Il nuovo ordine mediorientale non è ancora chiaro. La regione attraversa una fase di assestamento, segnata dalla parziale ritirata degli Stati Uniti, dal ritorno della Russia, dalla decadenza degli stati arabi e dall’esasperazione della rivalità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Nel 2018 il panorama ha cominciato a farsi più chiaro. Le potenze regionali hanno preso il sopravvento e le milizie si sono indebolite. La Siria è al centro di questa rivalità tra potenze, che ha dato il tono a un anno che potremmo riassumere così: la pax americana non esiste più, quella putiniana prende piede ma ha dei limiti, quella iraniana non è accettata da nessuno e quella turca somiglia a un mito del passato. Israele ha altre priorità, mentre gli arabi sono sempre più emarginati nella loro regione. Ma cerchiamo di fare un bilancio più dettagliato dell’anno appena finito.
Il parziale ritiro degli Stati Uniti dalla regione era stato avviato già da Barack Obama, ma sta subendo un’accelerazione per volontà di Donald Trump, che non nasconde il suo disinteresse per il Medio Oriente. Il presidente statunitense non vuole giocare al gendarme, con buona pace dei suoi migliori alleati, Israele e Arabia Saudita. L’annuncio del ritiro dei soldati dal nordest della Siria è un gesto simbolico e dovrebbe far ricredere gli opinionisti che prevedevano un’offensiva statunitense contro l’Iran. Trump vuole mettere in ginocchio Teheran con le sanzioni, ma non è disposto a lanciarsi in una nuova avventura né a impedire l’apertura del corridoio iraniano che collegherà Teheran al Mediterraneo.
Nel 2018 la politica statunitense nella regione è sembrata più incoerente, o meglio più “trumpiana”, che mai. Washington non ha né una prospettiva globale né una strategia
Nel 2018 la politica statunitense in Medio Oriente è apparsa più incoerente, o meglio più “trumpiana”, che mai. Washington non sembra avere né una prospettiva globale né una strategia, e si accontenta di difendere gli interessi dei suoi due alleati o di privilegiare le azioni unilaterali e precipitose.
La Russia è senza dubbio la vincitrice dell’anno in Medio Oriente. L’orso russo è tornato ed è capace di parlare a tutti i governi della regione, facendo crescere la propria influenza in diversi paesi (Siria, Libano, Egitto). In Siria Mosca è ormai arbitra di tutte le divergenze. L’opposizione, i curdi, la Turchia, Israele e perfino gli arabi del Golfo devono passare dai russi per intervenire nel paese. La Russia fa da tampone tra israeliani e iraniani e tra turchi e curdi. La forza di Mosca in Medio Oriente dipenderà proprio dalla sua capacità di continuare a soddisfare tutte le parti in causa e di stabilizzare la situazione sul campo. Un’impresa non facile, soprattutto a lungo termine.
L’Iran è il grande sconfitto del 2018. La sua forza si è scontrata con una serie di muri. L’economia, già in seria difficoltà, è asfissiata dal ritorno delle sanzioni statunitensi innescate dall’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare. Teheran non ha più i mezzi per finanziare la sua politica regionale, come testimoniano le proteste sul fronte interno. La sua ingerenza in Iraq è contestata da una parte della popolazione, mentre la sua presenza in Siria non è accettata dalle potenze esterne al conflitto. L’Iran può cercare di resistere e aspettare l’uscita di scena di Trump, contando sulle incoerenze dell’alleanza antiraniana tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita.
Dopo una fase di relativo declino, la Turchia ha ripreso una traiettoria ascendente nella regione grazie al suo intervento militare in Siria. Con l’eventuale ritiro degli Stati Uniti, Ankara intravede un doppio sogno: annientare la minaccia curda alla frontiera e conquistare una zona d’influenza nel nord della Siria. Ma dovrà gestire l’ambivalenza della sua posizione di madrina dei ribelli e di partner della Russia e dell’Iran, sia a Idlib sia nel nord della Siria.
Israele ha accelerato il suo piano per impedire all’Iran d’installarsi in Siria, con decine di attacchi che hanno colpito perfino le forze russe nel paese vicino. Israele non ha inviato i soldati sul campo e ha preferito gestire la minaccia iraniana con interventi aerei e attraverso i negoziati con Mosca. Tuttavia la politica israeliana in Siria dipende sempre più da Mosca, con cui i rapporti sono complicati, e non basta a estromettere gli iraniani dal paese.
Ancor più che negli anni precedenti, l’Arabia Saudita sembrava il simbolo dell’emarginazione degli arabi, esclusi addirittura dal tavolo del negoziato sulla Siria. Ora però l’apertura dell’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti a Damasco, che sarà seguita dall’apertura dell’ambasciata saudita, testimonia una volontà di tornare in gioco e alimenta la speranza di contenere l’influenza iraniana nel paese. Nel 2018 l’Arabia Saudita ha teso la mano a Damasco, promettendo una normalizzazione dei rapporti in cambio del ritiro degli iraniani. Il problema è che Riyadh sembra avere sempre meno da offrire, con un libretto degli assegni che si è assottigliato, una reputazione intaccata dalla vicenda Khashoggi e una politica estera incentrata prima di tutto sullo Yemen. ◆ as
Questo articolo è uscito sul quotidiano libanese L’Orient-Le Jour.
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati





