Forse i libri non cambiano il mondo, ma di certo Lo sbilico di Alcide Pierantozzi cambierà il racconto della malattia mentale. Il disturbo psichiatrico è ancora argomento in parte tabù. Si confida volentieri un diabete, oggi ci si apre anche su un tumore, non così sulla schizofrenia. Eppure la salute della mente, come la patologia, sono punti contigui su una linea dall’andamento graduale. Il cervello umano è l’organo più complesso, ci rende tutti diversi, è anche l’unico che può avere se stesso come oggetto di studio e di narrazione. Un resoconto simile non si era mai visto: sgorga nell’epicentro esatto della sofferenza, in diretta dal cortocircuito, dal prima e dal dopo. Lo sbilico è un manifesto personale e politico, un grido in faccia ai presunti sani, la ricerca continua della cura. E non arretra di un passo da una qualità letteraria che resta altissima in ogni momento. La lingua stessa fuoriesce dal malessere, ma pirotecnica e funambola – amaraspre sono le pasticche; tutta nuova procede per associazioni audaci e parole che esistono solo nell’immenso vocabolario di Alcide. Cosa cerchiamo in un libro? Se una risposta al nostro bisogno di consolazione, come lo chiamava lo scrittore svedese Stig Dagerman, non è questo il libro. A qualcuno ha fatto paura o perfino rabbia. Se la lettura è anche un atto di coraggio, se è voglia di affondare nelle zone più incerte, questo è il libro.

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati