La crisi è durata 66 giorni. Era cominciata il 17 dicembre con un ultimatum presentato agli Stati Uniti e alla Nato dal ministero degli esteri russo e rilanciato dal presidente Vladimir Putin, che quattro giorni dopo, in una conferenza stampa, ne esigeva l’immediato accoglimento.

Putin chiedeva garanzie di sicurezza: primo, la certezza che l’Ucraina non entri mai nella Nato; secondo, la rimozione dei soldati e dei mezzi dell’alleanza atlantica (Nato) dislocati dopo il 1997 nei paesi dell’Europa orientale; terzo, il ripristino dei confini della Nato del 1997, quando gli ex stati satelliti dell’Unione Sovietica non facevano ancora parte dell’alleanza; quarto, l’impegno a concordare preventivamente con la Russia tutte le esercitazioni militari in Ucraina, Georgia e Asia centrale. Alla proposta di riscrivere la storia dell’Europa degli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti, la Nato e l’Unione europea hanno risposto in modo prevedibile: scegliete il dito medio che preferite.

Perché questa crisi è scoppiata proprio a dicembre e non a novembre o gennaio? Perché sì. È cominciata e basta. Gli analisti dei principali giornali occidentali si sono chiesti se avevano a che fare con Putin the rational (Putin il razionale) o con Vlad the mad (Vladimir il pazzo). In Russia, invece, tra gli innocui blogger che su YouTube svolgono la funzione di critici autorizzati dal Cremlino, si è sparsa la voce che Putin fosse l’unico politico serio, ben diverso dagli altri leader che inseguono la guerra, come lo statunitense Joe Biden. Immaginando di sapere cosa gli frullasse nella testa, gli analisti più ragionevoli hanno cercato di fare appello a Putin the rational, sapendo però di avere a che fare anche con Vlad the mad.

Davanti al capo

Il 21 febbraio il pubblico russo ha avuto il piacere di assistere alla riunione del consiglio di sicurezza della Federazione Russa, in cui Putin ha chiesto a ciascun partecipante di prendere una posizione netta sul destino delle repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk, nel Donbass, che il giorno prima avevano improvvisamente annunciato l’evacuazione di anziani, donne e bambini.

Dall’alto della sua scrivania, a una distanza di diversi metri dai suoi sudditi, generali e marescialli, seduti di fronte al capo in semicerchio su delle seggioline rese ancora più piccole dalla grandezza del salone del Cremlino, Putin ha chiamato i collaboratori al suo cospetto a uno a uno, come scolaretti. Quando qualcuno ha provato a prendere la parola – come ha fatto il capo dei servizi segreti Sergej Naryškin, che ha proposto di dare “un’ultima possibilità all’occidente”– Putin è intervenuto per spingerlo verso la risposta corretta. Tuttavia la risposta corretta non era tanto ovvia: era giusto, per esempio, parlare del riconoscimento dell’indipendenza delle due repubbliche e di una loro inclusione nella Federazione Russa? Naryškin si stava impappinando, ma Putin lo ha aiutato. Dmitrij Kozak – che sta, anzi stava conducendo i negoziati nell’ambito dell’ormai sepolto processo di Minsk, e a cui era stato chiesto di raccontare le malefatte degli oppositori durante la crisi – ha cercato di indovinare le esatte parole da dire, e alla fine ha tirato in ballo un caso di circa sei mesi fa. Bocciato. Sostenendo l’opzione del dialogo, il segretario del consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, il primo ministro Michail Mišustin e Naryškin hanno fatto la figura delle colombe della pace. Il ministro dell’interno Vladimir Kolokoltsev si è espresso a favore dell’inclusione delle repubbliche separatiste nella Federazione Russa, mentre al capo della Guardia nazionale, Viktor Zolotov, non sembrava vero di poter aprire bocca davanti al padrone. Il discorso del procuratore generale Igor Krasnov è stato invece completamente tagliato: evidentemente aveva detto qualcosa che non doveva dire. È stato uno spettacolo vergognoso, come in quei film dove il despota orientale dimostra ai suoi sudditi di poter ridurre in polvere ogni suo vassallo, a suo piacimento.

Poi c’è stato il discorso di Putin di quasi un’ora sulla storia del suo odio per l’Ucraina, paese che da lui e dalla Russia vuole solo una cosa: essere lasciato in pace. Un’interpretazione delle vicende degli ultimi trent’anni all’insegna di un risentimento generale contro tutto e tutti. Fatta da un uomo che è arrivato ai vertici della politica mondiale senza alcun merito, grazie all’avidità della famiglia del suo predecessore, Boris Eltsin, e che piagnucola e si lamenta di tutto ciò che dal 1991 – o addirittura dai tempi di Stalin e Lenin – non è andato come lui voleva. Una lezione sull’umiliazione nazionale che sarà ricordata a lungo. Certo, la generazione cresciuta sotto Putin non ha vissuto il crollo dell’Unione Sovietica e non conosce quella Russia che il presidente, nel suo monologo, ha presentato come una balia che per anni ha allattato una miriade di bisognosi, come l’Ucraina.

Trovare un accordo con Putin è impossibile: vuole tutto e subito

In realtà, in cambio del riconoscimento dei debiti dell’Unione Sovietica, nel 1991 la Russia ottenne anche il controllo delle sue principali ricchezze: petrolio, gas, nichel, platino, rame. E poi le istituzioni finanziarie del paese, compresa la banca nazionale, l’intero complesso militare-industriale e quello scientifico, e quasi tutti i porti più importanti, con l’eccezione di Baku e Odessa. Ricchezze naturali e infrastrutture: è quello che ha ricevuto la Russia in quanto custode del più grande arsenale nucleare del mondo. Presentare ora all’Ucraina il conto per i vecchi debiti, ripagati con le rendite del petrolio e del gas, e per l’uso dei gasdotti sovietici, è quantomeno indecente.

Nel suo discorso alla nazione, Putin ha presentato l’Ucraina come una minaccia esistenziale per la Russia. In primo luogo, perché Kiev, con l’aiuto degli occidentali, potrebbe dotarsi di nuovo di armi atomiche. In secondo luogo, perché la Nato potrebbe schierare missili da crociera sul territorio ucraino. E, in terzo luogo, perché l’Ucraina non riconosce l’annessione della Crimea alla Russia, e prima o poi proverà a riprendersela con la forza. In una situazione del genere, se l’Ucraina facesse parte della Nato, la Russia dovrebbe vedersela con l’intera alleanza atlantica.

Considerato che a difendere l’Ucraina ci sono gli Stati Uniti e l’occidente, il discorso di Putin ha tutta l’aria di una dichiarazione che prefigura uno scontro globale. Russia contro resto del mondo.

Ma alla fine le dichiarazioni di guerra non sono arrivate. Putin si è fermato poco prima, annunciando il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk.

Il giorno dopo, martedì 22 febbraio, il Cremlino ha dissipato alcuni timori affermando che l’indipendenza delle due repubbliche è riconosciuta entro i loro confini attuali, dai quali rimangono fuori due terzi dei territori che appartengono alle regioni di Luhansk e Donetsk. Per ora, quindi, un conflitto per la conquista di queste aree sembra scongiurato.

Al centro del mondo

A beneficiare di questa situazione sono praticamente tutti. Tranne i russi. Innanzitutto ci sono gli abitanti delle repubbliche non riconosciute che senza ragione sono stati strappati dalle loro case e portati in Russia: per loro può significare in qualche modo una vita pacifica, oltre ai sussidi di Mosca, più generosi di quelli ucraini. Anche i leader delle repubbliche separatiste e i loro referenti al Cremlino (ministero della difesa, servizio federale per la sicurezza e così via) sono contenti: il riconoscimento va decisamente a loro vantaggio.

Da sapere
Ultime notizie

20 febbraio 2022 Il presidente statunitense Joe Biden afferma di essere disponibile a incontrare il presidente russo Vladimir Putin per discutere della crisi ucraina, a condizione che Mosca rinunci ai suoi piani d’invasione.

21 febbraio Putin annuncia di aver ufficialmente riconosciuto le due repubbliche separatiste di Donetsk e di Luhansk, che fanno parte dell’Ucraina ma dal 2014 sono controllate dai filorussi. Aggiunge che le truppe russe entreranno nell’est dell’Ucraina per “mantenere la pace”.

22 febbraio Stati Uniti e Unione europea sostengono che la Russia stia di fatto invadendo l’Ucraina e annunciano di voler imporre una serie di sanzioni economiche contro Mosca.

23 febbraio Putin dice di essere aperto al dialogo ma aggiunge che gli interessi e la sicurezza della Russia “non sono negoziabili”. Nel frattempo le autorità delle repubbliche separatiste vanno avanti con i piani di evacuazione dei civili. Almeno sessantamila persone si sarebbero rifugiate nella regione russa di Rostov. Reuters


E ha motivi per rallegrarsi perfino l’Ucraina, che finalmente si potrà liberare di un territorio economicamente depresso. Ricordo che nel 2013 Kakha Bendukidze, un imprenditore e politico georgiano, che collaborò con il governo ucraino nato dopo la rivolta di Euromaidan, mi spiegò che dal punto di vista industriale il Donbass era un problema: il suo carbone non aveva mercato, in quanto molto più costoso di quello estratto nella vicina regione russa di Rostov.

A godere della situazione sono anche Putin e il Cremlino. Con questa crisi, Mosca è diventata la capitale del mondo per due mesi e Putin il principale protagonista della politica internazionale, con cui i più importanti leader occidentali si sono dovuti incontrare, dimostrando peraltro un’incredibile resistenza: il presidente non ha risparmiato neanche a loro le sue lezioni di storia. In questo modo il Cremlino ha alimentato il suo ego. Si è messo in mostra: era ciò che voleva. Putin e il Cremlino non si sono fatti sviare dai nemici e sono riusciti perfino a salvare la faccia, anche se si sono procurati molti mal di testa, hanno un bel conto da pagare e non possono più contare sugli accordi di Minsk per ricattare costantemente l’Ucraina e l’Europa.

A perdere, invece, è stata sicuramente la Russia, che si è guadagnata la reputazione di aggressore isterico, incapace di rispettare le regole, nemmeno quelle scritte nella Carta delle Nazioni Unite.

Anche l’economia russa è uscita sconfitta dalla crisi: dopo il discorso di Putin, il valore in borsa delle principali aziende russe è precipitato e il rublo si è fortemente svalutato. Con l’introduzione di nuove sanzioni, ormai inevitabili, la situazione peggiorerà ulteriormente.

Chi paga il conto

Il 21 febbraio, durante una tavola rotonda al centro studi Brookings di Washington, Angela Stent, una delle maggiori esperte di Russia, ha affermato che Putin non si fermerà: comincerà una guerra con l’Ucraina e poi si occuperà dei paesi baltici. Stent è nota per le sue tesi moderate. Una sua previsione così apocalittica fa gelare il sangue.

Le cose peggiori di questi due mesi di crisi rischiano di essere nulla al confronto di quello che potrebbe succedere. L’occidente sembra averlo capito: Putin potrebbe – se non lo ha già fatto – riportare l’Europa al 1939, a una guerra di conquista su vasta scala. Prendere accordi con il leader russo è impossibile: vuole tutto e subito, e la sua lista dei desideri cambia in modo imprevedibile. Questo significa che l’occidente costruirà una barriera attorno alla Russia per evitare il più possibile i rapporti con Vlad the mad.

E saranno i russi a pagare i conti di tutti: i propri, ovviamente, ma anche quelli delle repubbliche non riconosciute, delle superarmi e delle superpaure di Putin. Ma in fondo è giusto così. Perché Putin lo abbiamo creato proprio noi russi. ◆ ab

Evgenija Albats è una giornalista e politologa russa. Dal 2011 dirige il settimanale The New Times (già Novoe Vremja).

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati