Tra qualche decennio ripenseremo agli anni venti del secondo millennio e ci interrogheremo sull’ondata di leader di estrema destra maschilisti, razzisti ed egocentrici che ha travolto gli Stati Uniti e vari paesi dell’America Latina. Questi uomini giocano sulle paure di popolazioni colpite da crisi economiche e sociali e dall’insicurezza legata al narcotraffico. Donald Trump negli Stati Uniti, Javier Milei in Argentina e Jair Bolsonaro in Brasile hanno in comune i danni enormi fatti ai rispettivi paesi.
Eppure non solo trovano imitatori, ma a volte cercano di riconquistare il potere con ogni mezzo. È il caso dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, condannato nel 2025 a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato alla fine del suo mandato. Dagli arresti domiciliari, vuole rimettere le mani sul paese attraverso il figlio Flávio, candidato alle elezioni del 4 ottobre contro il presidente uscente Lula da Silva.
Fino a pochi mesi fa i brasiliani non prendevano affatto sul serio Flávio Bolsonaro, un avvocato di 45 anni. Ma a forza di promettere violenza per combattere la criminalità organizzata e di corteggiare la chiesa evangelica, il primogenito di Bolsonaro è riuscito a suscitare grandi entusiasmi tra la gente e al momento potrebbe anche superare Lula.
Il fatto che abbia coltivato legami con le milizie armate e si sia appropriato di fondi pubblici non ha minimamente importanza per i suoi sostenitori. In questa tragicommedia politica sembrava mancare solo la matrigna. In realtà ce n’è una: è Michelle, terza moglie di Jair e incarnazione del fondamentalismo religioso delle donne di estrema destra. Era pronta a estromettere Flávio dalla scena politica, prima che Jair fischiasse la fine dei litigi. Purtroppo non è una telenovela: questo trio minaccia il futuro di un paese di 214 milioni di abitanti. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati