Ottawa ha ordinato a tre gruppi cinesi di cedere le loro partecipazioni in importanti aziende minerarie canadesi. La decisione, che riflette un significativo irrigidimento del paese nordamericano nei confronti della Cina, è stata presa in seguito a un’indagine condotta dal ministero della difesa e dai servizi segreti. Secondo il rapporto, la presenza di queste aziende è una minaccia alla sicurezza nazionale.

Il governo ha ordinato alla Sinomine Rare Metals Resources di cedere la sua quota nella Power Metals. Ha inoltre disposto che la Chengze Lithium International esca dalla Lithium Chile e che la Zangge Mining Investment si liberi dei suoi investimenti nella Ultra Lithium. Il ministro dell’industria François-Philippe Champagne ha affermato che il Canada accoglie con favore gli investimenti di aziende straniere che “condividono i nostri interessi e valori”, ma che “agirà con decisione contro quelli che minacciano la sicurezza nazionale e le attività strategiche nel settore minerario”.

Roland Paris, esperto di politica estera dell’università di Ottawa, spiega che la svolta nei confronti di Pechino segue l’annuncio che il Canada avrebbe permesso ad aziende di proprietà di un altro stato d’investire nelle sue attività minerarie più importanti solo in casi eccezionali: “C’è un cambiamento significativo nella politica canadese e c’è anche la consapevolezza che, insieme ai nostri alleati, dovremo mettere in sicurezza le fonti minerarie strategiche, oggi e in futuro”. L’esperto dell’università di Ottawa osserva come di recente la vicepremier Chrystia Freeland abbia fatto presente agli Stati Uniti che bisogna potenziare i legami economici tra gli alleati democratici, sottolineando l’importanza del Canada come fornitore di materie prime essenziali. In un comunicato ufficiale Champagne ha dichiarato che queste risorse sono “fondamentali per la transizione digitale ed ecologica” e che la loro domanda costituisce per il Canada “una grande opportunità economica”.

Secondo Neil Beve­ridge, un analista di Hong Kong che lavora per l’istituto di ricerca Bernstein, la decisione di allontanare i tre gruppi cinesi non avrà conseguenze immediate sulle scorte di litio della Cina, perché il Canada non è un importante fornitore e quelle colpite dal provvedimento non sono tra le più grandi aziende minerarie del paese. Beveridge, tuttavia, aggiunge che Pechino e il settore industriale cinese sono preoccupati dalla nuova “direzione di marcia”, effetto delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti sui loro alleati affinché mettano fine alla dipendenza dall’economia cinese. “Se anche in Australia dovesse esserci una svolta simile, allora il problema sarebbe enorme”, osserva l’analista.

Accesso ai minerali

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden sta cercando di eliminare la dipendenza dalla Cina nella raffinazione di risorse minerarie essenziali per tutti i settori manifatturieri statunitensi, dalla produzione di armi all’alta tecnologia. Per anni le aziende cinesi sono state tra le più attive a garantirsi l’accesso ai minerali necessari alla transizione energetica. In Cina si estrae solo il 13 per cento del litio usato nel mondo (meno che in Australia e in Cile), ma le sue aziende di raffinazione lavorano più della metà delle forniture globali.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la corsa per accaparrarsi le risorse si sta inasprendo. La domanda globale di litio crescerà di dieci volte nei prossimi vent’anni, alimentata in particolare dal passaggio dai motori a combustione a quelli elettrici. L’annuncio del Canada, inoltre, arriva mentre il paese si prepara a svelare la sua prima strategia indo-pacifica. Gli esperti prevedono un irrigidimento delle posizioni del governo nei confronti della Cina, soprattutto dopo che a settembre sono stati rilasciati due cittadini canadesi detenuti nel paese asiatico, Michael Kovrig e Michael Spavor, fermati dalle autorità di Pechino per rappresaglia dopo l’arresto di Meng Wanzhou, la direttrice finanziaria del gruppo di telecomunicazioni cinese Huawei coinvolta in un’inchiesta sulla violazione dell’embargo all’Iran. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1486 di Internazionale, a pagina 116. Compra questo numero | Abbonati