I cani che vivono intorno alla centrale nucleare di Černobyl, in Ucraina, sono geneticamente diversi da quelli che vivono un po’ più lontano. È emerso da uno studio, pubblicato di recente su Science Advances, sugli effetti a lungo termine dell’esposizione alle radiazioni.

Dopo l’esplosione del 1986 gli abitanti della zona furono trasferiti e gli animali domestici che dovettero abbandonare furono abbattuti dalle autorità nel tentativo di contenere la diffusione della contaminazione radioattiva. Alcuni, però, riuscirono a evitare la cattura e in seguito furono accuditi dai lavoratori impegnati nelle operazioni di decontaminazione. Secondo le stime, all’interno e nei dintorni di quel che resta della centrale vivono più di ottocento discendenti di quei cani.

Per comprendere gli effetti dell’enorme quantità di radiazioni emesse, Elaine Ostrander e Gabriella Spatola, insieme ai colleghi del National human genome research institute di Bethesda, nel Maryland, Stati Uniti, hanno prelevato campioni di sangue da 302 cani della zona e sequenziato i loro genomi. La raccolta è avvenuta tra il 2017 e il 2019, prima dell’invasione russa dell’Ucraina.

Dei cani esaminati, 132 vivevano negli immediati dintorni della centrale (nelle strutture in cui era stoccato il combustibile nucleare esausto, nella vicina stazione ferroviaria o nei boschi circostanti), 154 erano randagi della cittadina di Černobyl, un centro per lo più abbandonato a quindici chilometri dalla centrale, e sedici erano randagi di Slavutyč, un centro più popolato e meno esposto alle radiazioni, a quarantacinque chilometri dalla centrale. I ricercatori hanno poi confrontato i loro genomi con quelli di più di duecento cani che si sono riprodotti liberamente in altre zone dell’Ucraina e in dodici stati vicini.

Tre ipotesi

I genomi dei cani che vivevano negli immediati dintorni della centrale e nella cittadina di Černobyl erano molto diversi da quelli dei cani di Slavutyč, delle altre regioni ucraine e degli altri stati. Non è ancora chiaro se si tratti di un’alterazione provocata dalle radiazioni, della conseguenza di trentasette anni di endogamia dovuta al relativo isolamento o se alcuni esemplari con specifici tratti genetici siano sopravvissuti trasmettendo poi i loro geni.

“Individuare e distinguere le varie popolazioni di cani costituiva l’indispensabile primo passo per poter procedere alla fase successiva dello studio, che intraprenderemo presto: capire come hanno potuto i cani di Černobyl sopravvivere in un ambiente reso ostile da radiazioni, basse temperature e scarsità di cibo”, dice Ostrander.

Tutti i cani esaminati erano incroci di varie razze, ma i ricercatori hanno scoperto che quelli della centrale e di Černobyl erano geneticamente affini ai pastori tedeschi, segno che probabilmente discendevano da loro. “Possiamo quindi usare i pastori tedeschi di altri luoghi per studiare le caratteristiche genetiche dei cani di Černobyl”, spiega Spatola.

Per cercare le prove di alterazioni genetiche il team confronterà i genomi anche con quelli degli esemplari conservati nei musei.

I risultati dello studio potrebbero servire a individuare varianti genetiche che aumentano la resistenza ai tumori o favoriscono lo sviluppo di difese contro l’esposizione alle radiazioni, sia per chi resta sulla Terra sia per chi viaggia nello spazio, dove i livelli di radiazione sono più alti, spiegano i ricercatori.

“Un disastro nucleare di questa portata è avvenuto solo una volta nella storia, e speriamo che non si ripeta, quindi è importante imparare tutto il possibile”, conclude Ostrander. ◆ sdf

Questo articolo è uscito sul numero 1502 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati