**◆ **Molti anni fa sono andata in Turchia con delle amiche. Un giorno abbiamo scoperto che la guida locale ci aveva valutate in cammelli, sulla base delle nostre caratteristiche fisiche. Ognuna di noi valeva un certo numero di cammelli, io pochi cammelli. L’episodio mi torna per associazione, leggendo la nostra attualità. Alcuni – troppi – proprio non ce la fanno. Non ci riescono a stare lontani dal corpo delle donne. Si astengono dal metterci le mani sopra, sono a un livello di elaborazione superiore, hanno accesso a immagini e simboli. Eppure la testa è sempre lì, in modi diversi. La fissazione si sfoga in una chat tra colleghi, o scappa una frase rivelatrice in contesti privati o pubblici. Possono essere autisti, pensionati, manager, chiunque. La loro visione del mondo non può prescindere dal giudizio di valore sul corpo delle donne. Così diversi, questo li accomuna. Lo sanno che non si fa, che le cose sono cambiate, che a essere scoperti si rischia non solo un danno reputazionale. Ma nessun deterrente funziona davvero: non resistono, perché ci credono. A volte sembrano lapsus, ma sono gravi errori di pensiero. Forse sperano di farla franca – non pensano che qualcuna gli fotografi il telefono, e poi non è legittimo, dirà l’ineffabile garante della privacy – oppure si sentono ancora onnipotenti. Fanno quello che sono. Ma la devono smettere, sono fuori dalla storia.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati