“Adesso gli anni novanta ci sembrano un periodo in cui il mondo cominciava a deragliare, ma non al punto di diventare ingestibile o irrecuperabile. Era la fine del ventesimo secolo, ma anche la fine di un’epoca in cui controllavamo la tecnologia più di quanto la tecnologia controllasse noi. Si giocava secondo le vecchie regole, malgrado una consapevolezza diffusa che quelle regole erano fallate”. “Gli anni novanta furono profondamente estranei a un sentimento quale la nostalgia. La memoria era importante, certo: ma era come se, al di là della giustizia storica,la sua principale funzione fosse quella di fornire la riserva di carburante necessaria a proiettarsi a velocità supersonica verso il futuro”. La prima citazione viene dall’introduzione a _ I Novanta_ di Chuck Klosterman (66thand2nd, tradotto da Federica Principi). La seconda da Novanta. Una controstoria culturale di Valerio Mattioli (Einaudi Maverick). Mentre mi preparo alla lettura dei due libri, mi accorgo che gli anni novanta sono diventati uno strato sempre meno personale dal quale cerco di estrarre informazioni per interpretare il presente. Per quanto la tentazione di vagliare un periodo storico da una prospettiva individuale sia sempre in agguato, mi viene da pensare che anche la forma di questi saggi sia anni novanta, e che testimonino un’epoca in cui stare in rete non coincideva con la privatizzazione della memoria, ma con la condivisione di scoperte su un tappeto elastico collettivo, prima di rimbalzare fuori, verso una miriade di spazi fisici e ancora aperti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati