Sono turbata e disturbata da un video e un brano di Battista (intitolato Battista) che sta circolando. Sono positivamente turbata dalla sua voce, dalla zampogna distorta in sottofondo, dalla produzione assertiva e dal talento di Battista: solo voce e rap per quasi due minuti, per raccontare la sua origin story mentre lava il pavimento davanti a un tableau vivant su una natività campana. Nella scena due giovani genitori hanno quasi paura di avvicinarsi al bambino appena nato nella culletta dell’ospedale, respinti anche dal medico che gli aveva diagnosticato la sindrome di Down – Battista scandisce “translucenza nucale” in italiano, indice di come il dialetto sia impermeabile al lessico dei dottori e anche per farne satira – invitando la coppia ad abortire. La coppia non lo fa, affidandosi alla fede, e Battista nasce a maggio del 1999, pronto a farcela pagare a tutte e tutti, come evidenzia la chiusura hardcore del brano, con dei cori che inneggiano il suo nome. E nell’ascoltare ripetutamente il brano, sono disturbata da questo: da una storia familiare in cui gli umili e offesi, davanti a una diagnosi presentata quasi come una sentenza eugenetica, davanti a un modello normativo su chi può vivere e chi no, rispondono con la fede e un dio che offre “conforto” e solo lui può decidere “’ncoppa ’a vita e ’a morte”. Il cantante infatti nasce “sano”, parola violenta in un brano altrettanto violento, in cui pare non esserci nessuna via di fuga tra una scienza che ti vuole solo normale e una saggezza popolare per la quale dovrai essere per forza miracolato. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati