N adeen Ashraf aveva un segreto scottante. All’inizio dell’estate stava facendo scalpore tra i suoi amici una pagina anonima di Instagram che accusava pubblicamente un uomo di essere un molestatore sessuale in una delle più prestigiose università d’Egitto. Nessuno di loro però sapeva che era lei a gestire quella pagina. L’esperimento era cominciato una notte, in un momento di rabbia.
Il 1 luglio Ashraf, una studente di filosofia di 22 anni, era rimasta in piedi fino a tardi per prepararsi a un esame che doveva dare la mattina dopo, quando ha notato la strana scomparsa di un post su Facebook. Alcuni giorni prima una sua compagna di studi all’università americana del Cairo aveva postato sul social network un avvertimento su a un uomo che, a suo dire, era un predatore sessuale: un ragazzo, figlio di una ricca famiglia, che molestava e ricattava donne nel campus universitario. Ashraf si è accorta che il post era stato cancellato senza spiegazioni. Furiosa, ha lasciato perdere i libri e ha creato una pagina Instagram con lo pseudonimo @assaultpolice per rendere pubblico il nome dell’uomo, Ahmed Bassam Zaki, insieme a una sua foto e a una lista di accuse di molestie. “Quel tizio la faceva franca da quando aveva sedici anni”, spiega. “Ogni volta che una donna apriva bocca, qualcuno gliela chiudeva. Volevo che tutto questo finisse”.
Dopo aver creato la pagina, Ashraf è tornata a letto, alle sei del mattino. Ha dormito, saltando l’esame, ma quando si è alzata ha trovato centinaia di notifiche di persone che applaudivano il suo post, e circa trenta messaggi di donne che rivelavano di essere state anche loro molestate da Zaki. Alcune dicevano di essere state stuprate. Era nato un #MeToo egiziano.
Nel giro di una settimana Zaki è stato arrestato, l’account @assaultpolice ha raccolto settantamila follower e la pagina ha generato un flusso di testimonianze di altre donne egiziane stufe di essere umiliate e violentate.
La sua famiglia non aveva niente da spartire con i movimenti del ’68 che stavano trasformando la Germania
Le aggressioni sessuali sono un fenomeno diffuso in Egitto – uno studio delle Nazioni Unite del 2013 ha rivelato che il 99 per cento delle donne ha subìto molestie e violenze – ma le difficoltà per le denunce sono note: la polizia esita a registrarle e le istituzioni preferiscono nascondere le accuse sotto il tappeto. Perfino le famiglie delle vittime, nel timore di scandali, tendono a restare in silenzio.
Il secondo caso
La pagina di Ashraf indicava una nuova via. “È stato meraviglioso”, ricorda, mentre è seduta in casa della sua famiglia. “Un sacco di ragazze che mi hanno contattato dicevano ‘non posso credere che qualcuno finalmente mi ascolti’”. Il 1 settembre le autorità hanno accusato il ventunenne Zaki di tre reati di aggressione sessuale nei confronti di donne minorenni, oltre che per vari reati di ricatto e molestie. Oggi l’uomo è in carcere, in attesa di giudizio.
Poi, sempre grazie alla pagina Instagram di Ashraf, è emerso un secondo caso, che prometteva di essere ancor più sensazionale: era il resoconto di uno stupro di gruppo commesso da cinque giovani in un albergo a cinque stelle con vista sul Nilo. Nelle ultime settimane però il caso si è impantanato in una serie di controaccuse e fughe di notizie che minacciano di vanificare i progressi fatti da Ashraf.
Nadeen Ashraf non somiglia allo stereotipo della classica ribelle egiziana. Viene da una famiglia non impegnata politicamente, che vive in un condominio nella parte est del Cairo: un luogo fatto di prati curati, strade silenziose e auto di lusso, dove il sostegno nei confronti del leader autoritario del paese, il presidente Abdel Fattah al Sisi, è alto. Suo padre è proprietario di un’azienda di software, sua madre è nutrizionista e la famiglia è rimasta nei sobborghi residenziali sia durante la rivolta che nel 2011 ha rovesciato Hosni Mubarak sia durante le proteste del 2013 che hanno portato alla presa del potere dei militari e al regime di Al Sisi.
Nel 2017, quando negli Stati Uniti è nato il movimento #MeToo, spinto dalle accuse contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein, poi caduto in disgrazia, Ashraf non l’ha seguito, anche se una volta aveva subìto delle molestie. Quando aveva undici anni l’addetto alle consegne di una lavanderia le si era avvicinato per strada e le aveva dato una pacca sul sedere. “Mi ci sono voluti anni per capire che era una molestia”, dice. Da dieci anni in Egitto l’indignazione pubblica nei confronti delle violenze sessuali è cresciuta. Ma gli uomini non smettono. Le donne della classe lavoratrice fanno i conti con le molestie sugli autobus pubblici, spiega Ashraf. I giovani ricchi sfruttano la rete di conoscenze delle loro famiglie per restare impuniti. E quando succede qualcosa spesso i genitori di riflesso accusano le figlie: “La prima reazione è pensare che la colpa sia nostra: come hai avuto il suo numero? Perché lo hai fatto entrare?”.
Ashraf inizialmente ha nascosto il suo attivismo ai genitori. Quando l’ha rivelato al padre, alcune settimane dopo, lui si è spaventato. “È rimasto in silenzio per tre minuti”, ricorda. “Poi mi ha detto, ‘non devi dirlo a nessuno’”. Lei gli ha risposto che era troppo tardi.
Il rischio di accuse false esiste, ammette Ashraf, che spiega di aver cercato conferma a quelle contro Zaki attraverso la sua rete di amici e ne ha cancellate alcune che aveva scoperto essere false. In un paese come l’Egitto metodi simili sono necessari, dice. “Non è come in occidente. Non puoi semplicemente rivolgerti a un commissariato”. Le vere difficoltà, tuttavia, sono cominciate con il secondo caso. Alla fine di luglio Ashraf ha dedicato un post su Instragram a cinque uomini di buona famiglia di circa vent’anni che nel 2014, dopo una festa, avrebbero violentato in gruppo un’adolescente in una suite dell’hotel Fairmont Nile City. Un video dell’aggressione, realizzato da un sesto uomo, era stato distribuito ai loro amici. L’accusa ha fatto scalpore. Anche se Ashraf non aveva identificato gli uomini coinvolti, su Instagram sono nati vari account clone del suo che ne hanno rivelato i nomi. Uno degli accusati è il figlio di un famoso industriale dell’acciaio. Un altro è il figlio di un allenatore di calcio.
◆ 1998 Nasce al Cairo, in Egitto.
◆ 2009 Subisce una molestia per strada.
◆ Agosto 2020 Lancia su Instagram la pagina @assaultpolice, in cui denuncia pubblicamente un molestatore seriale. Grazie alle sue denunce l’uomo viene arrestato.
Nel giro di una settimana la vittima ha raccontato che gli aggressori avevano aggiunto qualche sostanza al suo drink e ha sporto denuncia. Alla fine di agosto il procuratore generale dell’Egitto ha annunciato cinque arresti: due uomini che si trovavano in Egitto e tre che erano in Libano, e sono stati estradati. Almeno altre tre persone sono ricercate.
Ma il quadro delle indagini si è fatto più confuso dopo che gli inquirenti hanno incriminato varie persone che avevano offerto la loro testimonianza sul caso. Due uomini sono stati accusati di “depravazione”– vale a dire omosessualità – sulla base di fotografie trovate nei loro telefoni e fatte in seguito trapelare alla stampa. I due sono stati arrestati, e lo stesso è successo a una donna – ex compagna di uno degli uomini accusati di stupro – le cui foto intime sono apparse su internet. Non si sa chi abbia diffuso le foto. Ma questa situazione ha già messo in agitazione le donne egiziane che speravano fosse diventato meno pericoloso denunciare le violenze.
Dopo aver ricevuto minacce, ad agosto Ashraf ha sospeso la sua pagina Instagram per dieci giorni. Ora è di nuovo attiva, ma si occupa d’istruire le donne sui loro diritti: “In inglese si usa costantemente il termine consent (consenso), ma non ho mai sentito l’equivalente in arabo: taraadi. Quindi cerchiamo di tradurre questi concetti e di spiegarli”.
L’unico nome che Nadeen Ashraf ha reso pubblico di recente è il suo. Si è resa conto che la sua identità stava per essere rivelata e temeva la vendetta degli uomini denunciati dalla sua pagina, così ha deciso che la cosa più sicura era mettere fine al suo anonimato. “Se i cattivi sanno chi sono, lo devono sapere anche i buoni”, spiega. “È una cosa che garantisce una certa protezione”. ◆ ff
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati