Sappiamo bene come sarà la settimana che ci porterà fino al “giorno di gloria” della Brexit. Lo sappiamo perché una sera, pochi giorni prima della data prevista inizialmente per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il 29 marzo 2019, l’attuale primo ministro britannico Boris Johnson ha incontrato il suo vecchio capo del quotidiano Telegraph, Charles Moore, nella chiesa Methodist Central Hall di Westminster. In quel periodo Johnson non ricopriva incarichi di primo piano, quindi era libero di esprimersi liberamente. Quella sera Johnson disse: “Questa doveva essere la settimana in cui suonavano le campane, si coniavano nuove monete, si stampavano francobolli e si accendevano falò per mandare un raggio di libertà. Questo doveva essere il venerdì in cui i valletti di Charles Moore scendevano nelle strade illuminate dal chiaro di luna, nel Sussex, quasi accecati dal sidro, cantando a squarciagola canzoni sulla Brexit”. È vero, replicò Moore: “ma in realtà ho già congedato quelle brave persone, perché avevo capito come sarebbe andata”. Fu un allegro scambio di battute tra un ex studente di Eton e un ex direttore di giornale. Certo, se un sostenitore dell’Unione europea avesse descritto i paladini della Brexit come dei bifolchi ubriaconi sarebbe scoppiato uno scandalo. Ma quel dialogo è significativo, perché evidenzia uno dei grandi problemi del “giorno dell’indipendenza” della Brexit. Sarà un momento di liberazione nazionale per un popolo che si sottrarrà all’oppressione. Ma quale “popolo” sarà liberato?
Il fatto che il leader della rivoluzione immagini i suoi seguaci come degli allegri paggi la dice lunga su quanto la cosa sia imbarazzante. Il problema è che la Brexit è un progetto populista senza un popolo, un progetto nazionalista senza una nazione. Durante la campagna per il referendum nel 2016 Boris Johnson aveva sorpreso i suoi ammiratori definendola “un grande progetto del liberalismo europeo”. Un po’ come dire che il puritanesimo era il grande progetto della liberazione sessuale. Ma la frase ha una sua logica. L’idea centrale della Brexit, infatti, fa parte di una cultura europea del sette e ottocento: lo stato nazione è il luogo primario della fedeltà politica e l’espressione collettiva di un “popolo” unificato. La Brexit è la sollevazione di un popolo oppresso. Ma c’è una grande ironia: il Regno Unito non è uno stato nazione. Per gran parte della sua storia è stato un grande impero multinazionale. E ancora oggi è un amalgama formato da quattro nazioni: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Non esiste una nazione precedente all’Unione europea a cui tornare.
La Brexit realizza l’aspirazione dei nazionalisti, unendo classi sociali e aree geografiche diverse. Ma il problema è che questo slancio unitario avviene in una nazione che non esiste
Alle elezioni del 2019 la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno bocciato la Brexit ancora più nettamente di quanto non avessero già fatto in occasione del referendum del 2016. Nel 2019 la maggioranza degli elettori del Regno Unito ha votato per i partiti che avevano promesso un secondo referendum. Boris Johnson parla del 31 gennaio come del “momento decisivo della storia nazionale”, ma non esiste una nazione compatta. La Brexit non è la storia dell’Irlanda del Nord. Non è la storia della Scozia. Non è nemmeno la storia di Londra. È il mito di quel luogo che Anthony Barnett, cofondatore del sito openDemocracy, chiama “l’Inghilterra senza Londra”.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la Brexit abbia realizzato l’aspirazione dei movimenti nazionalisti, unendo persone appartenenti a classi sociali e aree geografiche diverse. Molte di queste persone saranno contente il 31 gennaio. Ma il problema è che questo slancio unitario avviene in una nazione che non esiste, ovvero l’Inghilterra non metropolitana e parte del Galles anglofono. La Brexit inoltre avrà un prezzo enorme, perché creerà una separazione ancora più profonda tra l’Inghilterra-senza-Londra e il resto dell’arcipelago britannico-irlandese.
Se ripensiamo allo slogan della Brexit, “riprendiamo il controllo”, emerge un paradosso. La parte del Regno Unito che ha ripreso il controllo delle proprie istituzioni è contraria alla Brexit, mentre l’altra è priva di istituzioni. Nelle ultime settimane il parlamento scozzese, il Senedd gallese e l’assemblea nordirlandese hanno bocciato l’accordo per l’uscita dall’Unione europea. Gli elettori inglesi favorevoli alla Brexit stanno creando un paese per sé, ma è un paese che non osa pronunciare il proprio nome. E s’illudono che un fragile stato multinazionale possa giocare con il fuoco del nazionalismo senza ustionarsi.
La Brexit si basa sulla logica secondo cui tutti i popoli devono tornare al controllo sulla loro nazione, ma al tempo stesso impone che il separatismo si fermi agli attuali confini del Regno Unito e riprenda il controllo del suo destino, per inaugurare quella che Johnson definisce “l’epoca d’oro”. A quanto pare l’unica nazione che dovrebbe sentire il richiamo del destino è la nuova, improvvisata Inghilterra. Bisogna essere quasi accecati dal sidro per non vedere questa fatale contraddizione ◆ as
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





