Sono nonna di un bambino di otto anni e di una di quattro. Mia figlia, la madre, s’è dispiaciuta assai per un paio di sberle date ai bambini perché non ubbidivano all’ottavo invito a mettere il pigiama o a lavarsi i denti o per un grido acuto e improvviso mentre lottavo per allacciare le cinture in macchina. Vengo da una famiglia di sei figli, mia nonna ne aveva cinque, io ne ho avuti tre e mai si raggiungeva il livello di stress, urla e ansia che sperimento con i miei pur adorabili nipotini. Una sberletta asciutta e senza drammi, ho detto, è preferibile a urla prolungate. Ma mi resta il dubbio che non dovrei. –Gigliola
Anche io sono cresciuto ai tempi in cui i figli si punivano con gli schiaffi. Poche sere fa, mia figlia ha chiesto a mia madre se davvero mi picchiasse quando ero bambino. “Ma certo”, ha risposto con una punta di orgoglio, “una volta gli sono rimaste le cinque dita di nonno stampate in faccia”. E giù a ridere. Per i miei figli era il racconto di un’epoca incomprensibile, come per me quando da piccolo mi raccontavano dei bambini che lavoravano in miniera. Nonostante le dita stampate in faccia, però, sono cresciuto senza traumi e sarei tentato di dirti che la tua sberletta asciutta non è poi così grave. Ma nel frattempo è cambiato il contesto sociale: un tempo perfino gli insegnanti potevano usare le mani, oggi sarebbero denunciati. Perché ora sappiamo che la violenza fisica non è necessaria per educare i bambini, che rispondono bene ad altre forme di intervento. Se il messaggio da passare è che non si picchiano le persone, dobbiamo essere i primi a non farlo, a prescindere dallo spirito con cui lo faremmo.
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati




