Qualche sera fa sono arrivato in albergo a Potsdam, alla periferia di Berlino, per partecipare a una conferenza. Erano passate le dieci ma c’erano ancora 31 gradi. L’uomo alla reception mi ha lanciato un’occhiata esasperata: “Non abbiamo l’aria condizionata”. L’ha detto come se stesse annunciando: “Non abbiamo l’acqua”. Nei due giorni successivi la temperatura ha sfiorato i 40 gradi. Potsdam era sconvolta: tutti i marciapiedi al sole erano deserti, mentre i passanti si affollavano su quelli all’ombra. Una delle relatrici si è sentita male ed è dovuta andare via prima di poter cominciare il suo intervento.
Eppure vedere con i propri occhi non basta più a credere, così come non basta sudare, bruciare, assistere agli incendi e ai colpi di calore. Nel profondo del nostro animo non crediamo a quello che stiamo vivendo, cioè agli effetti catastrofici del riscaldamento globale.
Ogni anno circa mezzo milione di persone muore a causa degli effetti del caldo estremo. A subire le conseguenze peggiori è chi vive nei paesi poveri
Nel suo saggio intitolato Il perturbante Sigmund Freud scrisse che “spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa sottile, quando appare realmente ai nostri occhi un qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico”. In questo senso, viviamo chiaramente tempi perturbanti.
Per quasi tutta la vita ci è stato chiesto d’immaginare cosa ci riservava il futuro. Gli scienziati hanno cercato di convincere i governi, i politici e gli elettori a prestare attenzione agli effetti del clima alterato dalle nostre attività. L’industria dei combustibili fossili e i paesi petroliferi hanno rigurgitato bugie a un ritmo più copioso delle emissioni dei gas serra, inquinando la verità con la stessa sconsideratezza con cui hanno inquinato l’aria. Ma quanto meno potevamo riporre le nostre speranze nella realtà: quando il clima avrebbe mostrato a tutti la verità, gli eventi meteorologici sempre più estremi – tempeste, inondazioni, ondate di calore, incendi e innalzamento del livello dei mari – sarebbero stati impossibili da ignorare. In termini freudiani, avremmo dovuto fare i conti con la realtà di qualcosa che in precedenza avevamo potuto solo immaginare. E a quel punto non ci sarebbero più stati dubbi.
Oggi viviamo nel futuro da cui eravamo stati messi in guardia, e anche prendendo per buono il criterio più rozzo a cui il capitalismo attribuisce un valore, ovvero quello economico, questo futuro è un luogo rovinosamente caro in cui vivere. Nel decennio compreso tra il 2014 e il 2024 gli eventi climatici hanno provocato circa duemila miliardi di dollari di danni.
Un parametro molto più importante dovrebbe essere il costo in termini di vite umane. Ogni anno circa mezzo milione di persone muore a causa degli effetti del caldo estremo.
A subire le conseguenze peggiori sono le persone che vivono nei paesi poveri, ma il disastro è sempre più evidente anche nella ricca Europa. L’estate scorsa circa 16.500 persone sono morte nelle città europee per cause legate al cambiamento climatico. A
Roma sono state 835. A Parigi 409. Quest’estate i numeri saranno peggiori.
Di recente abbiamo avuto un presagio di un possibile crollo sociale. Nel Regno Unito i macchinari per le risonanze magnetiche, per la radioterapia e i sistemi informatici degli ospedali hanno smesso di funzionare a causa del caldo. In Francia i reattori nucleari sono stati fermati perché l’acqua utilizzata per raffreddarli, prelevata dai fiumi locali, arrivava già a una temperatura di 28 gradi. Il grido disperato: “Ve l’avevo detto!” arriva dalla natura, eppure continuiamo a essere sordi.
È bene avere dati, modelli e spiegazioni scientifiche, ma non abbiamo bisogno di numeri per sapere che l’anno scorso vaste aree di Los Angeles sono andate in fumo o che nei giorni scorsi ci sono stati due incendi boschivi in Groenlandia (non sto scherzando). La frase di Bob Dylan “Non c’è bisogno di un meteorologo per capire dove soffia il vento” va aggiornata: non c’è bisogno di un climatologo per capire che stiamo rendendo il nostro pianeta inabitabile.
Negli anni ottanta, quando il terrore di un’apocalisse nucleare continuava a crescere, il movimento pacifista del Regno Unito prese in prestito il titolo di un opuscolo del governo, “Proteggere e sopravvivere”, trasformandolo in “Protestare e sopravvivere”. Quello slogan andrebbe riproposto. Le allerte rosse lanciate dagli uffici meteorologici europei devono essere rivolte dai cittadini ai loro governi.
Nell’Unione europea c’è una campagna di negazionismo climatico. Chi crede ai propri occhi viene schernito. Ciò che proviamo sulla nostra pelle dev’essere ignorato. Ora che l’immaginato è diventato reale, dev’essere rificcato a forza nella categoria dell’immaginario. Ma non è troppo tardi per fermare questa pazzia. Il Sole ci sta mandando un messaggio: protestate per sopravvivere. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati





