Ora che Facebook ha promesso di trasformarsi in un cittadino del villaggio globale rispettoso della privacy, le fondamenta dell’egemonia culturale delle grandi aziende tecnologiche sembrano più fragili. Questa fragilità è evidente negli Stati Uniti, la patria della Silicon valley, dove forze di sinistra e di destra stanno andando all’attacco di queste aziende. La recente decisione di Warren Buffett, uno degli uomini d’affari statunitensi più di successo, d’investire nelle azioni di Amazon è un buon indicatore di quello che il futuro ha in serbo per i giganti tecnologici: collocamenti in borsa sempre più grandiosi, nuovo denaro saudita e altre promesse di usare l’intelligenza artificiale per risolvere i problemi causati dall’intelligenza artificiale.

Entrambe le parti politiche sono confuse. Chi a destra dice di odiare le aziende tecnologiche non spiega come vuole cambiare le cose né perché bisogna farlo. Visto che la destra aspira al ritorno di una società conservatrice e aziendalista retta da persone non elette, la Silicon valley, con la sua ampia infrastruttura digitale utile a esercitare una forma fluida di governo (soft governance) in modo permanente, è il suo alleato naturale. Questo ha spinto alcuni leader populisti a voler trasformare i loro paesi in feudi efficientemente amministrati da un’autorità tecnologica. In Brasile Jair Bolsonaro ha annunciato il suo “sogno” di affidare il servizio postale, che sarà presto privatizzato, a Google o ad Amazon.

L’ascesa delle aziende tecnologiche è una conseguenza, non la causa, dell’attuale crisi economica e politica: non la risolveremo solo liberandoci di loro

Il Brasile mette in luce un’altra dimensione politica dei giganti della tecnologia: per mantenere lo status quo usano soluzioni rivoluzionarie. La prova più evidente è il modo in cui le tecnologie digitali sono usate per affrontare i problemi sociali. Con l’aumento dei tassi di criminalità, il Brasile è diventato una fucina d’innovazione per quella che potremmo chiamare survival tech (tecnologia della sopravvivenza). Waze, un’app di proprietà della Alphabet, informa chi viaggia in metropoli come São Paulo o Rio de Janeiro se sta entrando in zone pericolose. Allo stesso modo gli abitanti dei quartieri a rischio usano WhatsApp per scambiarsi segnalazioni sulle attività sospette.

Quando le cose peggioreranno, la survival tech, che permette ai cittadini di sopravvivere senza chiedere cambiamenti sociali, sarà un successo. Il boom tecnologico successivo alla crisi finanziaria del 2008 può essere spiegato proprio attraverso questa lente, con gli investitori privati e i fondi sovrani che hanno temporaneamente finanziato la produzione su vasta scala di tecnologie della sopravvivenza a beneficio delle fasce povere della popolazione. Invece da anni non facciamo altro che discutere di sharing economy (e di come le startup aiutano i poveri a sopravvivere facendogli accettare lavori precari o affittare le loro case), di smart city (e di come le amministrazioni locali cedono la sovranità tecnologica in cambio di servizi provvisoriamente gratuiti), di tecnofinanza (e di come l’erogazione di piccoli prestiti di sopravvivenza in cambio dei dati dei debitori sia presentata come una rivoluzionaria forma d’“inclusione finanziaria”). Per i governi questo è l’unico modo per garantire che le masse, insoddisfatte per i sacrifici fiscali richiesti, ottengano un po’ di prosperità, per quanto illusoria. Così si arriva all’esito paradossale di oggi: il 99 per cento delle rivoluzioni tecnologiche è usato in modo che niente cambi davvero. I problemi rimangono, ma semplicemente ci adattiamo meglio, con mappe, intelligenza artificiale e, presto, informatica quantistica. Il vangelo della Silicon valley, approvato dai governi, è innovare per conservare.

Le proposte politiche dei progressisti – per esempio, frazionare le aziende o ridistribuire i loro dati – potrebbero risolvere alcuni problemi. Ma è difficile immaginare che possano indebolire la tecnologia della sopravvivenza, perché i suoi strumenti potrebbero benissimo essere forniti da centinaia di startup – il mondo della tecnologia piccola e a misura umana tanto amato da chi critica la Silicon valley – e non per forza dalla Microsoft o da Amazon. Invece potremmo immaginare un futuro alternativo fatto di tecnologia ribelle, che non considera le condizioni sociali come verità scolpite nella pietra, ma è pensata per ribellarsi e trasformarle.

Frazionare i giganti tecnologici, costringerli a pagare le tasse e fare un uso migliore dei loro dati sono condizioni necessarie ma insufficienti per una trasformazione sociale. Per quanto allettanti, queste promesse servono solo a mascherare la mancanza di una strategia progressista. L’ascesa delle aziende tecnologiche è una conseguenza, non la causa, dell’attuale crisi economica e politica: non la risolveremo solo liberandoci di loro. Un mondo digitale a misura umana potrebbe aiutare. Ma senza una strategia e un piano concreto per sconfiggere la tecnologia della sopravvivenza e adottare la tecnologia ribelle, i progressisti non avranno molto da dire la loro sulla tecnologia. E, di conseguenza, nemmeno sulla politica. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati