Minacciando di bloccare l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha ottenuto la possibilità di immischiarsi nella politica interna altrui, uno dei suoi giochi preferiti. Secondo Erdoğan il messaggio dell’accordo raggiunto con Helsinki e Stoccolma alla vigilia del vertice Nato di Madrid è il seguente: i due paesi nordici dovranno adeguare le loro leggi ed estradare ben 73 ricercati per terrorismo, altrimenti la loro adesione non sarà ratificata. In Svezia, in particolare, il governo socialdemocratico è accusato di aver tradito i curdi, di aver calpestato i valori costituzionali e di aver messo nelle mani di Ankara la sua politica estera. Quanto ai curdi, sono delusi, risentiti e preoccupati. “Si è negoziato di nuovo sulla nostra pelle”, dicono.

Le autorità di Svezia e Finlandia cercano di placare la tempesta, sostenendo che l’ambiguità dell’accordo gli permetterà di sfuggire ai diktat di Erdoğan. Sottolineano che nel testo il Partito dell’unione democratica (Pyd), che rappresenta i curdi siriani, e le Unità di protezione popolare (Ypg), il suo braccio armato, non sono riconosciuti come organizzazioni terroristiche (anche se Svezia e Finlandia dovranno smettere di sostenerli). I due paesi potranno continuare a inviare aiuti umanitari nelle aree della Siria sotto il controllo delle Forze democratiche siriane, la coalizione guidata dal Pyd. I curdi residenti in Svezia e in Finlandia che non hanno compiuto reati di terrorismo non devono temere l’estradizione (ma potrebbero sentirsi costretti a limitare le loro attività per non correre rischi). Chi ha la cittadinanza svedese o finlandese in ogni caso non sarà estradato.

Helsinki e Stoccolma assicurano che l’indipendenza della giustizia e lo stato di diritto non sono in discussione e le leggi nazionali non saranno modificate. Ma l’accordo, in cui si sottolinea che in Finlandia l’ampliamento del reato di terrorismo è entrato in vigore il 1 gennaio 2022 e che la nuova legge contro il terrorismo della Svezia è operativa dal 1 luglio, riporta: “La Svezia conferma che sta preparando un ulteriore rafforzamento delle norme in materia”. I due paesi promettono di adeguarsi agli standard della Nato sulla lotta al terrorismo, impegnandosi a compiere “tutte le azioni necessarie per rafforzare la legislazione interna”. Per facilitare la cooperazione nei casi di estradizione, inoltre, sono previste modifiche legislative bilaterali. Svezia e Finlandia, quindi, non possono dire di non aver promesso niente. Al contrario di Erdoğan, non vogliono entrare nei dettagli dell’accordo, quindi sarà importante la reazione dell’opinione pubblica, che ha accolto con favore la scelta di entrare nella Nato per la paura suscitata dalla guerra in Ucraina.

Ankara fa pressione sugli alleati perché inseriscano la questione curda nel quadro della “lotta al terrorismo” e includano le Ypg e il Pyd nella lista delle organizzazioni terroristiche. Finora gli alleati occidentali della Turchia hanno considerato Ypg e Pyd come dei partner nella lotta al gruppo Stato islamico: del resto sono stati loro a fornire le truppe di terra alla coalizione internazionale contro l’Is.

Anche se nell’accordo le due organizzazioni non sono descritte come gruppi terroristici, i termini e i toni usati testimoniano un compromesso sostanziale. Certo, Stoccolma e Helsinki possono ostacolare le richieste di estradizione parlando d’indipendenza della giustizia, stato di diritto e libertà fondamentali. Ma Ankara non esiterà a usare questo testo come strumento di pressione. Si può dire che d’ora in poi Svezia e Finlandia dovranno fare i conti con il problema Turchia: finché la procedura di adesione alla Nato non sarà completata, le attende un ballo senza regole con Ankara, che potrà avere forti ripercussioni sulla questione curda.

Ma l’opinione pubblica è sensibile all’argomento, e questo limita le opzioni dei due paesi. Negli anni i curdi hanno trovato spazio nei partiti, nei governi, nelle amministrazioni locali e nella società civile. Hanno costruito legami con i mezzi d’informazione e con il resto della cittadinanza. Tutto questo significa potere e influenza. In particolare, la guerra contro l’Is ha reso i militanti delle Ypg e del Pyd degli eroi agli occhi di molti occidentali, e la partecipazione delle combattenti donne agli scontri è stata un simbolo potente.

Quindi i curdi hanno paura, ma non sono disperati. Hasan Muhammed Ali, del comitato esecutivo del parlamento democratico siriano, ha dichiarato di essere in contatto con le autorità di Svezia e Finlandia. Il rappresentante del Rojava in Svezia, Şiyar Ali, afferma che il governo svedese ha garantito che non cambierà atteggiamento nei loro confronti. Ma queste garanzie saranno messe alla prova. Quanto giocherà duro Erdoğan e quanto cambierà il clima a Stoccolma e Helsinki? E come si muoveranno gli Stati Uniti per gestire la situazione?

Offensiva in sospeso

Che conseguenze avrà la svolta di Madrid sulla nuova operazione militare annunciata da Erdoğan nelle aree della Siria controllate dai curdi? Il presidente turco considera un suo diritto l’occupazione di una “zona di sicurezza”. Prima del vertice Nato aveva dichiarato: “Appena i preparativi saranno completi cominceremo l’operazione”. Al ritorno da Madrid, però, Erdoğan ha usato toni diversi: “Non c’è motivo di avere fretta. Se saremo pazienti realizzeremo il nostro progetto al momento opportuno”. Quando gli è stato chiesto se il piano avesse sostegno a livello internazionale, ha risposto: “Non possiamo agire senza il consenso dalla comunità internazionale. Non preoccupatevi”.

Da maggio, quando aveva sollevato un polverone annunciando a sorpresa la nuova operazione, il presidente turco non ha ancora ricevuto il via libera né dalla Russia né dagli Stati Uniti. Anche l’Iran è contrario all’offensiva, soprattutto per quanto riguarda la zona di Aleppo. Il governo siriano rifiuta un nuovo compromesso che rovescerebbe l’equilibrio raggiunto con l’accordo di Astana. Se Erdoğan invita alla “pazienza” significa che le condizioni sono non favorevoli.

Ci si aspettava una pragmatica flessibilità da parte della Russia o degli Stati Uniti. Washington si è mostrata comprensiva in nome della Nato: non è disposta a incrinare i rapporti con la Turchia per salvare i curdi a Tal Rifat e Manbij. Ma stavolta la Russia si è opposta in modo chiaro. Mettendo in difficoltà la Nato con le sue scelte imprevedibili, Erdoğan aveva fatto contento Vladimir Putin. In cambio il presidente russo era disposto a concedergli piccole aperture che non avrebbero ribaltato l’equilibrio generale. Ora che la commedia è finita, però, non c’è più motivo per cui Putin dovrebbe compiacere Erdoğan. Certo, rimangono altre aree di cooperazione. Mosca e Ankara stanno cercando una soluzione per far ripartire le esportazioni di cereali dall’Ucraina, ma la notizia che una nave russa carica di grano è stata fermata dalla marina turca su richiesta di Kiev può far saltare le trattative.

Eppure, con l’idea che “forse un giorno le condizioni saranno favorevoli”, Erdoğan continua a trascinare a destra e sinistra le forze armate turche e le milizie a loro legate. Il 1 luglio, quando era già chiaro che l’operazione sarebbe stata nuovamente rinviata, una colonna di mezzi corazzati turchi si è diretta verso Tal Rifat, il terzo rinforzo nel giro di due settimane.

Garanzie a tempo

I curdi, avendo compreso che le garanzie occidentali hanno una data di scadenza, studiano la situazione in base alle condizioni interne ed esterne. Il 20 giugno il congresso del Pyd ha indicato la necessità di aprire un dialogo con il governo siriano. Uno dei leader del Pyd, Fevza Yusuf, insiste sul bisogno di fare fronte comune con Damasco contro l’offensiva turca. Un altro esponente del partito, Aldar Halil, pensa che dopo l’accordo con Svezia e Finlandia la Turchia abbia ricevuto il via libera per l’operazione in Siria.

Queste valutazioni non escludono la possibilità che la Turchia mantenga la sua posizione minacciosa, che gli Stati Uniti un giorno lascino la Siria e che la Russia decida di scendere a compromessi con Ankara in nome dei suoi interessi strategici.

La guerra con i curdi è una scelta con cui Erdoğan spera di espandere lo spazio delle ostilità, di farsi rispettare in politica estera e di mantenere un dominio autoritario sul suo paese. L’importanza di una soluzione pacifica è più evidente ogni giorno che passa. ◆ ga

Questo articolo è uscito sul numero 1468 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati