Adagiato sulla cresta di un altopiano che si affaccia sulla costa pacifica dell’Ecuador, Los Bajos è un agglomerato di case di mattoni grezzi e qualche sala da gioco. Una collina ricoperta di giungla incombe sul paese: gli avvoltoi volteggiano sulla strada sterrata e buia che scende serpeggiando attraverso una boscaglia da cui arriva un odore acre, come quello di un fertilizzante troppo fresco. I segnali avvertono che chi getta rifiuti sulla strada può ricevere una multa di 900 dollari, ma negli ultimi tempi per gli abitanti di Los Bajos non è l’immondizia il problema. Sono i cadaveri.
Mercedes Morales, 45 anni, maestra e leader di comunità, ascolta le lamentele degli abitanti. Il primo corpo, scoperto due anni fa, è stato quello di un tassista locale. Morales calcola che solo negli ultimi sei mesi sono stati trovati venti cadaveri lungo la strada per Los Bajos. “No, di più”, la interrompe il marito, seduto accanto a lei su una sedia di plastica bianca nel loro cortile di cemento.

Alcune vittime sono lavoratori venezuelani migranti. Ma molti sono ecuadoriani, giovani che i parenti riescono a riconoscere all’obitorio “per i loro tatuaggi”. Nell’ultimo anno le centinaia di abitanti di Los Bajos hanno adottato un coprifuoco informale: non escono di casa dopo il tramonto e non si allontanano dal paese da soli.
Un tempo Los Bajos e l’area circostante erano il principale produttore di cappelli di paglia intrecciati a mano, chiamati erroneamente panama dopo che nel 1906 il presidente statunitense Theodore Roosevelt fu fotografato con indosso uno di questi copricapi mentre ispezionava il cantiere del canale di Panamá. Negli anni ottanta l’industria era ormai in declino per la diffusione di imitazioni a buon mercato, ma i residenti in difficoltà economiche di Los Bajos avevano sperato in un futuro più prospero quando, nel 2007, il governo dell’Ecuador aveva annunciato la costruzione di una enorme raffineria petrolchimica sulle colline vicine. L’impianto – il più grande progetto infrastrutturale nella storia del paese andino, concepito per importare trecentomila barili di petrolio venezuelano al giorno, raffinarlo e poi esportarlo in tutto il Sudamerica – prometteva di creare 25mila posti di lavoro nella regione.
Non si sono mai materializzati. Nel 2019, dopo anni di ritardo, i lavori di costruzione della raffineria si sono interrotti. Ma negli ultimi tempi la struttura incompiuta – una distesa di asfalto più grande di Gibilterra – ha attirato un’altra azienda di import-export. Una volta ogni quindici giorni circa Morales sente il ronzio di piccoli aerei che decollano e atterrano di notte nello spazio della raffineria.
Quello che fanno non è un segreto per nessuno: trasportano cocaina fuori dall’Ecuador e fanno entrare valigie di contanti. Nel novembre del 2021 un’installazione radar nelle vicinanze è stata fatta misteriosamente saltare in aria e non è mai stata sostituita. Quando tra i cartelli della droga è scoppiata una guerra feroce per le sempre più numerose spedizioni di cocaina, intorno a Los Bajos sono cominciati ad apparire e a moltiplicarsi i cadaveri in putrefazione.
Stato d’emergenza
Negli ultimi dieci anni la cocaina ha trasformato l’Ecuador, che è passato dall’essere uno dei paesi più stabili del Sudamerica a uno dei luoghi più pericolosi del continente. Nel 2023 ci sono stati ottomila omicidi. La città industriale di Durán – dove gran parte dell’apparato di governo è sotto il controllo della criminalità – può rivendicare di essere la capitale mondiale degli omicidi: in media ogni diciannove ore viene uccisa una persona. Nel gennaio del 2024 sono scoppiate violente rivolte nelle carceri di tutto il paese. I criminali detenuti hanno messo in ridicolo il tentativo dello stato di controllarli, lasciando entrare e uscire di prigione a loro piacimento i boss e tenendo in ostaggio centinaia di agenti. Poco dopo le rivolte il presidente Daniel Noboa, 37 anni e rampollo di un impero delle banane eletto tre mesi prima, ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha schierato l’esercito nelle strade.
Resta da vedere se funzionerà. Di certo, in meno di un decennio, l’irruzione delle bande criminali ha sfregiato enormi segmenti della società ecuadoriana, e senza affrontare l’epidemia di illegalità il paese rischia di non riuscire più a riprendersi.
Dal 2015, quasi un terzo dei circa tremila uomini che un tempo partivano ogni mese dalla pittoresca comunità marina di Jaramijó per pescare la lampuga nel Pacifico sono scomparsi. Costretti a trasportare casse per conto delle bande criminali, molti ricompaiono dopo mesi dalla loro sparizione in prigioni straniere a migliaia di chilometri di distanza con accuse di narcotraffico. A El Oro, una regione dove si coltiva un decimo delle banane di tutto il mondo, l’infrastruttura usata per trasportare il frutto più consumato del pianeta è stata modificata per diventare una colossale copertura del narcotraffico, trasformando l’esportazione caratteristica dell’Ecuador in un sinonimo internazionale di contrabbando. Nella città costiera di Manta, mi ha raccontato il procuratore distrettuale Paco Delgado Intriago, per ostacolare il riciclaggio sono stati vietati i depositi bancari superiori ai cinquemila dollari. I sacerdoti della città di Moca hanno ricevuto l’ordine di seppellire i criminali con arsenali di mitra per garantirgli protezione nell’aldilà. A Cooperativa San Francisco – una zona povera di Guayaquil, il maggiore porto dell’Ecuador – i gangster hanno tagliato la lingua ai bambini per impedire che diventino informatori della polizia.
La fine ufficiale delle ostilità tra il governo colombiano e la guerriglia delle Farc ha spostato le piantagioni di coca ai margini del paese
Una possibilità allettante
È stata una trasformazione incredibile e improvvisa. Schiacciato tra i campi di coca della Colombia e del Perù, l’Ecuador per decenni ha operato ai margini dell’industria del narcotraffico. In qualche occasione era stato un punto di partenza per la droga diretta verso i mercati del nord, ma di regola la foglia di coca non era coltivata e il paese non era neanche un centro importante di produzione della cocaina.
Nel 2016 due eventi hanno cambiato le cose. Il primo è stato il vuoto di potere provocato dal parziale smantellamento del cartello di Sinaloa in Messico: il suo leader, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, noto come El Chapo, quell’anno è stato estradato negli Stati Uniti. Per vent’anni il cartello aveva comandato sulle rotte del traffico di droga verso gli Stati Uniti. Ma l’estradizione del Chapo ha destabilizzato l’organizzazione criminale, creando nuove opportunità per le mafie italiane, serbe e russe: invece di limitarsi a dirigere la distribuzione di droga nelle loro regioni ora potevano controllare le esportazioni dal Sudamerica.
Quello stesso anno è stato raggiunto un accordo di pace tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), l’organizzazione guerrigliera marxista-leninista che si era a lungo finanziata controllando la coltivazione e il traffico di cocaina. La fine ufficiale delle ostilità non ha smantellato le piantagioni di coca della Colombia ma le ha spinte ai margini del paese. Nel 2022 le immagini satellitari rivelavano che il 50 per cento circa dei campi di coca della Colombia si era spostato a sud, nelle regioni confinanti con l’Ecuador, la metà a meno di una quindicina di chilometri dalla frontiera. Pochi altri luoghi potevano essere più attraenti per un sistema di cartelli globali nel caos. L’Ecuador ha decine di porti collegati da buone strade. Un migliaio di chilometri a ovest, le isole Galapagos sono un centro ideale per il rifornimento e la distribuzione di imbarcazioni cariche di merce di contrabbando. Una vivace industria turistica e un’economia dollarizzata offrono opportunità per il riciclaggio dei guadagni illegali. Inoltre il paese da tempo è integrato nelle reti di spedizione mondiali, con un’infrastruttura in grado di sostenere l’esportazione di quattro milioni di tonnellate di banane all’anno praticamente in tutto il mondo.
Quasi all’unisono le organizzazioni criminali, dal Messico al Montenegro, sono arrivate sulla costa pacifica dell’Ecuador e hanno stretto rapporti con più di venti bande locali, storicamente in lotta per il controllo di quartieri di città e minuscoli villaggi di pescatori. Ora a portata di mano si profilava un premio molto più allettante: la possibilità di diventare il maggiore partner locale nel commercio internazionale di cocaina, con un giro di affari da cento miliardi di dollari all’anno. È cominciata una guerra per il controllo dei porti e delle piantagioni. Qualcuno ha ereditato i rapporti del cartello di Sinaloa, altri si sono uniti al gruppo rivale, il cartello di Jalisco Nueva Generación: tutti volevano uccidere gli affiliati di Sinaloa o portarli nelle loro file. Nel 2021 quasi tremila persone sono state uccise e la polizia ha arrestato centinaia di criminali. Ma il tasso di omicidi è raddoppiato nel 2022 e poi di nuovo nel 2023.

Protezione in carcere
Da Los Bajos sono andato a sud. Nella distesa di sobborghi inquinati alle spalle di Guayaquil spicca la Penitenciaría del Litoral, un mastodontico complesso grigio circondato da una recinzione blu. È una delle prigioni più grandi dell’Ecuador ed è finita sulle prime pagine dei giornali nel 2019 quando i detenuti hanno trasmesso in diretta dal carcere il massacro dei criminali rivali. In un’occasione ne hanno uccisi più di cento, in un’altra hanno giocato una partita di calcio con una testa mozzata al posto della palla.
Tutto ha un prezzo nelle prigioni. Le guardie, che lavorano in collaborazione con l’esercito ecuadoriano, estorcono sistematicamente soldi ai detenuti. Un pollo arrosto? Cinquanta dollari. Un piatto di riso? Quaranta. Una telefonata? Cinque dollari per il primo minuto, dieci per ogni minuto aggiuntivo. Organizzano servizi e li addebitano alla famiglia del detenuto. Alla fine del mese capita spesso che le famiglie scoprano di avere debiti di centinaia o perfino migliaia di dollari. Se i detenuti non saldano il conto, i loro familiari sono picchiati o uccisi.
Per evitarlo bisogna pagare la protezione. Nel ristorante di un centro commerciale ho incontrato un uomo che ha passato dieci anni nel Litoral, e per tre ha informalmente diretto una delle sue aree per conto dei Choneros, da Chone, una città dell’Ecuador occidentale. Era conosciuto perché organizzava punizioni di gruppo per gli stupratori di bambini. Soprannominato il Gordo, il grasso, per la sua corporatura pesante, è arrivato nel centro commerciale con i due figli piccoli. Mentre il maggiore gli saltellava sulle ginocchia, il Gordo mi ha raccontato che i detenuti pagavano 50 dollari al mese, portati di nascosto nel carcere dai parenti durante le ore di visita. Era un modo per proteggersi dalle violenze peggiori. Una parte dei soldi andava agli agenti e all’esercito. C’è un altro sistema per sopravvivere in carcere: “Chi non può pagare la protezione, i più poveri, si unisce alle gang”, mi ha spiegato il Gordo. Il risultato è la grottesca ironia della violenza che ha colpito l’Ecuador: le bande criminali proliferano proprio nel sistema carcerario che dovrebbe eliminarle. Oggi hanno arruolato quasi un terzo dei 33mila detenuti del paese.
Intorno al 2017 nel Litoral la vita è cambiata, mi ha detto il Gordo. Mentre il commercio della cocaina stringeva il paese in una morsa, la popolazione carceraria è salita a migliaia di detenuti in una struttura che poteva accoglierne solo qualche centinaio. I criminali hanno cominciato a considerare il carcere un rifugio. Omicidi, carichi di droga, alleanze: tutto si poteva organizzare dalle celle con più sicurezza che in strada, dove infuriava la guerra per un traffico sempre più redditizio. Molti affiliati volevano entrare in carcere, ha aggiunto il Gordo.

I criminali dell’Ecuador, che ormai sono decine di migliaia, hanno guadagnato fortune astronomiche con la cocaina, ma si comportano ancora come delinquenti di strada. I cartelli internazionali in cui vorrebbero trasformarsi sono caratterizzati da un’efficienza aziendale, mentre le bande ecuadoriane restano organizzazioni ampie e informali che stringono accordi opportunistici. L’appartenenza è fluida. L’unico vero segno di lealtà è il tatuaggio, una corona per i Latin kings, una tigre per Los Tiguerones. Anche se si sono fatti largo con successo nel traffico internazionale della droga, i criminali ecuadoriani continuano a far soldi in modo indiscriminato, organizzando spedizioni di cocaina per miliardi di dollari e rubando cellulari ai turisti statunitensi con identico fervore. Per questo l’Ecuador è particolarmente pericoloso. Nell’Italia del sud le mafie di regola non tollerano la piccola criminalità di strada. Nel paese andino le bande alimentano di proposito il caos, perché è la via più rapida per la ricchezza e la considerazione.
Due corpi
Il quartiere di Nueva Prosperina a Guayaquil è forse il più pericoloso del mondo in proporzione alla sua popolazione. Un venerdì mattina sono entrato nel commissariato di polizia di zona, un palazzo sporco dove i cani randagi ostacolavano il passaggio nei corridoi. Roberto Santamaría León, il capo della polizia, era intervistato da una tv locale sull’ultima crisi. Le bande davano 20 dollari ai bambini per spaccare le videocamere di sicurezza con delle canne da pesca: solo quella settimana ne avevano rotte più di venti. Era già abbastanza difficile arrestare i criminali, stava dicendo Santamaría ai giornalisti. Senza un filmato, era praticamente impossibile reprimere i reati. Negli ultimi mesi Santamaría ha cercato non solo di combattere l’epidemia di criminalità, ma anche di ricostruire come si era diffusa. La sua strategia punta a togliere dalle strade centinaia di persone – per lo più ragazzi molto giovani accusati di spaccio – per procurarsi dettagli su come guadagnano. “In questo distretto le bande incassano 180mila dollari al mese”, mi ha detto. “Si sono costruite uno stato parallelo. Proprio come io o lei paghiamo le tasse ai nostri paesi, qui gli abitanti le pagano alle bande”.
Secondo Santamaría, le gang di Nueva Prosperina preferiscono reclutare i ragazzi, che non possono essere incriminati come gli adulti: “Ingaggiano un dodicenne, gli danno una casa, un fucile e duecento dollari al mese per custodire la droga al loro posto”. Poi ricevono altri duecento dollari per spostarla da una parte all’altra del quartiere o per uccidere l’affiliato di una banda rivale, altri cento se riescono a reclutare un coetaneo. Santamaría ha scoperto che a Nueva Prosperina i bambini guadagnano fino a quattromila dollari al mese per gestire le attività delle bande. Dopo un po’ l’organizzazione comincia a pagarli in droga invece che in contanti. L’economia locale degenera in un sistema di narco-baratto in cui perfino i civili usano i sacchetti di cocaina come valuta per comprare prodotti di base. Attraverso il controllo del quartiere, il denaro contante finisce nelle mani delle bande. “Il territorio stesso diventa un’azienda”, mi ha detto Santamaría.
Altri distretti di polizia lavorano per contenere la criminalità organizzata punendo i criminali. Santamaría segue una strategia diversa, che definisce “sradicare il problema alla base”. La tattica, mi ha detto sottovoce, è confiscare le moto dei criminali. Senza il loro mezzo di trasporto, i gruppi non possono spostare droga e contanti con tanta robotica velocità. Non possono semplicemente comprarsi delle nuove moto, ho chiesto?. Certo, ha ammesso Santamaría, “ma intanto guadagniamo tempo. Ed è quello che ci serve in questo momento”.

In un fine settimana di giugno a Guayaquil e intorno alla città sono state uccise quindici persone: con colpi di mitra e di pistola sparati da un paio di criminali travestiti da agenti di polizia. Sono andato all’obitorio della città, un edificio sul bordo di una superstrada subito fuori città. Sul marciapiede erano mestamente riunite le famiglie in attesa di riavere i loro morti. Tra loro c’era una donna con capelli biondi e crespi, un paio di occhiali troppo grandi e un biglietto da visita intorno al collo che diceva Funeraria Los jardines del edén. Si chiama Yuribis Yolimar ed è arrivata dal Venezuela otto anni fa. Prima di aprire un’agenzia di pompe funebri, nel 2021, aveva lavorato come cuoca e in un salone di bellezza. “Ora ci sono da otto a dieci morti al giorno”, mi ha detto Yolimar, aggiungendo che nella maggioranza dei casi si tratta di omicidi. Le ho chiesto se la guerra tra le bande favorisse gli affari. Ha fatto una pausa: “Non proprio. A novembre mi hanno rapito”, ha detto. Ma si è rifiutata di dare maggiori dettagli.
Qualche giorno dopo ho organizzato un incontro con una donna, Margarita Pardo, in un parco di Martha de Roldós, un quartiere povero di Guayaquil. Ci siamo seduti in un angolo del parco giochi e lei, con una compostezza straordinaria, mi ha raccontato una storia straziante.
Un pomeriggio di due mesi prima il figlio Jesús, 19 anni, era andato a fare una passeggiata con la sua ragazza, Daniela. La sera non erano tornati. La mattina successiva Pardo e i quattro fratelli di Jesús avevano attaccato dei volantini nel quartiere e si erano rivolti agli amici per avere informazioni. Avevano telefonato agli ospedali e agli obitori, anche se non volevano credere che alla coppia fosse successo qualcosa di brutto: non avevano niente a che fare con la criminalità organizzata che stava travolgendo Guayaquil. “Pensavamo che fossero ancora vivi”, mi ha detto Pardo.
Una domenica la donna ha ricevuto una telefonata della polizia che le chiedeva di presentarsi al commissariato per fornire una descrizione di Jesús. Pardo ha detto agli agenti che il figlio aveva “i capelli ricci e delle cicatrici sul viso”, non aveva tatuaggi e “indossava dei pantaloni mimetici e una camicia nera”.
Faceva il muratore, ma sognava di diventare soldato. Adorava ballare la salsa. La sua musica preferita era il reggaeton
Il giorno dopo la polizia l’ha informata che erano stati trovati due corpi. Uno era quello di Daniela, l’altro era troppo difficile da identificare “perché era troppo gonfio per distinguere le cicatrici sul viso”. Nessuno le ha dato una ragione per la loro morte e le autorità non hanno ordinato un’autopsia.
Un agente fuori servizio alla fine le ha mandato una foto dei corpi, che erano stati rinvenuti in quella che somigliava a una palude. Pochi giorni dopo Pardo ha ricevuto un’altra foto di un corpo maschile che mostrava segni di decomposizione su un tavolo mortuario, con la richiesta di confermare l’identità. “Le labbra gli stavano cadendo dal viso”, mi ha raccontato Pardo, ma non ha avuto dubbi: era Jesús.
Nelle settimane seguenti ha cercato inutilmente di riavere il corpo del figlio dall’obitorio. Una mattina, alla fine di maggio, ha visto in un servizio al telegiornale che un frigorifero dell’obitorio aveva smesso di funzionare. I tentativi di ricongelare decine di cadaveri in decomposizione erano falliti: si erano incollati insieme, rendendo impossibile la loro identificazione.
Pardo, indignata, è tornata all’obitorio quello stesso pomeriggio. “Volevo semplicemente il corpo. E loro mi hanno detto: ‘Non può averlo. Ci sono gas tossici. E non vorrebbe averlo comunque. I corpi si sono deteriorati. Il contenitore è rotto da più di quindici giorni”.

Hanno continuato a mandarla indietro per giorni. Finalmente, sei settimane dopo aver visto suo figlio vivo per l’ultima volta, le hanno consegnato un sacco di plastica bianca che, le hanno detto, conteneva cosa restava di suo figlio. Lei lo ha aperto per esserne certa: “Dal viso uscivano i vermi. La carne era putrida e si vedevano spuntare le ossa. Sono scoppiata a piangere”.
Alla fine della nostra conversazione Pardo riusciva a malapena a parlare, però mi ha chiesto di scrivere cosa rendeva speciale Jesús. Gli piaceva esplorare la natura. Lavorava come muratore per mantenere la famiglia, ma sognava di diventare soldato. E adorava ballare la salsa. La sua musica preferita, ha detto la madre, era il reggaeton.
Il sindaco nomade
Nonostante il caos, Guayaquil è un posto più o meno funzionante. Bancari, spedizionieri e impiegati statali vanno al lavoro in auto ogni mattina, passano la sera nei caffè e nei bar del lungofiume, e mandano i figli a scuola, anche se sono circondati da mura con il filo spinato. La città di Durán invece, che si trova sulla paludosa riva orientale del fiume Guayas, proprio di fronte a Guayaquil, è un’altra cosa: un feudo della malavita, dove la criminalità controlla tutto, dalla riscossione delle imposte all’accesso quotidiano all’acqua corrente. Tre quarti delle esportazioni dell’Ecuador passano attraverso Durán, che un tempo era una vivace città mercantile. Dal fiume, una distesa di baracche circonda una fila di fabbriche e depositi: in alcuni casi non contengono più legna o verdura, ma pacchi di cocaina.
A Durán non si dovrebbe andare senza precauzioni. Una sera, poco dopo il tramonto, ho seguito un battaglione della polizia che pattugliava la città. Sei furgoni setacciavano lo spazio urbano sempre più buio. Dopo un quarto d’ora, all’incrocio di alcuni viali, diciotto agenti in passamontagna armati di fucili d’assalto sono scesi dai furgoni e hanno delimitato un’area con i coni segnaletici. Nella mezz’ora seguente hanno fermato le macchine in arrivo illuminandole con le torce. L’operazione somigliava a una performance: uno sfoggio di forza per far sapere ai cittadini che la polizia non li ha abbandonati del tutto nelle mani della malavita.

Mentre gli agenti controllavano le auto, un tenente che si chiama Andrea Villacis mi ha detto che i quartieri di Durán sono divisi in piccoli settori, ciascuno sorvegliato da un civile – un venditore ambulante o un senzatetto – in debito con le bande criminali. “Riferiscono i dettagli delle nostre pattuglie e delle prossime incursioni con i walkie-talkie”, mi ha spiegato Villacis, accennando a un gruppo che vendeva succhi ed empanadas, fagottini ripieni di carne o verdura: “Forse stanno parlando di noi proprio in questo momento”.
Le bande ottengono informazioni anche dai poliziotti stessi. Individuano “i più poveri dell’unità” e pagano le soffiate in contanti.
Un pomeriggio sono entrato in un grande edificio di cemento alla periferia della città. Alcune persone mi hanno accompagnato in una stanza gelida sorvegliata da quattro uomini coperti da protezioni nere antiproiettile. Pochi secondi dopo Luis Chonillo, che amministra Durán da una serie di alloggi segreti, è entrato nella stanza con un berretto da baseball e un paio di pantaloni cargo, sorseggiando un caffè. “Sono il sindaco nomade”, mi ha detto Chonillo presentandosi.
Quando ha assunto l’incarico, nel maggio del 2024, Chonillo ha ereditato un’amministrazione segnata dai legami con la criminalità organizzata. I fuorilegge lucravano su quasi ogni aspetto della gestione di Durán, infiltrandosi nelle aziende edili, di servizi pubblici e di smaltimento dei rifiuti che avevano contratti con le autorità comunali. Chonillo ha cercato di tagliare questi legami analizzando le finanze delle aziende. “Abbiamo individuato quello che si potrebbe definire uno schema”, ha detto. “Facciamo l’esempio delle forniture idriche. Ho guardato il contratto e ho cominciato ad avvisare i mezzi d’informazione che c’erano dei problemi. Quattro giorni dopo la cartiera della mia famiglia è stata attaccata con una bomba e ho ricevuto una lettera da una delle bande. Diceva ‘Ti faremo fuori’”.

Nel 2024 sono stati uccisi tre sindaci e altri trenta funzionari locali sono stati il bersaglio di tentati omicidi. Ma l’omicidio di Chonillo sarebbe il massimo per i criminali. Una recente indagine del procuratore generale dell’Ecuador ha reso noto che decine di funzionari statali hanno legami sotterranei con le organizzazioni criminali: alcuni offrono protezione dalla legge, altri aiutano a riciclare i soldi della droga.
Chonillo, più di chiunque altro nel paese, si è presentato come il cavaliere errante contro gli accordi tra narcotrafficanti e politica. “Il potere criminale non può esistere senza l’aiuto di quello politico”, mi ha detto. Da quando è diventato sindaco ha subìto almeno tre attentati, uno dei quali è costato la vita a due guardie del corpo e a un passante.
Carichi di banane
Oggi su tre banane consumate nel mondo una è cresciuta in una piantagione dell’Ecuador. Sarebbe difficile mettere a punto un sistema migliore per contrabbandare la droga. Le banane si deteriorano rapidamente, perciò di solito passano in fretta la dogana. E poiché il governo di Quito non ha voluto investire in scanner portuali, le possibilità che i doganieri riescano a trovare una partita di cocaina grande come una valigia sul fondo di una cassa di acciaio refrigerata di trenta metri quadrati sono davvero poche. Sulle banchine di Guayaquil o di Durán ogni giorno ne passano migliaia.
Negli ultimi cinque anni, nei porti del mondo, gli agenti di dogana hanno scoperchiato i container di banane ecuadoriane solo per imbattersi in mucchi di cocaina ben nascosti. Nell’agosto del 2023, in una spedizione in Spagna, sono state scoperte 9,5 tonnellate di cocaina per un valore stimato di 800 milioni di dollari. Un mese dopo sono saltate fuori altre otto tonnellate da un carico che aveva raggiunto i Paesi Bassi. Nel 2024 sono state individuate quantità enormi di droga in Bulgaria, Georgia, Grecia, Libano e di nuovo in Spagna. Nei paesi adriatici come l’Albania, la Croazia e il Montenegro, da dove le organizzazioni criminali inviano la loro manovalanza a Guayaquil, le importazioni di banane dall’Ecuador sono salite vertiginosamente dal 2017, anche se nello stesso periodo il volume complessivo delle importazioni è diminuito.

Franklin Torres è stato eletto presidente della Federazione nazionale dei produttori di banane dell’Ecuador cinque anni fa. “Nessun altro voleva questo incarico”, mi ha detto nella sua tenuta, 130 chilometri a nord di Guayaquil, nella cittadina agricola di Ventanas. La posizione di Torres non è invidiabile: è il volto pubblico di un’industria che, nel paese, è sotto l’assalto continuo delle bande e, all’estero, è sospettata di essere una copertura per il traffico di cocaina. Ci sono seimila proprietari di piantagioni di banane in Ecuador. Se non proprio un’aristocrazia, sono comunque dei privilegiati: Torres, che ha un appezzamento di circa 80mila alberi, sovrintende all’esportazione di ottomila casse di banane alla settimana, incassando vari milioni di dollari all’anno. Alle dipendenze di persone come lui lavorano decine di migliaia di raccoglitori, in molti casi nativi che vengono portati avanti e indietro tra le piantagioni e guadagnano pochissimo, due o tre dollari al giorno.
Le promesse del presidente
Nell’ultimo decennio le bande hanno fatto saltare il rapporto quasi feudale che c’era tra padrone e raccoglitore.
Alcuni proprietari chiudono un occhio sul contrabbando di cocaina nei loro carichi di banane in cambio di una parte dei ricavi. Altri sono costretti a pagare per la protezione: Torres mi ha detto che la cosiddetta vacuna, la tassa dovuta alle organizzazioni criminali, oscilla tra i duemila e i quattromila dollari al mese, ma non ha detto se la paga anche lui.
Mentre visitavamo la tenuta, ha indicato una serie di videocamere di sorveglianza per mostrare di non avere nulla a che fare con il traffico di cocaina. L’operazione di nascondere la droga nei carichi di banane avviene di solito lungo la stretta strada per Guayaquil. Un camion ha “una gomma a terra” ed entra in un deposito, dove una partita di cocaina viene rapidamente nascosta nel container. Qualche volta dentro i camion frigoriferi che tornano nelle piantagioni si trovano uomini semicongelati arruolati dalle bande, mi ha spiegato Torres. Anche i raccoglitori hanno un ruolo, perché alcuni forniscono informazioni sui movimenti e gli orari dei camion. La complicità con le bande fa lievitare la loro paga, ma li espone all’arbitrio dei cartelli. Alcuni hanno semplicemente sfortuna: nel 2023, nella piantagione accanto a quella di Torres, il proprietario non ha pagato una vacuna e cinque lavoratori sono stati decapitati.
Anche se molti esperti hanno messo in guardia da una risposta militarizzata alla violenza, Noboa vuole annientare i criminali con la forza
Agli ecuadoriani non resta che chiedersi se sono condannati a una generazione di violenza. Anche se molti esperti mettono in dubbio l’utilità di una risposta militarizzata al problema della violenza delle bande criminali, nell’ultimo anno il presidente si è impegnato ad annientarle con la forza. A gennaio del 2024, nell’ambito dello stato d’emergenza, Noboa ha imposto il coprifuoco dalle undici di sera e ha classificato ventidue gang come “organizzazioni terroristiche”. Poi il governo ha cominciato a equipaggiare i soldati con armi sequestrate alle organizzazioni criminali. Il metodo è ispirato a quello del presidente del Salvador, il populista Nayib Bukele, sostenitore della campagna “prima il carcere, poi le domande” contro le bande. Bukele ha fatto costruire un enorme carcere di massima sicurezza in grado di accogliere fino a 40mila detenuti. Dopo più di due anni si può dire che la strategia di Bukele è nota più per la brutalità che per i successi: circa l’8 per cento dei giovani maschi del paese centroamericano è stato arrestato.
Non è ancora chiaro se Noboa riuscirà a imitare in modo efficace gli sforzi di Bukele. Il modello di business delle bande ecuadoriane che, per il loro coinvolgimento nel traffico di cocaina, non si basa principalmente sull’estorsione, come in America Centrale, indica che la sfida sarà molto più impegnativa di quella del Salvador. In Ecuador c’è un sistema criminale con immense risorse finanziarie e forti relazioni internazionali.
Progetto coloniale
Alla fine di giugno sono andato a Juntas del Pacifico, a ovest di Guayaquil, nella regione costiera di Santa Elena, per assistere al discorso di Noboa con cui annunciava la costruzione di un carcere di massima sicurezza. L’anonimo villaggio, poco più di qualche decina di case lungo un sentiero di terra battuta pieno di maiali e pollame, era in uno stato di frenetica agitazione. Il campo giochi della scuola era stato transennato con una corda e c’era un tendone bianco fiancheggiato da squadre di soldati in formazione da parata, mentre sulle colline circostanti si vedevano altri militari armati di mitra e fucili di precisione. Sotto il tendone, su centinaia di sedie disposte in file ordinate, erano seduti gli abitanti del paese con il vestito della domenica, che guardavano la visita simulata di un complesso penitenziario trasmessa su un megaschermo.
Alle otto e mezzo del mattino è arrivato un elicottero mimetico che è atterrato in un campo ricoperto di arbusti. Ne è uscito Noboa, impettito e vestito di nero, con un anello d’oro che gli scintillava alla mano destra. Il presidente si è diretto verso una piccola tenda gialla, dov’era stato costruito un modello in compensato del futuro carcere di massima sicurezza di Santa Elena.
Un funzionario locale, parlando al microfono, ha spiegato al presidente che la prigione sarebbe stata costruita dalla China road and bridge corporation. Esperti israeliani avrebbero addestrato il personale e un’avanzata tecnologia di riconoscimento facciale avrebbe contribuito a tenere sotto controllo ottocento detenuti, spietati criminali che sarebbero stati trasferiti nel nuovo penitenziario dalle prigioni sovraffollate di tutto il paese. Quattro recinzioni di filo spinato elettrificato avrebbero circondato l’intero sito.
◆ Il primo turno delle elezioni presidenziali in Ecuador si svolgerà il 9 febbraio 2025. Tra i sedici candidati alla guida del paese c’è anche l’attuale presidente Daniel Noboa, figlio di uno degli uomini più ricchi dell’Ecuador, l’imprenditore Álvaro Noboa. È in carica dal novembre del 2023, quando ha vinto al secondo turno le elezioni anticipate stabilite dopo che l’ex presidente Guillermo Lasso aveva sciolto il parlamento. A gennaio del 2024 Noboa a causa del conflitto armato interno ha dichiarato lo stato d’emergenza per “garantire la sovranità nazionale e l’integrità territoriale contro la criminalità organizzata e le organizzazioni terroristiche”. La misura è stata rinnovata più volte, l’ultima in ordine di tempo il 3 gennaio di quest’anno a Quito e in sette province del paese. Bbc, Gk
Poi Noboa è salito sul podio. “Sette mesi fa, il nostro sistema penitenziario è stato messo sotto sequestro e in grave imbarazzo da organizzazioni criminali che hanno trasformato le prigioni in centrali operative”, ha detto. Il nuovo carcere, da ultimare entro dieci mesi, metterà fine a questa vergogna nazionale, ha promesso alla folla il presidente. E Juntas del Pacifico diventerà un posto di ritrovo, ha scherzato, suscitando risatine nervose tra gli abitanti: un posto di ritrovo per gli uomini più pericolosi dell’Ecuador.
Mentre parlava, da una collina vicina sono risuonate delle urla. Noboa ha fatto una smorfia quando le voci sono diventate più forti. I manifestanti portavano cartelli dipinti su lenzuola strappate. “No al carcere”, dicevano. La polizia è avanzata per fermare la protesta e Noboa ha concluso il discorso. Dietro di lui si sono messe in moto un paio di escavatrici. Gli operatori hanno fatto oscillare avanti e indietro i loro bracci, poi hanno affondato nel terreno le benne mentre gli altoparlanti trasmettevano musica dance e i fumi di scarico invadevano il palco. Quando l’elicottero di Noboa è partito ho rintracciato una delle manifestanti. Come molti abitanti di Juntas del Pacifico, Carola Cabrera Villón, che lavora nel sociale, è di origini native. Si opponeva alla costruzione del nuovo carcere non solo perché secondo lei non risolverà i problemi dell’Ecuador – per tre anni ha lavorato come volontaria nelle prigioni di Guayaquil, che definisce “inumane” – ma anche perché lo considera un progetto “coloniale” nei suoi obiettivi. Noboa stava affidando a una zona prevalentemente indigena dell’Ecuador il compito di contenere la criminalità che ha devastato gran parte del paese.
“Tutti i problemi che vedete a Guayaquil arriveranno qui”, mi ha detto. “Sembra di essere dentro a un incubo”. Poi c’è la questione dell’impatto ambientale. La prigione di Santa Elena sarà a chilometri di distanza da Juntas del Pacifico, in un appezzamento di giungla di proprietà della famiglia di Villón. Il governo, si era appropriato della terra senza il loro consenso: “Si sono rifiutati di rispondere alle nostre domande su cosa stava succedendo”, mi ha detto Villón.
Quello stesso pomeriggio, insieme a lei e ad altri attivisti, sono andato in auto nel luogo scelto per la costruzione del carcere. Abbiamo sobbalzato su una stretta strada sterrata che porta in una foresta pluviale intatta, dove ci sono uccelli esotici di tutti i tipi. Dopo mezz’ora abbiamo raggiunto il posto. Qualunque tentativo di completare il carcere di massima sicurezza nei tempi previsti, secondo il piano di Noboa entro la primavera di quest’anno, richiederebbe sforzi e manodopera straordinari. Bisognerebbe spianare ettari di giungla, asfaltare una strada, collegare l’elettricità, trasportare decine di migliaia di tonnellate di cemento e tondini di ferro.
Ho guardato Villón e gli altri mentre facevano il poco che gli era possibile per esprimere la rabbia contro il piano del governo, scrivendo “No cárcel” su alcuni ceppi d’albero con una bomboletta spray blu. Dopo un’ora siamo risaliti in macchina per raggiungere Guayaquil, a due ore di distanza verso est. Mentre calava la sera e la nostra auto si avvicinava al porto, la persona che guidava si è voltata verso di me. “Mentre il presidente Noboa teneva il suo discorso, alcuni affiliati delle bande criminali andavano in giro per Juntas del Pacifico”, ha detto. “Volevano comprare delle proprietà in paese”. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1597 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati