Mio marito è presente con i figli e ci dividiamo le cose da fare a casa. Ma sono sempre io a organizzare, distribuire i compiti e controllare che vengano svolti. Lui c’è, ma è come se la responsabilità fosse comunque sempre mia. Deve funzionare per forza così? –Maria Sole

Qualche settimana fa su questa rubrica ho ironizzato sulla sproporzione tra quello che fanno le madri e i padri. Diversi uomini mi hanno scritto per rivendicare il loro ruolo domestico, tra cui Mattia: “Vogliamo smetterla di portare avanti lo stereotipo del padre che non aiuta la madre nella gestione dei figli? È una narrazione pericolosa e ingiusta, perché io e tutti i padri che hanno dei figli aiutano la propria compagna/moglie”. Ho notato il verbo “aiutare”. Il filosofo Lorenzo Gasparrini nel suo libro Genitori si cresce scrive: “Quante volte abbiamo sentito dire, da chi per forza o per volontà passa molto più tempo del partner fuori dall’ambiente domestico, ‘Io aiuto in casa’? Quante volte ci è sembrata addirittura un’affermazione positiva e condivisibile invece della tragedia personale e relazionale che testimonia? Sì, ho scritto ‘tragedia’. Perché trasformare la propria casa in una sorta di luogo di prestazioni volontaristiche per supportare il personale addetto al suo mantenimento significa non comprendere l’importanza dello spazio domestico per se stessi, per se stesse. Per coloro a cui piacciono slogan e frase effetto, eccone una: la casa sei tu”. Tu e tuo marito dovreste chiarire che il suo non è un aiuto: occuparsi delle faccende domestiche e dei figli significa prendersi cura di sé, del luogo in cui si vive e delle persone care. Una responsabilità che spetta a entrambi.
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati