Poco dopo la mezzanotte, tra il 2 e il 3 gennaio, sono cominciati a circolare freneticamente i messaggi: “È successo?”, “Sta succedendo davvero?”. Queste frasi, tra l’incredulità e l’euforia, precedevano i video dell’attacco notturno degli Stati Uniti contro il regime del presidente Nicolás Maduro. Sugli schermi dei cellulari si vedeva uno spettacolo pirotecnico: elicotteri, fuochi d’artiglieria che solcavano il cielo, detonazioni ed esplosioni. Gli improvvisati e terrorizzati reporter che filmavano dalle loro macchine e dalle case identificavano gli obiettivi come installazioni militari strategiche di Caracas. Così, quattro mesi dopo il dispiegamento della marina nei Caraibi, Trump è passato dalle minacce ai fatti. Si era parlato molto di un attacco, ma quasi nessuno credeva che, oltre a neutralizzare la capacità di risposta militare dell’esercito venezuelano, l’obiettivo principale fosse catturare Nicolás Maduro.
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Lui e la moglie Cilia Flores sono stati portati davanti a un tribunale di New York per rispondere alle accuse di narcotraffico, terrorismo, possesso di armi e altri reati. L’azione militare è stata spettacolare e, in apparenza, segna la fine dell’era Maduro. Ma è così che muore la dittatura chavista? Oppure siamo di fronte all’inizio di una fase di resistenza che potrebbe sfociare nel caos e nella violenza in Venezuela?
Il tono trionfalistico di Trump non risponde a queste domande. Al contrario, ne solleva molte altre e semina una profonda incertezza tra i venezuelani. La situazione è preoccupante.
Pochi cittadini saranno tristi nel vedere Maduro dietro le sbarre. Ma il sollievo non cancella un fatto innegabile: quello che è successo è un’aggressione contro uno stato sovrano. Si è imposta una logica di realpolitik che mette fine al vecchio modo di agire del chavismo e stabilisce nuove regole di potere. La domanda è se aprirà la strada a una transizione democratica o se, al contrario, inaugurerà un protettorato statunitense sul Venezuela.
Se c’è una cosa che Trump ha messo bene in chiaro quando ha spiegato l’operazione Absolute resolve è che il potere militare degli Stati Uniti è travolgente, “oscuro e letale”, ed è in grado di agire con una precisione chirurgica. Trump è stato altrettanto inequivocabile nell’annunciare che la vetusta dottrina Monroe tornerà a guidare l’azione statunitense nell’emisfero e che, sotto la sua guida, tutto il continente sarà di nuovo degli americani, cioè degli statunitensi. E ha aggiunto, senza mezzi termini, che gli Stati Uniti governeranno il Venezuela e prenderanno il controllo della sua industria petrolifera. Per chi ha ascoltato il suo discorso, il messaggio è chiaro. L’attacco al chavismo va oltre il Venezuela: siamo di fronte a una nuova fase dell’egemonia statunitense in America Latina, esercitata con il pugno di ferro e con un inconfondibile tanfo di vecchio colonialismo.
Trump ha dimostrato di poter fabbricare una realtà a suo piacimento
Ma nello spiegare come sarà governato il Venezuela, Trump ha lasciato delle lacune critiche. Anche se la vicepresidente Delcy Rodríguez eserciterà la funzione di presidente ad interim e Washington si coordinerà con lei, non si capisce come quest’assetto porterà una transizione democratica. Forse Trump pensa che sostituire completamente il chavismo in questo momento non sia la strategia migliore, per non ripetere la profonda frattura che si verificò in Iraq dopo la messa al bando del partito Bath di Saddam Hussein. Ma di fatto non segue nessuna tabella di marcia per la transizione.
In altre parole, sebbene Trump abbia annunciato che il suo governo eserciterà un controllo imperiale sul Venezuela – tutelandone il potere politico e amministrandone il petrolio (che rappresenta più del 90 per cento delle entrate dalle esportazioni) – ha evitato di impegnarsi in un cambio di regime e nella assai discussa ricostruzione, i cui fallimenti in Iraq e Afghanistan sono davanti agli occhi di tutti. Conviene ricordare la frase attribuita a Franklin D. Roosevelt per descrivere il rapporto di Washington con i dittatori latinoamericani nei decenni: “Somoza è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”.
Disprezzo per le urne
Nel suo intervento dopo la conferenza stampa di Trump, Rodríguez inizialmente ha usato il solito tono bellicoso, come se il chavismo si stesse preparando a resistere fino alle estreme conseguenze. È uno scontro di facciata, una messinscena per addolcire la nuova realtà davanti ai suoi sostenitori ed evitare di riconoscere che ha tradito Maduro?
Nel nuovo scenario, con Maduro ormai destituito, la priorità di Trump dovrebbe essere creare le condizioni minime che consentano la governabilità. Rodríguez, nonostante il radicalismo ideologico, potrebbe offrire questa possibilità grazie alla sua lunga esperienza come dirigente del chavismo e al suo pragmatismo. Non è un dettaglio da poco che Diosdado Cabello, il temuto repressore e numero due del regime, sia apparso al suo fianco. Per molti versi, l’allontanamento di Maduro può far comodo alla dirigenza chavista. Da un lato, le permette di mantenere un controllo temporaneo sull’apparato di sicurezza e su alcune strutture chiave del potere, come la corte suprema e l’assemblea nazionale. Dall’altro, può facilitare, nel migliore dei casi, il disarmo di milizie e di altri gruppi armati senza perdere in modo brusco il controllo del territorio. Se questo obiettivo fosse raggiunto, si eviterebbe uno scenario di violenza e anarchia che, con ogni probabilità, porterebbe a un’invasione statunitense su vasta scala. Ma nei prossimi giorni e nelle prossime settimane sarà difficile capire chi governa realmente il Venezuela: se i gerarchi chavisti, Trump o un matrimonio di convenienza tra i due. In ogni caso la sovranità venezuelana è stata sospesa. E questo è un problema che durerà finché il paese non riuscirà a liberarsi dalla subordinazione imposta dal gigante del nord.
Trump ha detto che María Corina Machado non ha il sostegno e il rispetto necessari per guidare la transizione politica. Così ha demolito una narrazione epica che la leader dell’opposizione ha incarnato per anni. È uno schiaffo politico per Machado e un segnale di disprezzo verso la volontà popolare dei venezuelani che hanno sostenuto lei ed Edmundo González Urrutia alle elezioni presidenziali del luglio 2024. Ed è questo l’aspetto più grave, perché lascia irrisolta l’intensa aspirazione maggioritaria di chiudere, una volta per tutte, i 27 anni di distruzione, miseria e solitudine del chavismo.
A quest’ora i proclami cominciano a suonare vuoti. Non è tempo di epica, ma di politica. González, Machado e i loro collaboratori devono agire in fretta per difendere la legittimità conquistata alle urne contro quella che sembra una manovra condivisa tra Trump e il chavismo dell’era post Maduro. Per quanto sembri assurdo, oggi devono non solo far valere il risultato del voto, ma anche ristabilire una sovranità nazionale violata e sottoposta alla tutela di una potenza straniera. Altrimenti rischiano di essere usati come utili idioti e di passare alla storia nel modo più infame. Hanno un compito difficile.
Si fa come dico io
Forse Trump sta cantando vittoria troppo presto. Tuttavia il suo attacco “spettacolare e formidabile” chiarisce bene chi la fa da padrone. Il presidente degli Stati Uniti ha calpestato la sovranità venezuelana, la leadership dell’opposizione e anche le leggi del suo paese, ignorando gli equilibri regionali e internazionali. Trump ha dimostrato in questo modo di poter fabbricare una realtà a suo piacimento, non solo alle spalle dei venezuelani, ma di tutti i latinoamericani, esclusivamente per la sua dottrina America first e del capitalismo del gruppo di compari che lui guida.
Entra così a pieno titolo nella galleria degli uomini forti che segnano il destino dell’America Latina fin dall’ottocento e ridà vita a una delle politiche peggiori degli Stati Uniti: la legge del più forte, quel “qui si fa come dico io” che molti credevano superato e che, paradossalmente, da un quarto di secolo i venezuelani cercano di scrollarsi di dosso a casa loro. ◆ sc
Boris Muñoz è un giornalista venezuelano nato a Caracas nel 1969 . Da qualche anno vive negli Stati Uniti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati