Uno degli aspetti peggiori del conflitto in Ucraina è la nostra impotenza di fronte all’aggressione russa. Certo, stiamo imponendo sanzioni alla Russia e, certo, questo potrebbe prima o poi ostacolare Putin. Ma il leader russo ha fatto la sua mossa sapendo che non avremmo potuto affrontarlo in Ucraina, e sapendo che la sua minaccia di usare le armi nucleari renderà difficile farlo ovunque. Questo, però, non significa che non ci siano modi per ridimensionare drasticamente il suo potere. Uno, in particolare: abbandonare il petrolio e il gas.

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Questa non è una guerra per il petrolio e il gas, come potrebbero essere definite troppe disavventure statunitensi in Medio Oriente. Ma è una guerra finanziata dal petrolio e dal gas, una guerra in cui il petrolio e il gas potrebbero diventare l’arma più importante, una guerra in cui non ci possiamo impegnare totalmente perché siamo ancora dipendenti dal petrolio e dal gas. Se vogliamo schierarci con gli ucraini, dobbiamo trovare un modo per schierarci contro il petrolio e il gas.

La Russia ha un’economia ridicola: per verificarlo basta che guardiate dentro casa vostra e vediate quante delle cose che usate sono state fabbricate all’interno dei suoi confini. Oggi il 60 per cento delle sue esportazioni è costituito da petrolio e gas, che le forniscono il denaro per alimentare la macchina militare.

Insieme alle sue forze armate, il controllo delle forniture di petrolio e gas è il principale strumento a disposizione della Russia. Mosca ha più volte minacciato di interrompere il flusso di idrocarburi verso l’Europa occidentale. Quando i tedeschi hanno bloccato il gasdotto Nord stream 2, l’ex presidente russo Dmitri Medvedev, ha detto: “Benvenuti nel nuovo mondo in cui gli europei dovranno presto pagare duemila euro per mille metri cubi di gas!”. Evidentemente pensa che se dovranno spendere il doppio per riscaldare le case, gli europei saranno costretti a cedere.

Anche il governo statunitense è vincolato dal petrolio e dal gas. Washington ha chiarito che nonostante le sanzioni non vuole interrompere del tutto le esportazioni di petrolio russo, per paura di far salire i prezzi della benzina e quindi indebolire la sua posizione.

Questo è il momento di ricordarci che negli ultimi dieci anni scienziati e ingegneri hanno ridotto drasticamente il costo dell’energia solare ed eolica, al punto che ormai sono le fonti di energia più economiche sulla Terra. Il primo motivo per impiegarle immediatamente è scongiurare la crisi esistenziale costituita dal cambiamento climatico, il secondo è impedire che nove milioni di persone all’anno muoiano per aver respirato i particolati prodotti dall’uso dei combustibili fossili. Il terzo motivo – e forse il più convincente per spingere i nostri leader ad agire – è che in questo modo ridurremmo drasticamente il potere di autocrati, dittatori e criminali.

Immaginate un’Europa basata sull’energia solare ed eolica, in cui le auto sono alimentate dall’elettricità prodotta nel continente e le case sono riscaldate da pompe di calore elettriche. Quell’Europa non finanzierebbe la Russia e ne avrebbe molto meno paura: potrebbe imporre ogni tipo di sanzione e mantenerla in vigore per tutto il tempo necessario. Immaginate un’America in cui il costo della benzina non sia un detonatore politico, perché se qualcuno avesse bisogno di possedere un fuoristrada per sentirsi abbastanza virile, quel fuoristrada funzionerebbe con l’elettricità proveniente dal sole e dal vento. Ci vorrebbe un genio più malvagio di Vladimir Putin per capire come imporre un embargo sul Sole.

Turchia
Le ambiguità di Ankara

La Turchia si trova in una posizione scomoda di fronte al conflitto ucraino e ha inviato segnali contrastanti sulla sua posizione, scrive Fehim Taştekin su Al Monitor. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, che ha fatto infuriare Mosca stringendo rapporti militari con Kiev e vendendogli droni da combattimento, ha chiesto alla Nato di agire in modo più deciso, ma ha anche sottolineato la necessità di mantenere i suoi rapporti con la Russia.

Lo stretto legame tra Erdoğan e Vladimir Putin e l’acquisto dei sistemi anitimissile russi S400 hanno complicato i rapporti tra la Nato e la Turchia negli ultimi anni, ma quando la Russia ha invaso l’Ucraina il presidente turco ha dichiarato che avrebbe seguito la linea della Nato. Anche se ha chiesto misure più decise, però, Erdoğan non ha partecipato al vertice d’emergenza dell’alleanza atlantica. Inoltre la Turchia si è astenuta nel voto sulla sospensione della Russia dal Consiglio d’Europa.

Ankara si trova di fronte a un dilemma per quanto riguarda gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, che collegano il mar Nero al Mediterraneo. La Turchia è responsabile della gestione degli stretti in base alla convenzione di Montreux del 1936. L’Ucraina ha chiesto ad Ankara di vietare il passaggio alle navi russe, ma le autorità marittime turche hanno confermato che gli stretti restano aperti.

Le ambiguità di Erdoğan sono dovute anche a considerazioni di ordine economico, come dimostra il fatto che il 24 febbraio, quando l’invasione è cominciata, la lira turca è crollata più del rublo. La Russia fornisce il 40 per cento del gas consumato dalla Turchia e il 25 per cento del petrolio. Il 66 per cento delle importazioni turche di grano vengono dalla Russia e il 18,5 per cento dall’Ucraina. I russi stanno costruendo la prima centrale nucleare turca, e per Erdoğan sarebbe un disastro se il progetto saltasse, dato che le bollette dell’elettricità sono già raddoppiate o triplicate e l’anno prossimo ci sono le elezioni.


Riconversione lampo

Non stiamo parlando di nuove tecnologie: esistono già, stanno crescendo e potrebbero essere sviluppate rapidamente. Dopo che Hitler invase i Sudeti, gli Stati Uniti riorganizzarono il loro sistema industriale per costruire carri armati, bombardieri e navi da guerra. A Ypsilanti, nel 1941, il più grande impianto industriale del mondo fu costruito nel giro di sei mesi e in poco tempo avrebbe sfornato un bombardiere B24 ogni ora. Un bombardiere è una macchina complessa composta da più di un milione di pezzi. Al confronto, una turbina eolica è relativamente semplice.

Solo nel Michigan (“L’arsenale della democrazia”), una fabbrica di radiatori fu riconvertita per produrre venti milioni di elmetti d’acciaio, e una fabbrica di gomma fu riconvertita per produrre le fodere di quegli elmetti. L’azienda che confezionava il tessuto per i cuscini dei sedili della Ford cominciò a produrre paracadute. Pensiamo che sia al di là delle nostre capacità produrre rapidamente i pannelli solari e le batterie necessarie a mettere fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili?

Certo non è facile. Tra le altre cose, la Russia possiede buona parte di alcuni dei minerali necessari per le energie rinnovabili, come il nickel. Ma anche in questo caso è utile ricordare l’esempio della seconda guerra mondiale: quando la Germania e i suoi alleati presero il controllo di materie prime come la gomma, si trovò rapidamente il modo per produrre in massa dei sostituti.

Non solo la Russia

È vero che potremmo generare energia a emissioni zero anche con il nucleare, a patto di essere disposti a pagare il pesante prezzo di quella tecnologia, e in questo momento la Germania probabilmente sta rimpiangendo la sua decisione di chiudere in fretta e furia i suoi reattori dopo l’incidente di Fukushima. Ma se pensiamo a quello che sta succedendo in Europa, ci viene in mente un altro dei vantaggi delle energie rinnovabili, e cioè che sono distribuite su ampi spazi. Ci sono molti meno nodi centrali da attaccare con missili e artiglieria: prendere di mira i reattori è abbastanza facile, ma girare l’Europa per distruggere i pannelli solari uno per uno è un’idea ridicola.

Al momento, la lobby del petrolio sta usando la guerra in Ucraina come pretesto per cercare di espandere la sua influenza: la governatrice del South Dakota, per esempio, ha affermato che lo stop all’oleodotto Keystone xl tra il Canada e gli Stati Uniti ha rafforzato Putin, e l’American petroleum institute ha chiesto di autorizzare nuove perforazioni petrolifere. Ma è assurdo: fino alla fine di quest’inverno probabilmente l’Europa avrà bisogno delle forniture di gas statunitensi, ma entro il prossimo si dovrà eliminare questo strumento di pressione. Servirà uno sforzo a tutto campo per decarbonizzare prima l’Europa e poi gli Stati Uniti. Ma non è impossibile.

Dovremo farlo in ogni caso, se vogliamo avere qualche speranza di rallentare il cambiamento climatico. E, se vogliamo, possiamo farlo velocemente: in Europa enormi parchi eolici offshore sono stati costruiti in diciotto mesi, e senza la pressione della guerra.

Oggi ci sono persone che muoiono perché vorrebbero vivere in una democrazia e decidere il proprio destino. Ma questa sofferenza deve e può portare a un vero cambiamento. E non solo in Europa. Immaginate di non dovervi più preoccupare di ciò che pensano il re dell’Arabia Saudita o i fratelli Koch. Impegnarsi per il popolo ucraino significa anche impegnarsi a eliminare il petrolio e il gas. ◆ bt

Questo articolo è uscito sul numero 1450 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati