**◆ **Il tuo solo criterio è tifare per gli sfigati, ha detto mio figlio. Nella tv italiana le partite dei Mondiali hanno avuto il torto di coincidere con Un posto al sole , che noi devoti guardiamo tutte le sere. Certo, le puntate si possono rivedere su RaiPlay, ma c’è sempre l’amica che ti spiffera cosa ha scoperto Gianluca sotto casa di Anna. Così ho dovuto competere con lui per il televisore dallo schermo grande. Insomma è capitato che si è visto non volendo spezzoni di
soap e io di partite, entrambi con un’aria di sufficienza. Mi sono appassionata, inevitabilmente. Ma per chi? Congo, Ecuador, Paraguay. Entusiasta di Capo Verde. È vero che ho tifato per le squadre dei paesi più svantaggiati, soprattutto quelle africane che hanno persino avuto difficoltà a entrare negli Stati Uniti. Non lo faccio apposta, mi viene spontaneo, gli ho risposto. Non sono solo io, è un vizio della mia generazione, mi ha fatto notare. Che la buttiamo sempre in politica. Che non sappiamo goderci una partita senza pensare alle disuguaglianze. In quei novanta minuti guarda il calcio, come giocano, e il resto lascialo da parte, ha detto. Mi ha spiazzata, devo ammetterlo: manco di leggerezza, questo intendeva. Ma è difficile cambiare, ormai. Prima della finale il mio cuore era più per l’Argentina, con tutti i guai che ha. Ma poi ho pensato a Milei con la sua motosega, che si sarebbe intestato la vittoria, e ho dubitato. Mio figlio non ha tutti i torti.

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati