All’inizio dell’anno, mentre la vicenda legata a Jeffrey Epstein dominava il panorama mediatico paralizzando il mondo con storie di corruzione e abusi sessuali commessi da uomini di potere e influenti, un piccolo gruppo di drammaturghe ha sentito la necessità di ribaltare le prospettive e concentrarsi sulle vittime anziché sui carnefici.

Le autrici facevano tutte parte di un gruppo WhatsApp. “Ho lanciato un messaggio”, ricorda Rebecca Lenkiewicz, “chiedendo: ‘Anche voi siete furiose per gli Epstein files e per il fatto che tutto si concentra sugli uomini e il denaro?’. Il problema non erano i fatti, ma il modo in cui se ne occupavano i mezzi d’informazione”. Lenkiewicz, sceneggiatrice del film Anche io sulla battaglia per ottenere giustizia per i crimini commessi dal produttore di Hollywood Harvey Weinstein, conosceva bene il problema.

Quarantacinque autrici

All’appello di Lenkiewicz hanno risposto quarantacinque autrici. “A quel punto ho pensato che si poteva fare qualcosa”. Tre mesi dopo, Lenkiewicz e un gruppo di registe e scenografe si preparano alla prima di uno spettacolo a cui hanno lavorato più di ottanta donne e persone non binarie, che si svolgerà fino al 13 giugno 2026 in 15 ambienti all’interno di un ex edificio per uffici della City di Londra. A pochi giorni dall’esordio dell’11 giugno, i testi non sono ancora definitivi. “Facciamo un teatro di guerriglia, in cui l’arte incontra l’attivismo”, spiega Lucy Morrison, incaricata di coordinare il lavoro. “Anche se nelle nostre conversazioni circolano molte idee, al momento nello spazio fisico non c’è nulla. Ma è comunque emozionante. Ci sono molte artiste che metteranno in scena se stesse e il loro corpo, oltre alle loro idee e al loro lavoro”.

All the rage è un’opera in due parti: la prima invita il pubblico a entrare in una serie di piccole stanze piene di testi, immagini e installazioni, con la possibilità di scrivere le proprie impressioni; la seconda è una rappresentazione teatrale di 50 minuti che Lenkiewicz sta ancora mettendo insieme, interpretata da nove interpreti (di cui otto donne). Parte dell’idea alla base dell’iniziativa è che le partecipanti avrebbero contribuito secondo le loro possibilità per conciliare questo lavoro con i loro altri impegni.

Morrison, che oggi insegna a tempo pieno alla Royal central school of speech and drama di Londra, ha coinvolto alcuni studenti di scenografia invitandoli a curare gli spazi più piccoli: “Alcune autrici si dirigono da sole, mentre altre hanno bisogno di sostegno. Altre ancora non saranno nemmeno presenti”, spiega. “Abbiamo talmente tanto materiale che il problema è trovare abbastanza registe che possano lavorarci con un attore”.

All the rage fa parte di una tradizione di teatro di “risposta rapida”. Un esempio straordinario di questa tradizione farà parte dello spettacolo: è Maryland, trenta minuti fulminanti di Lucy Kirkwood, rappresentato al Royal court e poi adattato per la tv. Il testo è stato scritto nel 2021, nell’arco di due giorni, in risposta agli omicidi di Sarah Everard e Sabina Nessa. È l’unico pezzo non originale incluso nello spettacolo, per omaggiarne la rilevanza e sottolineare che Epstein e i suoi compari non sono gli unici a disprezzare la vita delle donne.

Washington, 2 ottobre 2025 (Tierney L. Cross, The New York Times/Contrasto)

Le scrittrici sono state invitate a non superare i cinque minuti per le scene o i monologhi, ma sempre nello spirito democratico dell’iniziativa, spiega Lenkiewicz: “Non abbiamo adottato un processo di selezione perché siamo convinte che sia importante eliminare qualsiasi gerarchia.”

Gurpreet Kaur Bhatti non è estranea al clamore generato da questo tipo di iniziativa. Le repliche del suo dramma Behzti (Disonore) su uno stupro in un luogo di preghiera sikh, in scena a Birmingham nel 2004, erano state sospese perché alcuni manifestanti sikh avevano preso d’assalto il teatro. Bhatti contribuisce con una scena ispirata a un film indiano degli anni settanta, Pakeezah, in cui una cortigiana è costretta a ballare sui vetri infranti di un lampadario mentre gli uomini le tirano addosso monetine. “Poi l’opera esplode in una storia attuale sulle tante oggettificazioni che le donne subiscono nella vita quotidiana, usando i frammenti di vetro come ispirazione”, spiega Bhatti.

Un’altra scrittrice, Timberlake Wertenbaker, ha deciso di presentare il proprio contributo in forma di una domanda. “In quest’epoca non ci interroghiamo abbastanza. Penso che la disciplina richiesta dal porsi domande, del non avere mai certezze, sia necessaria”.

L’universale nel particolare

Wertenbaker, autrice di classici come Our country’s good, ha 75 anni e racconta di aver visto spegnersi diverse ondate di energia femminista. “Sembra che il femminismo degli anni settanta e ottanta non sia mai esistito. Tutta quella storia è stata cancellata, come sono cancellate oggi le voci delle donne in tutto il mondo”.

Wertenbaker ricorda di aver parlato con le donne iraniane durante la rivolta provocata dalla morte di Mahsa Jina Amini nel 2022. “Erano entusiaste, sentivano che per la prima volta una rivoluzione era guidata dalle donne. Ma poi è scoppiata una guerra. L’impressione è che molti uomini potenti si sentano a loro agio perché sono tornati a occuparsi di ciò che conoscono bene: guerra, combattimenti. E poi c’è Trump alla Casa Bianca, che è l’incarnazione dell’abuso”.

La catastrofe in corso in Medio Oriente può sembrare lontana dai crimini di un finanziere, ma tutte le persone coinvolte nel progetto sottolineano che lo scopo di All the rage è quello di trovare l’universale nel particolare, o viceversa, esplorando il modo in cui la depravazione di personaggi come Epstein e Weinstein si ripercuote sull’esperienza quotidiana delle donne.

Ci si può chiedere quale possa essere l’impatto di una piccola opera teatrale in un contesto così vasto. “Non definirei piccolo uno spettacolo con ottanta autrici”, afferma Bhatti. “Il teatro non è un documentario e non è un tg. La nostra immaginazione crea storie che trascendono ciò che pensiamo di sapere, permettendoci di sentire. Il sentimento può innescare una sorta di attivismo, perché si possono dimenticare i fatti ma non le sensazioni”.

Lenkiewicz è d’accordo. “Tutte noi abbiamo vissuto un abuso, personalmente o attraverso un’amica o un familiare. Penso sia importante parlare e condividere, perché l’idea che sia qualcosa di cui vergognarsi è ancora prevalente”.

Oltre ad aver lanciato il progetto, Lenkiewicz contribuirà anche con una poesia, una lettera e un video. “Intervisterò molte adolescenti”, racconta. “Penso sia importante mostrare l’energia adolescenziale prima che qualcuno la distrugga, la deturpi o la renda insignificante”, conclude. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 77. Compra questo numero | Abbonati