Gli uomini invecchiano e muoiono, ma nei Balcani il tempo è immobile, bloccato. Il generale Ratko Mladić, morto in carcere all’Aja il 27 agosto all’età di 84 anni, è ancora un’eroe nel microstato della Repubblica Serba (Republica Srpska), la metà serba di una Bosnia fatta a pezzi, che Mladić ritagliò con un uragano di violenza tra il 1992 e il 1995, e in Serbia.

Ancora troppi serbi, in nome dei quali Mladić sterminò altre etnie (soprattutto bosgnacchi musulmani e croati cattolici), lo adorano e oggi stanno piangendo la sua morte.

Ancora troppi serbi, in nome dei quali il generale condusse uno sterminio, lo adorano e piangono la sua morte

Dalla fine della guerra in Bosnia il ritratto di Mladić ha continuato a campeggiare sui poster, sulle facciate dei palazzi, sulle mensole dei caminetti e sulle bandiere negli stadi. I tifosi della Stella Rossa di Belgrado il 27 agosto lo hanno onorato durante una partita di Europa League contro la squadra ceca del Viktoria Plzeň con striscioni su cui si leggeva: “Generale: gloria eterna. Grazie”.

L’ex presidente della Repubblica Serba, Milorad Dodik, ha espresso le sue condoglianze alla famiglia Mladić, rendendogli omaggio: “La Repubblica Serba non dimenticherà il suo ruolo, come non lo ha dimenticato fino a oggi. È morto un uomo che è stato un comandante nella battaglia per la libertà del popolo serbo, un comandante che ha guidato l’onorevole esercito della Repubblica Serba dal primo giorno della sua istituzione. Un uomo che ha dimostrato il suo carattere umano e militare”.

Nei trent’anni passati dalla fine della guerra, da parte serba quasi nessuno ha chiesto scusa a quelle persone, in maggioranza musulmane, sopravvissute ai massacri di Mladić, e quasi nessuno ha pagato. Al contrario: in tutta la Bosnia l’odio nei confronti dell’“altro” e dell’autorità federale nella capitale Sarajevo è palpabile e quotidiano. Un amico mi scrive dalla Bosnia: “Viviamo ancora ogni giorno con quel lascito. Ascoltiamo la Repubblica Serba, Dodik, Vučić (l’attuale presidente della Serbia), le stesse vecchie menzogne, lo stesso vecchio negazionismo”. C’è un’amnesia collettiva di massa, un rifiuto o – insensatamente – una giustificazione per quello che è stato fatto.

Quelli che ogni anno si radunano nel cimitero di Srebrenica per piangere le vittime del massacro del luglio 1995 in cui furono uccisi circa ottomila uomini e ragazzi e per le commemorazioni nei campi di concentramento vengono regolarmente vessati dalla polizia locale e dai passanti (Srebrenica si trova oggi nella parte serba della Bosnia). Ai musulmani e ai croati che hanno osato tornare nel nordovest e nell’est di questo paese profondamente diviso i serbi hanno subito chiarito che, se potessero, rifarebbero tutto ancora una volta.

Mladić aveva uno sguardo particolare, e davvero minaccioso. Lo si può vedere nei filmati di quando preparava il massacro di Srebrenica, e nei ritratti fotografici che abbondano in questi giorni. Per moltissime persone era una sentenza di morte; per me è stato una pugnalata che ha attraversato l’aula del Tribunale internazionale per i crimini di guerra dell’Aja, mentre mi sedevo al banco dei testimoni nel 2012 per deporre contro di lui. Dopo avermi colpito con quello sguardo terrificante, gli occhi di Mladić non hanno più incontrato i miei per tutta quella mezza giornata in cui ricorda le atrocità commesse dagli uomini sotto il suo comando. Scatenava un brivido di paura lungo la schiena a chiunque gli fosse vicino, e lo sapeva.

Mladić realizzò quasi tutti i suoi obiettivi. Con l’accordo di pace di Dayton la comunità internazionale concesse ai serbo-bosniaci gran parte di ciò per cui avevano ucciso e torturato

Mladić era l’ala militare di una trinità maligna. Al suo vertice l’allora presidente della Serbia, Slobodan Milošević, l’uomo che resuscitò la folle idea di una “grande Serbia”, una forma di fascismo nazionalista secondo cui ovunque vivessero dei serbi loro soltanto avrebbero potuto vivere, tutti gli altri avrebbero dovuto andarsene o morire, e ogni traccia della loro cultura e religione (musulmana o cattolica) avrebbe dovuto essere cancellata. Il suo comandante politico in Bosnia era Radovan Karadžić, presidente dell’autoproclamata repubblica serbo-bosniaca. Milošević è morto mentre era sotto processo all’Aja; come Mladić, Karadžić è stato condannato per genocidio e altri crimini di guerra ed è detenuto sull’isola di Wight, un destino surreale.

Mentre Milošević e Karadžić erano pericolosamente squilibrati, Mladić era un efficiente sanguinario. Era lui l’assassino, “il macellaio della Bosnia”. Per citare, parafrasando, Hannah Arendt, se gli altri due erano il male della banalità, Mladić era l’originale: la banalità del male.

Mladić era un militare più che un ideologo, un ufficiale in carriera dell’esercito jugoslavo. Sapeva quello che faceva. Da alcuni verbali dell’assemblea serbo-bosniaca inviati all’Aja da Robert Donia, storico dell’università del Michigan, emerge che nel 1992 Mladić era preoccupato che la leadership politica stesse fissando degli obiettivi che sarebbero stati difficili da raggiungere. “Non possiamo ripulire o setacciare per fare in modo che rimangano solo i serbi, o in modo che i serbi passino attraverso le maglie mentre gli altri vanno via. Non so come. Karadžić dovrebbe spiegarlo al mondo. Gente, questo sarebbe un genocidio”. E così è stato – almeno a Srebrenica, secondo il tribunale dell’Aja – e da bravo comandante militare, Mladić obbedì ai suoi padroni politici e fece rispettare i suoi ordini.

Mladić è stato condannato all’Aja nel 2017. I mezzi d’informazione hanno parlato di una “pagina che si chiude” per le vittime. Una stupida illusione: non esiste la parola fine, né potrà esserci finché i serbi continueranno a celebrare questa persona.

Gran parte del dibattito su Mladić dopo la sua morte ha inevitabilmente invocato Srebrenica, l’ignobile massacro del luglio 1995. Ci sono i filmati televisivi d’archivio in cui si mostra con un ghigno compiaciuto, consapevole di quello che stava per succedere.

Ma non c’è stata solo Srebrenica. Srebrenica è stato il crimine di guerra più eclatante, ma è stato un epilogo: più di 55mila musulmani e settemila croati erano già stati uccisi in altri luoghi in quei tre anni, e altri due milioni di persone erano state costrette a lasciare le loro case. Foca e Višegrad (dove c’erano i campi di stupro per soddisfare i capricci dei soldati di Mladić); Rogatica, Vlasenica e Sokolac; Bjeljina e Brcko, Kozarac, Sanski Most, Ključ. La lista è lunga. Nell’assedio di Sarajevo si contarono 11.541 morti, di cui 1.600 bambini.

Mladić realizzò quasi tutti gli obiettivi che si era prefissato. Con l’accordo di pace di Dayton, firmato nel 1995, la “comunità internazionale” concesse ai serbo-bosniaci gran parte di ciò per cui avevano ucciso, stuprato, torturato e incendiato.

Fu sconcertante l’assenso a quell’accordo dato dal governo musulmano, a quanto pare più ansioso di stabilire il suo feudo settario che di unire la repubblica in una guerra che in quella estate l’esercito bosniaco stava – effettivamente, e finalmente – vincendo (in una controffensiva che aveva messo in fuga i soldati di Mladić, liberando territori che poi Dayton restituì alla Repubblica Serba).

Mladić è stato capace di perseguitare un’interpretazione dell’islam molto bosniaca, disinvoltamente conviviale, trasformandola in una sua versione più identitaria e polemica. Nell’assurdo valzer di aspiranti adesioni all’Unione europea, la Serbia oggi è la favorita tra i paesi balcanici, anche davanti alla Bosnia mutilata, nonostante la dichiarata lealtà e sudditanza di Belgrado alla Russia di Vladimir Putin.

Soprattutto, Mladić ha vinto nella morte, così come nella vita, per l’adorazione che ancora suscita. La sua missione di creare una grande Serbia fascisteggiante, etnicamente “pura”, è ancora un sogno, e un progetto di tante persone. Attraverso le celebrazioni pubbliche, continua a terrorizzare le vite di quelli, per lo più musulmani e in piccola parte croati, che hanno avuto il coraggio di tornare a vivere sotto le bandiere di chi ha massacrato le loro famiglie.

I funerali di Mladić probabilmente ci diranno più della sua morte. Diversi funzionari e ministri del governo della Serbia chiedono “un funerale militare e di stato, e un giorno di lutto nazionale”. Il presidente Aleksandar Vučić ha detto che delegherà la scelta al figlio del generale, Darko, che è credente. Se Darko opterà per un funerale con onori di stato, così sarà. Mladić è morto, ma continua a vivere. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati