Donald Trump ha trovato il colpevole. Chiamato in causa per la sua gestione catastrofica della pandemia di covid-19, in campagna elettorale permanente, il presidente statunitense ha stroncato pubblicamente “i cattivi”: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il suo direttore generale, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il 15 aprile Trump ha annunciato la sospensione dei fondi statunitensi all’Oms per almeno due o tre mesi, “il tempo di un’indagine”. Gli Stati Uniti sono i primi finanziatori dell’agenzia delle Nazioni Unite con più di 400 milioni di dollari all’anno, dieci volte la somma versata dalla Cina. Ma la decisione ha poche possibilità di essere applicata dato che il congresso ha già disposto i fondi per il 2020.
La mossa è stata criticata da quasi tutti, in Europa, in Africa, in Asia e negli stessi Stati Uniti, in particolare da Bill Gates, che con la sua fondazione privata è uno dei principali finanziatori dell’agenzia. Questa nuova rabbia “trumpiana” fa da megafono alle accuse rivolte all’Oms da settimane: la direzione dell’agenzia sarebbe sotto l’influenza della Cina; per non offendere Pechino, avrebbe coperto i ritardi e le bugie sulla diffusione del virus; a gennaio avrebbe perso tempo prezioso, favorendo l’epidemia, diventata poi pandemia.
Le responsabilità del passato
Lo stesso 15 aprile la Francia ha ripreso in termini più diplomatici queste critiche. Durante un intervento in parlamento, il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian, pur “rammaricandosi” per la decisione statunitense, ha osservato che c’è stata “forse una mancanza di reattività e di autonomia, probabilmente sono mancati mezzi per individuare, allertare e informare, è mancata la capacità normativa”. Ma, ha aggiunto, “non vuol dire che la responsabilità sia automaticamente dei funzionari dell’Oms, probabilmente i problemi derivano dalle caratteristiche dell’organizzazione”.
Le critiche rivolte all’Oms non sono una novità. Praticamente in ogni grande crisi sanitaria si punta il dito contro l’Oms, un’enorme agenzia creata nel 1948, con settemila dipendenti e un bilancio di 4,4 miliardi di dollari nell’anno a cavallo tra il 2018 e il 2019. Nel 2003 l’organizzazione fu accusata di aver sottovalutato la diffusione della Sars. In quel caso fu biasimata soprattutto la Cina per aver tardato a fornire informazioni, aver mentito e aver nascosto la situazione.
Tra il 2008 e il 2009 l’agenzia fu bersaglio di critiche per aver reagito in modo spropositato alla pandemia di influenza H1N1. Ma l’errore più spettacolare è stata la sua incapacità di rendersi conto del pericolo dell’epidemia di ebola in Africa occidentale tra il 2013 e il 2015: l’Oms ci mise cinque mesi a dichiarare “un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” (Usppi), un’allerta che obbliga tutti i paesi a organizzarsi e ad agire in modo deciso.
L’agenzia avrebbe poi ammesso il grave errore avviando un’inchiesta interna, ammettendo pubblicamente le sue colpe nel 2015 e promettendo profonde riforme. Nel frattempo un ex consulente dell’organizzazione, Charles Clift, pubblicava un lungo rapporto molto critico. L’Oms è “troppo politicizzata, troppo burocratica, male organizzata, troppo timida quando si tratta di affrontare situazioni delicate e troppo lenta ad adattarsi”, riassumeva. Una valutazione condivisa dallo storico della sanità Theodore Brown, tra gli autori di un libro sulla storia dell’organizzazione pubblicato nel 2019.
Ritardi e ambiguità
Queste osservazioni, note da tempo, danno ragione a Trump? Assolutamente no. L’Oms è prima di tutto il risultato di quello che ne hanno fatto i 194 stati che la compongono. Inoltre l’istituzione resta una protagonista fondamentale della sanità pubblica, indispensabile soprattutto per i paesi più poveri, e ha ottenuto diversi risultati importanti. Trump, sempre occupato a far dimenticare i suoi errori e le sue malefatte, ha scelto ancora una volta di colpire i suoi due obiettivi preferiti: il multilateralismo e la Cina.
L’Oms avrebbe favorito la diffusione del “virus cinese”? Questa affermazione, contenuta in un tweet del presidente statunitense, è lontana dalla verità. Contattato da Mediapart, un esponente del “comitato d’emergenza” dell’agenzia, che ha chiesto di restare anonimo, assicura che “le decisioni prese a gennaio non erano dettate o influenzate dalla Cina”. Il comitato d’emergenza riunisce quindici scienziati e specialisti di tutto il mondo. Il direttore generale è obbligato a consultarlo. Tedros Adhanom Ghebreyesus non può decidere da solo, anche se i suoi interventi gli permettono di connotare in modo talvolta molto politico le scelte tecniche e sanitarie fatte.
Tuttavia la cronologia di gennaio mostra se non dei ritardi quanto meno delle ambiguità nelle reazioni dell’organizzazione. Il 31 dicembre la Cina si era decisa a informare l’agenzia di alcuni casi di polmonite di origine sconosciuta. Il 3 gennaio erano stati riferiti 44 casi. “L’Oms sorveglia da vicino la situazione ed è in stretto contatto con le autorità cinesi”, era stato precisato.
La prima critica rivolta all’organizzazione riguarda le modalità di trasmissione del virus. Il 14 gennaio l’Oms dichiarava che “in base alle prime inchieste fatte dalle autorità cinesi non ci sono prove chiare di una trasmissione tra gli esseri umani”. Ma i primi studi pubblicati dai medici cinesi e le informazioni provenienti da Wuhan non lasciavano dubbi sul fatto che la malattia si trasmettesse tra gli esseri umani. Perché l’Oms riprendeva passivamente le dichiarazioni delle autorità cinesi? Solo una settimana dopo, il 22 e il 23 gennaio, l’agenzia ha riconosciuto che la malattia si trasmetteva da un essere umano all’altro. Il comitato d’emergenza si è riunito in quei due giorni. Alcuni esperti avevano fatto una breve visita a Wuhan il 20 e 21 gennaio. Da quel momento le cose hanno accelerato, probabilmente anche perché nel frattempo c’era stato un cambiamento radicale in Cina: il potere centrale e il presidente Xi Jinping avevano preso la situazione in mano, estromettendo le autorità locali, accusate di aver nascosto quello che stava succedendo fin da novembre.
Il 22 gennaio è stato deciso l’isolamento di Wuhan, dove erano stati segnalati 557 casi. “Esiste una trasmissione del virus tra gli esseri umani”, dichiarava il comitato. Ma anche se si sottolineava la gravità della situazione e si chiedevano alla Cina “maggiori informazioni”, non si dichiarava l’emergenza Usppi. “Il comitato era diviso a metà, mentre per funzionare ha bisogno di un ampio consenso”, osserva la persona intervistata da Mediapart. “Allora c’erano 557 casi, avevamo chiesto al direttore generale di riunirci di nuovo nei giorni seguenti, cosa che abbiamo fatto. È vero, non potevamo verificare i dati che ci arrivavano, ma non posso dire che a gennaio non eravamo stati informati in tempo di quello che succedeva”, aggiunge.
Diplomazia complessa
Una settimana dopo c’è stata una nuova riunione. Questa volta è stata dichiarata l’emergenza Usppi. In quel momento in Cina c’erano “7.711 casi confermati e 12.167 casi sospetti”. Il virus era uscito dai confini e 83 casi erano stati registrati in 18 paesi. “Il comitato ritiene che sia ancora possibile interrompere la diffusione del virus se i paesi adotteranno delle misure forti per individuare rapidamente la malattia, isolare e trattare i casi”, indica il resoconto della riunione.
Da quel momento le allerte dell’Oms si sono moltiplicate. Una missione congiunta dell’agenzia e della Cina, a cui partecipavano degli esperti statunitensi, ha indagato sul posto dal 16 al 24 febbraio. L’11 marzo l’organizzazione ha dichiarato lo stato di pandemia.
Ma più dei presunti e discutibili ritardi, a essere disapprovata è la relazione compiacente dell’istituzione con le autorità cinesi. L’Oms è chinacentric, si è indignato Donald Trump: subisce l’influenza cinese e il suo più alto funzionario non sarebbe altro che una marionetta nelle mani di Pechino. Molti specialisti dell’organizzazione sottolineano l’incapacità di Tedros Adhanom Ghebreyesus di scontrarsi frontalmente con la Cina, con il rischio di rovinare qualunque forma di cooperazione e di scambio d’informazioni. Sulla rivista Science, Lawrence Gostin, della Georgetown university, ritiene che il direttore generale si trovi “in una situazione quasi impossibile”.
Ma al di là di questa complessa diplomazia sanitaria, restano gli omaggi resi da Tedros a Pechino nel corso di tutta la crisi. Non è una sorpresa: la Cina aveva sostenuto in modo determinante la sua candidatura e la sua elezione alla guida dell’Oms nel 2017, con i voti di tutti gli stati dell’Unione africana.
Primo africano eletto a capo dell’Oms, Tedros aveva subito accolto la richiesta cinese di sopprimere lo status di osservatore di Taiwan, riconoscendo il principio di “una sola Cina”. Da allora il conflitto è ricorrente. Taiwan ha uno dei migliori sistemi sanitari del mondo, è alle porte della Cina e ha gestito in modo molto efficace la crisi del covid-19.
In una pubblicazione recente della Fondation pour la recherche stratégique (Frs, un istituto indipendente francese), la ricercatrice Valérie Niquet ha ripercorso la strategia di lungo termine della Cina per aumentare la propria influenza nelle grandi agenzie dell’Onu. Basandosi sui voti dei paesi africani, Pechino ha potuto conquistare dei posti importanti e controllare direttamente o indirettamente diversi organismi internazionali.
“Tedros Adhanom Ghebreyesus non mantiene nessuna distanza politica nei confronti del regime cinese”, conferma Niquet, intervistata da Mediapart. “D’altra parte la Cina è la prima fonte d’investimenti esteri e il primo partner commerciale dell’Etiopia”, il paese di provenienza del direttore generale, che in passato è stato anche ministro della sanità e degli esteri. François Godement, un altro esperto di Cina, fa un’analisi molto simile a quella di Niquet: “La reticenza del direttore generale a criticare Pechino salta agli occhi”.
Il prezzo da pagare
È vero che in tutti i suoi discorsi, prima e dopo la crisi, Tedros non ha risparmiato complimenti a Pechino. La ricercatrice Alice Ekman spiega nella rivista Grand Continent che “fin dal 2017 Tedros ha fatto suoi gli elementi del linguaggio del potere cinese”. Analizzando un discorso pronunciato a Pechino nell’agosto 2017, un mese dopo essersi insediato, la ricercatrice osserva che “con lui, l’organizzazione si schierava a fianco della Cina nella promozione di una ‘via della seta sanitaria’”. Il 28 gennaio Tedros è andato nella capitale cinese per incontrare Xi Jinping. “Apprezziamo la serietà con cui il vostro paese affronta questa epidemia e in particolare l’impegno dei suoi dirigenti e la trasparenza che hanno dimostrato”. Neanche una parola invece sui medici che avevano lanciato l’allarme, sui rapporti censurati e sui giornalisti perseguitati.
Ma è anche vero che nelle settimane successive un altro leader politico si è complimentato con la Cina e con Xi Jinping: Donald Trump, che nei suoi tweet, prima di parlare di “virus cinese”, si congratulava con Pechino.
L’occidente – gli Stati Uniti e i paesi europei per primi – scoprono di aver perso terreno in molte organizzazioni internazionali, spesso trascurate se non denigrate. A lungo l’Oms è stata considerata l’agenzia sanitaria dei paesi poveri del sud del mondo. Ma il covid-19 ricorda all’occidente che la sua negligenza o la sua ostilità a un multilateralismo efficace hanno oggi un prezzo politico e sanitario. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1355 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati