le strade. Lì sono nati molti campioni, cresciuti sui campi delle squadre locali.
Uno di loro è Didier Drogba, eletto due volte miglior giocatore africano. Era il capitano della nazionale quando la Costa d’Avorio si qualificò per la prima volta ai Mondiali, nel 2006. Drogba si è ritirato nel 2018 ma è ancora un idolo per gli aspiranti calciatori africani che hanno in mente di raggiungere l’Europa. In quel continente giocava e si allenava circa il 60 per cento dei calciatori convocati all’ultima Coppa d’Africa, ospitata dalla Costa d’Avorio all’inizio del 2024. Tra loro c’erano l’attaccante egiziano Mohamed Salah e il nigeriano Victor Osimhen, capocannoniere della serie A italiana nel 2023, quando giocava nel Napoli.
Venditori di sogni
Nell’ultimo decennio l’importanza dei giocatori africani nei massimi campionati di calcio europei è cresciuta enormemente: ce ne sono circa cinquecento nelle squadre europee delle divisioni maggiori, mentre altre centinaia giocano in quelle mediorientali e asiatiche. Sono diventati un elemento fondamentale di uno dei più sviluppati settori dello sport professionistico al livello mondiale: nel 2023 il mercato del calcio europeo valeva 31,8 miliardi di dollari.
Da una parte questi campionati cercano le loro prossime superstar, dall’altra decine di migliaia di giovani africani tentano in tutti i modi di essere notati, sperando di sfuggire alla povertà, alla disoccupazione e all’instabilità politica. Questa combinazione crea un terreno fertile per lo sfruttamento, che può presentarsi sotto diverse forme, compreso il traffico internazionale di giocatori, in cui persone che si fingono agenti sportivi riscuotono denaro da aspiranti atleti o dalle loro famiglie, senza poi mantenere le promesse fatte.
Quando aveva tredici anni Serge fu reclutato da un presunto procuratore per andare a giocare una partita amichevole a Ouagadougou, in Burkina Faso. Al match, gli aveva detto quella persona, avrebbero assistito alcuni osservatori europei. Serge e i suoi familiari pensarono che sarebbe stata un’occasione d’oro per il giovane talento e riuscirono a racimolare la cifra richiesta: circa 165 dollari, una somma importante in un paese con un salario medio di circa 550 dollari al mese e dove, secondo la Banca mondiale, il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Insieme ad altri ragazzi che avevano sborsato gli stessi soldi, Serge partì per un lungo e torrido viaggio in pullman verso Ouagadougou. Ma, all’arrivo, sugli spalti non c’era nessun reclutatore. “Non so se sia stato un caso di tratta di giocatori. So solo che non c’era nessuno”, dice Serge. “Alla fine abbiamo giocato contro delle squadre minori e siamo tornati a casa”.
Il caso di Serge non è unico: ogni anno nel mondo circa quindicimila giovani calciatori sono raggirati dai trafficanti. Nel tranello sono caduti anche giocatori famosi, come ha rivelato in una conferenza stampa dopo la finale della Coppa d’Africa 2024, vinta dalla Costa d’Avorio, Simon Adingra, uno dei protagonisti della vittoria e miglior giocatore giovane del torneo.
Un sedicente allenatore l’aveva visto giocare in una squadra locale e l’aveva convinto che per sfondare avrebbe dovuto allenarsi meglio. Così la famiglia di Adingra pagò all’uomo l’equivalente di 300 dollari per mandare il dodicenne in un’accademia di calcio in Benin. Una volta a destinazione, l’uomo sparì con i soldi e Simon Adingra dovette affrontare una terribile realtà: l’accademia non esisteva e lui non aveva nemmeno un posto dove stare insieme alla decina di altri ragazzi scaricati lì e abbandonati a loro stessi. Il gruppo rimase unito: fecero dei lavoretti in cambio di qualcosa da mangiare o di soldi, aspettando e sperando in un’occasione. Ma trascorsero mesi prima che un uomo beninese, ex studente in Costa d’Avorio, li incontrasse per strada e li aiutasse a trovare un alloggio dignitoso e un’opportunità di mostrare cosa sapevano fare. Adingra attirò l’attenzione dell’accademia Right to dream di Accra, in Ghana, dove si allenò prima di essere reclutato – questa volta per davvero – nel club danese che gestisce l’accademia, il Nordsjælland.
Fine della corsa
La Fifa, la federazione internazionale del calcio, ha delle regole rigide sull’ingaggio dei giocatori in paesi stranieri, al livello sia amatoriale sia professionistico. Ciascun giocatore deve avere un identificativo elettronico rilasciato dalla Fifa e una lettera d’invito mandata dal club interessato tramite la federazione calcistica locale, spiega Alexandre Kouakou, un procuratore rispettato nel calcio ivoriano, che cerca di mettere in guardia i giocatori dalle truffe e li aiuta a riconoscere le lettere d’invito false.
Dopo un’accesa discussione ai controlli di frontiera nell’aeroporto di Manila, Kouassi capì di essere stato imbrogliato
Le regole per i minorenni sono ancora più rigide. Anche se nel proprio paese i ragazzi possono essere selezionati e messi sotto contratto prima dei diciott’anni, i trasferimenti internazionali dei minorenni sono consentiti solo in rare eccezioni e sottoposti a una serie di restrizioni: i calciatori minorenni possono fare una prova per una stagione con una squadra solo tra i 16 e i 17 anni, e il club deve ottenere l’esplicito consenso dei genitori, fornire ai ragazzi condizioni ottimali di vita e di alloggio e un’adeguata copertura delle spese, nonché assicurarsi che nella squadra ci sia qualcuno a occuparsi di lui. Soprattutto, è vietato chiedere o riscuotere commissioni per il periodo di prova. “Qualsiasi operazione condotta al di fuori dei canali ufficiali delle istituzioni calcistiche dev’essere considerata come minimo sospetta, se non del tutto illegale”, afferma Kouakou. Molte giovani promesse sanno snocciolare a memoria le statistiche dei loro club e giocatori preferiti, e conoscono alla perfezione le regole del gioco, ma non succede altrettanto con le regole della Fifa sui trasferimenti. Così, quando si presenta un sedicente allenatore o procuratore con una proposta allettante, molti tentano la sorte.
Di solito la truffa comincia nel paese d’origine del giovane giocatore, che riceve l’offerta della vita: fare un provino con una squadra straniera. Ma è un imbroglio: spesso il finto procuratore chiede una provvigione o una somma di denaro per pagare il visto e l’alloggio mentre si svolge il provino. James Esson, ricercatore della Queen Mary university di Londra e autore di uno studio sul fenomeno, ha spiegato cosa succede dopo: molte famiglie vendono i loro beni, non mandano più a scuola i figli piccoli o prendono in prestito del denaro per mandare il figlio al provino. Quando i giovani calciatori arrivano nel nuovo paese – generalmente con visti turistici brevi – l’agente “per sicurezza” trattiene i loro passaporti e tutto il denaro che hanno con sé.
Per alcuni la storia finisce qui: l’uomo sparisce con i soldi e i documenti, e i ragazzi non giocano neanche una partita. Altri scendono in campo, ad alcuni vengono anche offerti contratti. Ma sono spesso accordi poco vantaggiosi, con sostanziose percentuali per l’intermediario e scarse tutele per i giocatori. Se il giovane non riesce a ottenere un contratto, l’intermediario si dilegua con i documenti e quel che resta dei suoi soldi.
A volte però i truffatori mirano ad altro e gli aspiranti calciatori si ritrovano in situazioni pericolose. All’inizio degli anni duemila Alhassan Bangura, futuro giocatore della Premier league inglese, fu vittima di tratta: un uomo francese lo portò dalla Sierra Leone al Regno Unito prospettandogli l’opportunità di giocare ad alti livelli. Poco dopo l’arrivo in Europa, Bangura, all’epoca appena sedicenne, subì aggressioni a sfondo sessuale da due uomini nell’alloggio che il francese aveva preparato per lui. Altri ragazzi sono costretti a svolgere lavori manuali o di altro tipo. Anche un ex aspirante calciatore nigeriano che oggi vive in Italia era stato attirato con la promessa di un provino in Europa, ma era finito a Capo Verde a lavorare come cameriere sottopagato.

I truffatori possono essere incredibilmente astuti e inventare dettagli capaci di ingannare anche i giovani più smaliziati. David Kevin Kouassi, 22 anni, giocatore di Yopougon, era stato avvicinato da un uomo marocchino che diceva di essere un agente Fifa e si presentava con una lettera d’invito di una presunta squadra delle Filippine.
Kouassi era sospettoso: aveva sentito parlare delle truffe con lettere false. Ma i suoi dubbi svanirono quando l’agente organizzò una videochiamata con un uomo che affermava di essere un rappresentante del club filippino. Inoltre, da una ricerca su internet, risultò che il nome del procuratore appariva in una lista sul sito della Fifa. Fiducioso, Kouassi pagò 270 dollari per la lettera e si mise in viaggio per le Filippine.
Dopo un’accesa discussione ai controlli di frontiera all’aeroporto di Manila, Kouassi capì di essere stato imbrogliato. Il finto agente aveva usato il nome e i dettagli personali di uno vero per conquistare la fiducia del ragazzo, ma era fuggito con i suoi soldi. Kouassi entrò nel paese con un visto turistico e cercò di farsi ingaggiare, ma gli stipendi offerti dai club di prima e seconda categoria nelle Filippine erano a malapena sufficienti a pagare l’affitto. “Ero disperato, pensavo alla mia famiglia che contava su di me”, dice scendendo da un tuk-tuk a pochi metri dall’appartamento in affitto dove vive con la sorella, a Songon, un villaggio a est di Abidjan, dove le case in cemento costruite solo a metà spuntano tra la vegetazione rigogliosa. Quando la situazione economica a Manila è diventata insostenibile, Kouassi ha trovato il coraggio di dire la verità al padre e in qualche modo è riuscito a racimolare il denaro per comprare il biglietto di ritorno.
Come merci da scambiare
Delle quindicimila vittime all’anno del traffico internazionale di giovani calciatori quasi tutte vengono dall’Africa occidentale, una regione dove l’instabilità politica e la passione sfrenata per il pallone creano un terreno fertile per i trafficanti.
La vergogna e il timore di ritorsioni sono radicati tra le vittime della tratta e questo spinge molti a non denunciare, spiega Bright
“A ogni incontro sull’argomento, quando capiscono di cosa stiamo parlando, almeno tre persone alzano la mano per intervenire. O sono state ingannate o conoscono qualcuno che lo è stato”, dice Lerina Bright, presidente di Mission 89, un’organizzazione svizzera che si occupa di questo fenomeno.
Anche se un giovane talento gioca al livello professionistico nel suo paese, il divario tra lo stipendio che riceve in patria (un professionista in Costa d’Avorio guadagna in media 500 dollari al mese) e quello che potrebbe ottenere anche solo nei campionati amatoriali in Europa basta a fargli correre il rischio di affidarsi a intermediari poco raccomandabili o a salire sulle barche di migranti dirette in Europa. Se non ci riescono, molte squadre in Nordafrica offrono comunque paghe più appetibili visto che hanno infrastrutture e campionati più sviluppati che nell’Africa subsahariana.
“In Costa d’Avorio mancano i soldi”, dice Lakoun Ouattara, un attivista di Abidjan che si occupa della tratta dei calciatori con l’ong Mousso foot. “Lo stato e i presidenti dei club devono investire nelle infrastrutture e valorizzare il calcio locale. Altrimenti le persone continueranno ad andarsene in paesi più sviluppati dal punto di vista calcistico”.
In parte, la migrazione dei giocatori ivoriani aiuta il calcio locale, spiega Ouattara, perché il denaro ottenuto dalla cessione degli atleti può contribuire alla crescita delle squadre e giocare in campionati più competitivi permette a chi aspira a entrare in nazionale di migliorarsi. “Ma la realtà è che il paese affronta un esodo di talenti”, sottolinea. “E alcuni potrebbero essere troppo avventati di fronte a un’opportunità apparentemente buona”.

Daniele Canepa, autore del libro Fino a che punto? Il traffico internazionale di giovani atleti (Infinito edizioni 2021), spiega che non bisogna puntare il dito solo contro i finti agenti sportivi. “Il problema è sistemico”, sottolinea. “La questione di fondo è come consideriamo gli atleti. Da un lato, tendiamo a considerarli come macchine che devono fornire una prestazione. Dall’altro, c’è la mercificazione del giocatore, che nel calcio è più accettata rispetto ad altri settori, dove susciterebbe indignazione”.
Il sito della Federazione internazionale dei calciatori professionisti (Fifpro) ha una sezione dedicata al traffico di calciatori. L’associazione organizza periodicamente campagne di sensibilizzazione. “Ma non basta”, commenta Bright. “Vogliamo che sia istituito il reato di tratta di esseri umani nello sport e che a livello europeo siano approvate leggi per contrastarlo”.
Adingra non è l’unico ivoriano ad aver avuto successo, anche se è stato vittima dei trafficanti. Nel 2017 Amad Diallo e Hamed Junior Traoré, allora adolescenti e oggi centrocampisti rispettivamente del Manchester United e dell’Auxerre, furono fatti entrare illegalmente in Italia da un gruppo di adulti che si spacciavano come loro familiari facendoli passare per fratelli. Alcuni anni dopo un’operazione delle autorità italiane ha portato alla luce l’intricata rete che aveva reso possibile il loro ingresso illegale nel paese. Successivamente la federazione italiana di calcio ha sanzionato entrambi i giocatori con una multa di 48mila euro per aver collaborato a falsificare i documenti.
Junior Traoré e Diallo finora sono stati riluttanti a parlarne. “In certi casi i giocatori considerano i personaggi ambigui che li hanno ingannati come dei salvatori, perché li hanno comunque portati in Europa”, spiega Canepa. “Anche se si rendono conto di essere stati vittima di tratta, che motivo avrebbero per farlo sapere?”.

A differenza di altri, Armel Djaoum, 27 anni, ci tiene a parlare. “Credo che Dio mi abbia fatto vivere questa esperienza perché potessi essere un testimone. Ho pagato per il mio sogno perché volevo cambiare la mia vita ed entrare nel giro giusto. Non mi pento di nulla”, dice mentre cammina in un campo di calcio a Songon. È un piccolo terreno sabbioso tra un bananeto e un locale modesto dove alcuni ragazzi chiacchierano bevendo una Coca-Cola. Il campo da gioco è delimitato da una striscia di erbacce, le porte sono fatte di tubi di ferro arrugginiti, le reti sistemate alla bell’e meglio.
“È qui che ho cominciato a dare calci a un pallone”, dice Djaoum. “Era tutto il mio mondo”.
A 19 anni fu avvicinato da un camerunese che diceva di reclutare giocatori in Africa occidentale e li mandava in Marocco per un provino con una squadra di terza divisione. Pagò 2.100 dollari per quella opportunità, ma il provino non lo fece mai. Senza soldi per tornare a casa, e ancora convinto di poter fare una prova con una squadra di uno dei paesi più importanti nel calcio africano, Djaoum è rimasto in Marocco illegalmente un paio d’anni finché suo padre, che lo sosteneva economicamente, si ammalò. Djaoum allora chiese un rimpatrio volontario all’Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Una volta tornato in Costa d’Avorio, lo stigma sociale per essere partito con grandi ambizioni ed essere tornato a mani vuote l’ha colpito duramente. “La gente del mio villaggio si aspettava un giocatore di successo e invece sono rimasti delusi dal vedere che ero tornato senza soldi”, ricorda Djaoum. “Hanno cominciato a non prendermi sul serio, e quando andavo ad allenarmi mi prendevano in giro. Era doloroso: non avevano idea di quello che avevo dovuto passare”.
La seconda volta
La vergogna e il timore delle ritorsioni dei truffatori sono radicati tra le vittime della tratta e questo spinge molti a non denunciare, spiega Bright.
Finora Serge non aveva mai condiviso la sua storia, a causa di queste paure ed emozioni complesse, soprattutto perché lui è stato due volte vittima dei trafficanti.
La seconda aveva sedici anni e giocava per un club amatoriale di Abidjan. Un italiano si presentava ogni tanto al campo di allenamento portando palloni, casacche e altre attrezzature. Nessuno sapeva che ruolo avesse. Ma un giorno fece una proposta alla squadra di una trentina di calciatori: venite a giocare delle amichevoli in Italia per farvi notare e magari ingaggiare. Chiedeva cinquemila dollari, un cifra vertiginosa. Ma le famiglie erano elettrizzate e cominciarono a cercare i soldi. La madre di Serge chiese prestiti a vari parenti, senza però riuscire a raccogliere la somma. Nessun problema: chi non aveva raccolto il denaro richiesto poteva fare un provino in Ghana per un prezzo più basso. Serge e gli altri ragazzi avrebbero giocato lì, in attesa dei soldi sufficienti per andare a Roma con gli altri.
Serge andò in Ghana ma le partite erano delle semplici amichevoli con squadre locali. Non c’erano talent scout a osservarli. La famiglia di Serge non riuscì a racimolare il denaro per mandarlo in Italia, e lui tornò di nuovo a casa a mani vuote. “Ci credevo molto. Mia mamma aveva fatto di tutto perché avessi successo”, dice Serge, mentre guarda due squadre su un campo di terra battuta a Yopougon. Seduto in un caffè all’aperto, racconta che la madre lo portava all’allenamento prima di andare al lavoro e andava a prenderlo alla fine, spendendo in trasporti buona parte dei soldi che guadagnava. “Prima di morire ha detto che sarei andato in Ghana per poi farmi strada verso un altro paese con maggiori opportunità, ma non sono riuscito a realizzare il suo sogno”.
Le truffe e altri tentativi falliti hanno avuto ricadute economiche ed emotive pesanti su Serge e la sua famiglia. Ha deciso di abbandonare il pallone solo dopo essere diventato padre, per trovare un lavoro più sicuro e poter mantenere i figli.
Dopo la disavventura nelle Filippine, anche Kouassi è tornato a casa. Con sua grande sorpresa, è stato accolto e sostenuto dalla famiglia. Questo gli ha dato la forza di andare avanti e perseverare nell’obiettivo di diventare un professionista. Kouassi evita di fare tardi la sera e si sforza di seguire uno stile di vita sano. È entrato nello Yopougon F.C., un club di terza categoria, dove gioca per uno stipendio che non gli basta nemmeno a pagare i mezzi di trasporto per andare agli allenamenti o alle partite. Non ha intenzione di mollare, e il suo obiettivo è raggiungere l’Europa. “Ogni giorno mi faccio coraggio”, dice mentre si prepara ad andare a correre. Prende gli scarpini da calcio e indica su uno scaffale disordinato un trofeo vinto da adolescente. Lo prende in mano e sottolinea che, finché il suo corpo glielo permetterà, lui continuerà a tentare la fortuna.
“A 39 anni Cristiano Ronaldo continua a giocare. Perché io non posso fare lo stesso? Giocherò finché non sarò così debole da non poter più calciare un pallone”. ◆ fdl
Alex Čizmić è un giornalista italo-bosniaco esperto di calcio africano. Marco Simoncelli è un fotografo e giornalista italiano che lavora spesso in Africa.
◆ “Negli ultimi trent’anni emigrare per cercare di sfondare nel calcio in Europa è diventata una delle strade tentate dai giovani africani per migliorare la propria vita, a causa delle economie deboli nei paesi d’origine, della scarsa fiducia nella scuola come mezzo per assicurarsi un futuro e della debolezza del calcio professionistico locale”, scrivono gli studiosi di migrazioni Christian Ungruhe, James Esson e Paul Darby su The Conversation. Spesso queste migrazioni tendono a ripetere vecchi schemi coloniali: tanti giocatori nordafricani e dell’Africa occidentale finiscono in Francia, mentre quelli della Repubblica Democratica del Congo in Belgio. Lo stesso vale per gli angolani e i mozambicani in Portogallo. Un caso a parte sono le ex colonie britanniche. Per decenni il Regno Unito, prima con politiche protezionistiche poi con leggi rigide sull’immigrazione, ha tenuto lontani i calciatori professionisti originari del continente africano. Le cose sono cambiate alla fine del secolo scorso.
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati