Sappiate che per ogni notizia che leggete su un’azione terroristica dei coloni, l’equivalente ebraico del Ku klux klan compie decine di altri atti di aggressione, intimidazione e prepotenza, mentre l’esercito israeliano lo protegge. Sappiate che queste incursioni di uomini con il volto coperto sono parte di un piano articolato. Il loro obiettivo finale è una terra dove fare piazza pulita dei palestinesi. C’è un filo diretto tra gli eventi di oggi e l’appropriazione violenta delle terre palestinesi compiuta dai coloni negli anni novanta e nei primi anni duemila. Allo stesso modo c’è una connessione tra l’apatia di allora e il fatalismo di oggi, come se questi violenti fossero uno sciame biblico di locuste e noi israeliani fossimo impotenti contro di loro.

Ricordate che dietro ogni uomo mascherato, con armi e tzitzit [le tipiche frange intrecciate indossate dagli ebrei osservanti] c’è una società calorosa e amorevole, fatta di consigli comunali delle colonie, rabbini, assistenti sociali e sinagoghe. Il suo caloroso abbraccio si presenta sotto forma di donazioni in denaro e bestiame, acqua e supporto logistico, che permettono a centinaia di mele marce di trarre piacere dalle violenze contro anziani, giovani e bambini, per poi occupare abusivamente le loro terre e invadere le case delle persone che hanno espulso.

L’equivalente ebraico del Ku klux klan spera in una reazione palestinese alla sua violenza così da poter portare avanti una campagna di uccisioni di massa in Cisgiordania

Non dimenticate che dietro ogni attacco, ogni atto di devastazione o furto di bestiame ci sono poliziotti che non si degnano di rispondere alle richieste di aiuto dei palestinesi e soldati che accorrono sulla scena per arrestare le vittime degli attacchi e partecipare al loro pestaggio o alle uccisioni. E dietro tutto questo c’è un sistema giudiziario fatto di magistrati e pubblici ministeri che non hanno mai saputo, visto né sentito quello che succedeva intorno a loro, e nel frattempo hanno legalizzato gli insediamenti. Se ne stanno seduti a casa a piangere (o forse no) per le sorti della democrazia israeliana, ma si accontentano della sua parte ebraica, soddisfatti dei loro nipotini.

Ogni comunità di pastori palestinesi espulsa da queste oscure forze ha lottato per decenni contro il divieto di vivere dignitosamente messo in atto dai governi israeliani. Ma sono stati i funzionari dell’amministrazione civile israeliana a preparare gli ordini di demolizione per ogni nuova tenda o casa ristrutturata, ogni nuovo allaccio all’acqua o all’elettricità. Sono stati sempre loro a firmare le sanzioni per chi commetteva il reato di trasportare acqua in un’autocisterna, o di portare al pascolo il bestiame. Questi ex funzionari se ne stanno seduti nelle loro case a piangere (o forse no) per le sorti della democrazia israeliana, ma poi sono orgogliosi dei figli che prestano servizio nell’esercito che uccide palestinesi e libanesi.

Mentre ogni israeliano beve una birra, lavora alla ricerca che studia l’impatto dei cambiamenti climatici, mentre pianifica un viaggio a Roma, sceglie quale anguria comprare, mentre fa il suo abbonamento ai mezzi pubblici o si arrabbia con il suo capo, intorno a lui sta succedendo proprio quello che non vuole sapere. In ogni istante, anche se i nostri mezzi d’informazione israeliani evitano di raccontarlo e il mondo si preoccupa di altro, il governo di Tel Aviv continua la sua guerra a Gaza. O meglio, in circa un terzo dei 365 chilometri quadrati della Striscia dove lo stato che rappresenta le vittime dell’Olocausto ha ammassato due milioni di morti viventi.

I morti viventi camminano per chilometri tra mucchi d’immondizia e pozzanghere di liquami per portare a casa un po’ d’acqua. Avanzano su un paio di stampelle e una gamba mutilata per ritirare un buono del Programma alimentare mondiale e portano le figlie in un ambulatorio improvvisato, sperando che lì qualcuno sappia cosa fare contro pulci, zecche e morsi dei ratti. Mentre suonano, scrivono poesie o piantano menta e fagioli tra le tende, i loro cari scomparsi gridano da sotto terra. E nel frattempo i vivi continuano a essere massacrati dalle bombe.

Fingete pure di stupirvi: l’equivalente ebraico del Ku klux klan spera in una reazione palestinese alla sua violenza così da poter portare avanti una campagna di uccisioni di massa in Cisgiordania, e infine un’operazione di deportazione dei superstiti in Giordania, Siria o Libano. Il Klan bianco-azzurro sa che i palestinesi sono spaventati e arrabbiati. Entrambe le loro leadership non elette sono interessate solo alla propria sopravvivenza. Ma nessun paese ha dato a Israele l’ultimatum necessario a fermare i pogrom.

Il Ku klux klan ebraico aspetta solo che qualche palestinese che non riesce a sopportare l’impotenza di fronte a tanta malvagità riceva armi, soldi e assistenza dall’Iran per vendicarsi contro lo stato ebraico. A quel punto la maggioranza della popolazione israeliana si unirà agli eroi del Ku klux klan e all’esercito, che commetterà la maggior parte delle uccisioni e delle deportazioni perché, dopo tutto, siamo stati attaccati. Siamo noi le vittime. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati