Ci sono vari motivi per cui a 43 anni non ho ancora imparato a guidare. Uno di questi è la mia goffaggine. Il più delle volte non sono neppure in grado di camminare dritta, quindi non credo sia una buona idea mettermi alla guida di un veicolo da due tonnellate.

Un altro motivo è che ho fatto la mia prima lezione di guida a Beirut, in Libano, e quell’esperienza mi ha segnata a vita. L’auto cadeva a pezzi, gli automobilisti libanesi non rispettano il codice della strada e la lezione era in arabo, una lingua che io parlo pochissimo. Dopo che avevo svoltato immettendomi contromano in una strada molto trafficata, il mio istruttore mi fece scendere gridandomi contro. Non capivo esattamente cosa mi stesse urlando, ma non era niente di buono.

I libanesi non sono nati con la scorza più dura degli altri. Quando perdono i propri figli non soffrono meno degli europei

Nonostante questo episodio infelice il Libano, caotico, bellissimo, unico, ha sempre un posto speciale nel mio cuore. Quando avevo 18 anni i miei genitori si trasferirono a Beirut per diversi anni e io andavo regolarmente a trovarli. Visitavamo le rovine antiche di Baalbek, le cantine vinicole della valle della Beqaa, mangiavamo man’ush tra le montagne. Partecipavamo a trekking organizzati, dove puntualmente si presentava qualche donna elegante con i tacchi, truccata e con il naso rifatto (i libanesi prendono molto sul serio la cura personale e la chirurgia estetica).

La situazione non era mai del tutto tranquilla. Una volta d’estate, tornando a casa dopo una nuotata, mia madre scampò per un pelo all’esplosione di un’autobomba piazzata per uccidere un politico. Nel 2006 a causa della guerra tra Libano e Israele i miei genitori rimasero bloccati per mesi all’estero. Nel 2008 ci furono un paio di giorni di scontri, che costrinsero mia madre e mia sorella a rimanere chiuse in casa.

Ma tutto sommato quello fu un periodo relativamente positivo; c’erano investimenti, turismo, speranza. Nel gennaio 2009 il New York Times mise Beirut in cima alla lista dei posti da visitare quell’anno. Con l’apertura di alberghi e ristoranti di lusso, scriveva il giornale, “la capitale del Libano è pronta a riappropriarsi della sua fama di ‘Parigi del Medio Oriente’”.

Probabilmente vi è già capitato di sentire questa frase stupida: quando un autore vuole comunicare al pubblico occidentale che Beirut non è un luogo remoto e arretrato, ma una città reale abitata da persone reali, ricorre a questo cliché. È imbarazzante e orientalista, ma è anche efficace. E forse avrei dovuto adottarlo io stessa, perché quello che sto tentando di dire qui, con i miei tuffi tra i ricordi, è che Beirut non è fondamentalmente diversa da Parigi. Le persone che vivono in Libano, o più in generale in Medio Oriente, non sono nate con la scorza più dura delle altre. Quando piangono la perdita dei propri figli non soffrono meno degli europei. Hanno forse più esperienza delle guerre, ma questo non significa che i bombardamenti le lascino indifferenti.

In molti invece sembrano convinti del contrario. L’idea che le persone non bianche abbiano un’innata assuefazione all’orrore si è mostrata pienamente nel 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Allo scoppio della guerra un giornalista della Cnn denunciava con orrore il fatto che tutto ciò stesse accadendo a persone “civilizzate”, persone che, come scrisse il Telegraph, “guardano Netflix” e “ci somigliano così tanto”. Poi a marzo di quest’anno, quando un giornalista ha chiesto a Donald Trump se fosse favorevole a una potenziale invasione del Libano, il presidente ha risposto raccontando che secondo un suo amico libanese “negli anni si sono abituati a essere bombardati”.

L’Unicef stima che dal 2 marzo al 13 maggio sono stati uccisi in media quattordici bambini al giorno, molti dei quali durante il cosiddetto cessate il fuoco. Questa non è una strada per la pace

Questa idea bizzarra potrebbe essere una delle ragioni per cui gran parte del mondo oggi sembra fare spallucce davanti alla situazione attuale. Per favore, però, non liquidate quello che sta succedendo come l’ennesima guerra in una regione perennemente dilaniata dai conflitti. Perché c’è molto di più: in Libano si sta mettendo in atto lo stesso copione di Gaza.

Interi villaggi del sud sono stati cancellati dalle mappe. Il governo israeliano dichiara di voler controllare una “zona di sicurezza” che si estende per trenta chilometri in territorio libanese. Alcuni esponenti del governo di Tel Aviv, compresi il ministro delle finanze Bezalel Smotrich e il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, chiedono un ulteriore ampliamento della campagna militare. Il ministro della difesa Israel Katz ha invocato l’occupazione a tempo indeterminato di un’area del Libano meridionale, stabilendo il confine di Israele sul fiume Litani e costringendo 600mila persone ad andarsene.

Si può dire che Hezbollah, fondato dopo la sanguinosa invasione israeliana del Libano nel 1982 e fortificato dai successivi diciotto anni di occupazione del sud, non abbia le sue colpe? Certo che no: questa milizia sostenuta dall’Iran ha lanciato migliaia di razzi verso il nord di Israele. Ma, al pari di quanto avvenuto a Gaza, la reazione di Israele va ben oltre l’autodifesa. Quasi ogni giorno avvengono sospetti crimini di guerra. I bombardamenti aerei colpiscono continuamente le infrastrutture sanitarie e sembrano prendere di mira il personale medico con i cosiddetti attacchi double-tap (che consistono nel bombardare lo stesso punto a distanza di pochi minuti, per uccidere anche i soccorritori).

Alcuni osservatori esperti, tra cui Human rights watch, riferiscono di aver documentato l’uso di fosforo bianco in zone civili. Il Libano ha accusato Israele di ecocidio. L’Unicef stima che dal 2 marzo al 13 maggio sono stati uccisi in media quattordici bambini al giorno, molti dei quali durante il cosiddetto cessate il fuoco. Questa non è una strada per la pace, è una traiettoria che porta al fallimento dello stato e a un ciclo di vendetta senza fine.

Nulla può giustificare quello che Israele sta facendo in Libano. Fatevi questa domanda: se Israele bombardasse un edificio residenziale a Parigi affermando, senza prove, che nei suoi scantinati ci sarebbe del denaro di Hezbollah, vi indignereste? Perché questo è esattamente quello che ha fatto Israele a Beirut a marzo, distruggendo un palazzo di undici piani abitato da ingegneri, medici e insegnanti, sulla base di accuse non confermate su un presunto deposito clandestino di denaro. Nessuno è rimasto ucciso, ma chi viveva in quell’edificio ha perso tutto.

I miei genitori hanno ancora il loro appartamento a Beirut; adesso non sono lì, ma ospitano alcuni amici. Quando telefono a una delle nostre vicine di casa, una signora settantenne che qui chiamerò D, e le chiedo come sta ho l’impressione che sia molto provata da questa situazione. E lei è fortunata: il costo dei prodotti alimentari è diventato proibitivo per molte persone, mentre lei può ancora permettersi di mangiare. Mancano l’acqua, l’elettricità, il carburante, ma se la cava. La signora D e suo marito sentono a tutte le ore il ronzio dei droni israeliani.

In Libano più di un milione di persone, circa il 20 per cento della popolazione, sono sfollate. La loro sofferenza non terminerà con la fine della guerra, perché non hanno un posto dove tornare. Il nostro quartiere è pieno di sfollati, dice D. Alcuni vivono in scuole trasformate in rifugi, altri sono ospitati da amici. Ma in tanti rimangono senza un tetto, perché Israele ha instillato nelle persone la paura del proprio vicino. Nel sud l’esercito di Tel Aviv avrebbe esortato le comunità cristiane e druse a non dare ospitalità ai musulmani sciiti. Così oggi molte persone hanno paura di affittare le proprie case agli sciiti, spiega D, perché l’edificio potrebbe essere colpito.

“Sai di cosa ho più paura? Di una guerra civile”, mi dice D. “Temo che le persone si mettano le une contro le altre. Non so quanto può reggere la situazione”. D non è l’unica ad avere paura. Alcuni avvertono che la collera nei confronti di Hezbollah per la sua decisione di entrare in guerra con Israele, trascinando con sé tutto il Libano, potrebbe provocare nuovi conflitti interni, e Tel Aviv potrebbe voler fomentare questo scenario perché ne trarrebbe vantaggio.

Forse un giorno riuscirò a tornare in Libano, ma il mio ritorno sarà incompleto, perché tanti luoghi della mia memoria sono ridotti in macerie. Però vedere spazzati via frammenti di passato non è niente in confronto al subire la distruzione del proprio futuro. “Mi dispiace”, dico alla signora D, preoccupandomi di averla turbata con la mia telefonata. “Non so cosa dire”. Lei sospira: “Non c’è più niente da dire”. ◆ fdl

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano The Guardian.

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati