◆ Btton’k. È difficile da pronunciare, lo so. Potrebbe essere una lingua esotica, parlata in un atollo sperduto nell’oceano. Invece è uno dei dialetti abruzzesi. Con questa parola Bruno, il mio compagno di pluriclasse, ha salvato la maestra. Nei primi giorni di scuola lei ha voluto camminare nel bosco, per noi non era una novità. Bruno l’ha vista assaggiare le bacche lucide e nere, le ha detto di sputarle subito, anche se il sapore era dolce. Lei non ha capito le parole, ma ha ubbidito. Credeva fossero mirtilli, si è giustificata dopo. Bruno si è buttato a terra, per mimarle la morte che aveva rischiato. Erano bacche di belladonna, veleno. Per la maestra venuta dalla città eravamo bambini stranieri. Belladonna = btton’k . Grembiule = z’nel . Ben oltre il 30 per cento di noi, forse il 90 per cento, parlava la stessa lingua straniera. Non avevamo sentito l’italiano neanche dalla televisione, che negli anni sessanta non era entrata nelle nostre case. La maestra ci è sembrata un po’ sprovveduta – mangiava la btton’k ! – e invece da lei abbiamo appreso, piano piano nei mesi, la lingua nazionale. Ma anche lei un po’ la nostra. Abbiamo avuto poi le vite più diverse, tutte dignitose. Alcuni sono rimasti sul posto, altri sono emigrati, qualcuno si è laureato. Quando ci ritroviamo alla festa di agosto in paese, ricordiamo un po’ in dialetto e un po’ in italiano la nostra maestra e lo spavento che ci siamo presi quella volta per lei.
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati





