1. Il chital e la scimmia entello

Un grido risuona nella giungla. Un segnale di allarme, da qualche parte tra gli alberi. Shyam Thapa, ranger dell’organizzazione nepalese per la difesa dell’ambiente National trust for nature conservation (Ntnc) e dottorando dell’università di Wageningen, nei Paesi Bassi, si porta un dito davanti alle labbra.

Pochi minuti prima, mentre sobbalzavamo sui sentieri sterrati nel cassone posteriore della sua jeep rossa arrugginita, ci aveva raccontato che nel parco nazionale di Bardia, nel sud del Nepal, i cervi e le scimmie collaborano. I chital, o cervi pomellati, controllano la situazione dal basso, mentre sugli alberi si nascondono le scimmie entello, o langur grigi, la cui presenza s’intuisce solo dalle lunghe code oscillanti. In caso di pericolo, i chital cominciano a bramire e le scimmie entello a urlare. Secondo Thapa, l’urlo che abbiamo sentito può significare solo una cosa: c’è una tigre nei dintorni.

Osservare una tigre del Bengala è il mio desiderio segreto da quando, da bambina, ho visto il cartone animato della Disney Il libro della giungla e, in seguito, ho letto il romanzo di Rudyard Kipling. In quella storia la tigre Shere Khan è la cattiva: un essere malvagio che ha messo gli occhi su Mowgli, il “cucciolo d’uomo”. Ma Shere Khan è anche la regina della giungla. La tigre del Bengala è il secondo felino più grande del mondo, pesa in media più di 220 chili e misura tre metri dalla testa alla coda: solo la tigre siberiana è di poco più grande. Un animale furtivo che si nasconde tra l’erba alta o le sterpaglie, per poi avventarsi sulla preda. Segretamente ammiravo Shere Khan.

Nell’autunno 2021 ho sentito parlare di un nuovo progetto di ricerca olandese e nepalese a Bardia, una riserva naturale in Nepal. La mia attenzione è stata subito solleticata. Il progetto mette al centro l’intero ecosistema – quindi, oltre agli animali, anche la vegetazione e il paesaggio – e tiene conto del ruolo importante svolto dalle interazioni tra gli esseri umani e l’ambiente naturale. Come Il libro della giungla, ma vero.

L’autista spegne il motore della jeep e rimaniamo in silenzio. Ci guardiamo intorno in cerca della tigre, ma si vede solo del verde: quello chiaro delle foglie degli alberi di sal, quello scuro delle palme rampicanti, e quello secco dell’erba elefantina. Nessuna traccia di arancione, da nessuna parte. “Probabilmente lei ci può vedere”, sussurra Thapa. Tutt’a un tratto, mi rendo conto di quanto siamo vulnerabili. Le tigri non saltano mai sulle jeep, ho sentito dire. Però potrebbero farlo.

Oltre che furtiva, la tigre è rara. Nel 2010, l’ultimo anno della tigre secondo il calendario cinese, nei paesi in cui vive questo animale, cioè in Siberia, Nepal, Cina, India, Bangladesh, Thailandia, Indonesia, Malaysia, Birmania e Bhutan, si stimava che ce ne fossero circa 3.200, di cui 2.700 erano tigri del Bengala. Lo stesso anno, a un congresso internazionale a San Pietroburgo, in Russia, attivisti ecologisti e finanziatori stabilirono un obiettivo: raddoppiare il numero delle tigri in dodici anni, per raggiungere i 6.400 esemplari nel 2022. Volevano farlo contrastando il bracconaggio e il commercio illegale, e proteggendo l’habitat naturale delle tigri.

Osservare una tigre del Bengala è il mio desiderio segreto da quando, da bambina, ho visto il cartone animato della Disney Il libro della giungla

Nel 2010 a Bardia vivevano diciassette tigri, un numero misero. La cifra era dovuta in parte al bracconaggio e in parte alla storia del territorio. Bardia diventò parco nazionale solo nel 1988. Negli anni precedenti era una riserva naturale con alcuni piccoli villaggi al suo interno. “Ancora prima era una riserva di caccia, dove il re andava a sparare agli animali selvatici”, dice Thapa. “Anche alle tigri”.

Da allora la caccia è stata vietata e, grazie a un maggiore rispetto delle regole, anche il bracconaggio è molto diminuito. Il numero delle tigri a Bardia sta aumentando: secondo i conteggi più recenti, nel parco nazionale, che ha una superficie di 960 chilometri quadrati, vivono 87 tigri. Il piano per salvarle è stato un successo, ma si è creato un nuovo problema: il territorio sembra non riuscire a sostenere questi numeri. L’ecosistema non è più in equilibrio. Sempre più spesso le tigri oltrepassano i confini del parco per avventurarsi nei territori abitati dagli esseri umani. Dal 2019, intorno a Bardia, 29 persone sono state uccise dalle tigri.

I ricercatori vogliono capire quali sono i punti critici, all’interno e all’esterno dell’ecosistema. Come si fa a convivere con le tigri?

L’autista riaccende il motore. Sono delusa e allo stesso tempo sollevata.

2. Non dimenticare il leopardo

La sera siamo seduti in cerchio intorno al falò, vicino al lodge, l’albergo composto di casette di legno in cui dormiamo: sedici studiosi olandesi e nepalesi, specializzati in varie discipline. Istintivamente mi guardo alle spalle. Nei giorni scorsi c’era un leopardo che si aggirava qui intorno. “Puntano soprattutto i bambini, non le donne alte un metro e ottantatré”, cerca di tranquillizzarmi Herbert H.T. Prins, professore di ecologia delle risorse, che mi racconta nel dettaglio come i leopardi uccidono le prede: “Le sventrano in un’unica rapida mossa”.

Alla mia sinistra c’è il biologo Cas de Stoppelaar. Più di cinquant’anni fa, quando era uno studente dell’università di Leida, fece ricerca sul campo in Nepal e s’innamorò del paese. Nel 1996 fu nominato console generale del Nepal nei Paesi Bassi. Successivamente ha creato con alcuni ex compagni di studi l’organizzazione ambientalista Himalayan tiger foundation. Come fondatore, ha contattato scienziati olandesi e nepalesi chiedendo se fossero interessati a fare ricerca sulle tigri. Dal 2014 Bardia ospita progetti dell’università di Wageningen. Nel settembre 2021 è cominciato un programma interdisciplinare su ampia scala in cui sono coinvolte, oltre all’ateneo di Wageningen, le università di Delft, Utrecht e Den Bosch. Il progetto, finanziato dal Consiglio delle ricerche olandese (Nwo), si chiama “Save the tiger! Save the grasslands! Save the water!”, salviamo la tigre e le praterie, e risparmiamo l’acqua.

Alla mia destra siede invece Jasper Griffioen, docente di gestione della qualità delle acque all’università di Utrecht e responsabile del progetto dell’Nwo. Un esperto di risorse idriche che si occupa di tigri: può sembrare una combinazione strana. In realtà, spiega Griffioen, l’idrologia è la base di un ecosistema sano. L’acqua è importante per la vegetazione, la vegetazione è importante per i cervi e i cervi sono importanti, in quanto prede, per le tigri. Se la catena s’inceppa, l’ecosistema perde il suo equilibrio. Ne è un esempio il fiume Karnali, un affluente del Gange, che scorre a ovest del parco nazionale di Bardia. Gli interventi umani – per l’irrigazione, per la creazione di dighe, per il prelievo di ghiaia – hanno modificato la portata e l’assetto del fiume. “Per questo motivo nel territorio che confina con il parco non ci sono più straripamenti regolari e i luoghi che un tempo erano coinvolti sono occupati dalla boscaglia”, spiega Griffioen. “Sono ancora adatti ai rinoceronti, che li attraversano, ma non ai cervi per pascolare”.

Intorno a noi risuonano i rumori della giungla. Shyam Thapa conosce tutti gli uccelli per nome: “Caprimulgo. Pavone selvatico. Cuculo”. Di leopardi non se ne vedono… o sono due occhi scintillanti, quelli che scorgo in lontananza?

Nel parco nazionale vivono cinque specie di cervi, racconta Prins. I chital, che con i loro manti punteggiati di bianco somigliano ai daini europei, sono la preda principale delle tigri. Poi ci sono i cervi delle paludi, i cervi porcini, i sambar e i muntjak.

“Negli anni ottanta i contadini se ne andarono da Bardia e per i cervi la situazione diventò difficile. Il bestiame al pascolo teneva l’erba bassa intorno ai villaggi. Ora invece nell’arco di una stagione l’erba diventa alta due metri. Solo un cervo gigante riuscirebbe a mangiarla”.

La scomparsa dei contadini ha avuto conseguenze negative sui cervi, ma anche sulle tigri. “All’inizio in questo territorio c’era il nilgai, una grande antilope che ricorda un bovino. Con una preda del genere, una tigre era a posto per quasi una settimana”, spiega Prins. Ma quando sparì il bestiame, anche il numero dei nilgai diminuì notevolmente, finché non scomparvero completamente da Bardia. “Ora le tigri devono accontentarsi di cervi più piccoli: più lavoro per meno carne”.

Quando vado verso la mia stanza, un dipendente del lodge scatta in piedi per illuminare il sentiero nella giungla. “Do not forget about the leopard, miss…”, dice. Non si dimentichi del leopardo.

Al sicuro in camera mia, poco prima di tirare le tende, mi sembra d’intravedere un’ombra tra gli arbusti. Poi m’infilo dentro la grande zanzariera e mi lascio cullare nel sonno dal ronzio delle zanzare.

3. Ricerca a dorso d’elefante

Alle cinque del mattino la giungla si sveglia. E mi sveglio anch’io. Partiamo presto, prima che sia troppo caldo. In questo periodo dell’anno, che precede di poco l’arrivo dei monsoni, le temperature nelle ore centrali della giornata possono raggiungere i 40 gradi, con un tasso d’umidità dell’80 per cento.

A dorso d’elefante nel parco di Bardia, Nepal, 2010 (Susheel Shrestha, Getty Images)

“In realtà si sta ancora bene”, commenta Yorick Liefting quando saliamo sulla jeep, dopo aver fatto colazione. In qualità di biologo e ricercatore tecnico dell’università di Wageningen, Liefting partecipa da anni alla ricerca a Bardia. “Nel 2019 eravamo qui nella stagione dei monsoni per installare delle telecamere. Un giorno, sulla via del ritorno, eravamo così stremati dal caldo che stavamo per non accorgerci che una tigre si stava avvicinando alla nostra jeep”.

Insieme a Joost de Jong, docente di ecologia e tutela della fauna all’università di Wageningen, e al ranger Umesh Paudel, Liefting ha installato cinquanta video­trappole (telecamere che servono a filmare gli animali nella loro vita quotidiana). “Le abbiamo sistemate a otto metri di altezza, così gli elefanti non ci arrivano”, dice indicando uno degli apparecchi fissato a un albero di sal, proprio sopra di noi.

Le videotrappole sono installate con gli obiettivi rivolti in basso. Così possono filmare i dorsi dei chital. Ogni cervo è caratterizzato da un disegno unico di punti bianchi intorno a una striscia dorsale nera, racconta De Jong. Analizzando le immagini al computer, è possibile farsi un’idea del numero di questi animali. Un’informazione importante per sapere quanto cibo abbiano a disposizione le tigri. “Se non ci sono abbastanza prede, difficilmente potremo definire l’aumento della popolazione di tigri un successo dal punto di vista della salvaguardia della natura”, spiega De Jong. Un chital basta a saziare una tigre per circa due giorni.

Questa settimana i ricercatori installano, accanto alle videotrappole, anche delle stazioni meteorologiche. “Lo facciamo per analizzare il comportamento degli animali quando il clima è molto caldo o secco”, dice Liefting. “Ma la cosa più importante è contare i cervi, per sapere se aumentano o diminuiscono”.

Ci fermiamo in una phanta: una superficie erbosa nel punto in cui un tempo sorgeva un villaggio. Shyam Thapa scende dalla jeep. “Ora sembra uno spazio libero”, dice. “Ma se non interveniamo, in poco tempo l’erba raggiungerà l’altezza di una persona”.

Un chital, o cervo pomellato, a Bardia, 2020 (Alberto Carrera, Alamy)

Nel suo dottorato all’università di Wageningen, Thapa ha studiato gli effetti della falciatura della vegetazione sulla vita dei chital. “La salvaguardia dell’ambiente in Nepal si fonda sull’adagio nature knows best, la natura la sa lunga. Vale a dire: intervenire il meno possibile. Ma questo territorio è troppo piccolo per sostenere tutte le creature senza un intervento esterno”, spiega Herbert Prins.

Thapa ha condotto gran parte della sua ricerca a dorso d’elefante. “Il National trust for nature conservation ha un elefante che usiamo per tutto ciò che non si può fare a piedi o con la jeep. Visto che a volte dovevo avventurarmi nell’erba alta diversi metri, l’elefante era il modo più sicuro: nell’erba le tigri si notano a malapena”.

Durante la ricerca nel parco nazionale, Thapa si è occupato di 181 lotti di tre diversi tipi. “Alcuni li falciavamo due volte all’anno, alcuni quattro, alcuni mai. Una parte dei lotti la concimavamo con l’azoto, un’altra con il fosforo. Volevamo vedere quale tipo di gestione fosse più apprezzata dai cervi”. Per capirlo contavano gli escrementi freschi di chital che trovavano in ogni lotto. I più apprezzati erano gli appezzamenti più grandi e falciati frequentemente. “Lì i cervi hanno una visuale più ampia e possono scappare se arriva una tigre”. Inoltre, pascolavano volentieri nei prati con molto fosforo. “Questo significa che potremmo effettivamente far crescere la popolazione dei cervi falciando e concimando. Come fanno i contadini”.

4. Lottare con una tigre

Tre giorni nella giungla e ancora nessuna tigre. “Dovresti essere contenta”, mi dice una turista statunitense. “Ieri durante un’escursione a piedi nella giungla ci siamo trovati faccia a faccia con una tigre. Terrifying”, terrificante.

Dal passeggero nepalese con cui ho parlato in aereo alla guida nella mia borsa, tutti raccomandano di prestare la massima attenzione

Lo so, incontrare una tigre comporta dei rischi. Dal passeggero nepalese con cui ho parlato durante il viaggio in aereo alla Rough guide che tengo nella borsa, tutti raccomandano di prestare la massima attenzione nella giungla. Nella guida c’è addirittura un paragrafo dedicato alla storia di un turista olandese e di una guida nepalese che il 13 febbraio 2016, durante un safari a piedi a Bardia, sono stati attaccati da una tigre.

La guida era Krishna Shah, che sto andando a trovare insieme ad altre persone, tra cui l’antropologa culturale Jet Bakels. In un progetto in cui i conflitti tra esseri umani e animali selvatici occupano un posto così centrale, non si può ignorare il punto di vista umano. Bakels studia le interazioni con gli animali pericolosi e lavora, su commissione del Wwf e della Himalayan tiger foundation, a un libro sulle tigri e la salvaguardia della natura rivolto agli alunni delle scuole nepalesi.

Krishna Shah è citato nel libro. Ci dà il benvenuto offrendoci del tè nella sua casa d’argilla, all’ombra di un albero di mango. Intorno a noi scorrazzano galline e capre. Prima di cominciare a parlare, si arrotola i pantaloni e ci mostra le cicatrici sulla coscia sinistra. “Questo è il mio souvenir dell’incontro con la tigre”. Racconta che lui e il turista olandese stavano attraversando a piedi il parco di Bardia quando, verso l’ora di pranzo, una tigre è sbucata dal nulla e si è diretta verso di loro. “Di solito le tigri sono schive, ma quella ce l’aveva con noi. Credo che fosse una femmina che voleva proteggere i cuccioli”. Shah ha tentato di allontanarla brandendo un ramo di bambù, mentre il turista si arrampicava su un albero. “Sono corso a chiamare aiuto, ma quando sono tornato la tigre mi ha attaccato di nuovo. Di riflesso, ho messo le braccia davanti alla gola. Mi ha azzannato i piedi e le gambe, finché non è arrivata un’altra guida a cacciarla con un bastone”. Shah è finito all’ospedale. “Sono passate ore prima che qualcuno si prendesse cura di me. Probabilmente perché appartenevo alla casta sbagliata”. In seguito la ferita si è infettata. “Ci è mancato poco che perdessi la gamba”.

Gli chiedo se l’attacco gli abbia fatto cambiare idea sulle tigri. Scuote la testa. “Il problema non sono le tigri, siamo noi. Siamo stati noi a modificare il corso del fiume. È nostro dovere rispettare il territorio delle tigri, invece i contadini ci fanno pascolare il loro bestiame illegalmente o entrano nel parco per raccogliere verdure e fare legna. Se noi lasciamo in pace le tigri, loro lasciano in pace noi”.

Secondo Bakels, “gli abitanti del posto convivono con le tigri da secoli. La situazione si è aggravata in tempi recenti, perché ci sono nuove tigri e molte più persone. Il rispetto per le tigri, però, ha radici profonde. Lo vediamo anche nella religione: nei templi in cui si venerano gli antenati ci sono statuette di argilla che le rappresentano. E chi entra nel parco nazionale rivolge prima una preghiera a Ban Devi, la dea della foresta che cavalca una tigre o può assumerne addirittura le sembianze. Se vieni attaccato da una tigre, la credenza comune è che probabilmente sei tu ad aver fatto un errore”.

Oltre alla religione, c’è l’aspetto turistico. Mentre lasciamo il villaggio, Cas de Stoppelaar indica la statua di una tigre sulla rotonda del paese e i cartelli che indicano i vari homestay, stanze in affitto in case private. “Le persone sono contente perché le tigri fanno guadagnare”.

La studiosa indica con la mano la zona in cui ci troviamo. “Fino a metà del secolo scorso questo era un territorio malarico, invivibile. Con l’invenzione del ddt cominciò a popolarsi. Ma negli ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione demografica. Molti si trasferiscono dall’India, il confine è ad appena una decina di chilometri. Nei villaggi non c’è più posto, quindi chi arriva si stabilisce illegalmente nel corridoio ecologico tra Bardia e il nord dell’India, o nella zona cuscinetto intorno al parco nazionale. In poche parole: in luoghi in cui si entra facilmente in contatto con la natura selvaggia ma fuori dal controllo e dalla protezione del governo”.

La sera ne parlo con Rabin Kadariya, un dirigente dell’Ntnc. “La tigre non può modificare il suo comportamento”, dice. “Quindi sono gli esseri umani a doverlo fare. Gli abitanti del posto fanno di testa loro ed entrano nelle zone cuscinetto. È una follia. Noi dell’Ntnc tentiamo di istruire le persone per convincerle a cambiare i loro comportamenti. Inoltre, mettiamo in sicurezza i ricoveri per il bestiame in modo che non siano attaccati dagli animali selvatici. Piantiamo alberi e aiutiamo a creare degli orti in modo che le persone non debbano più avventurarsi nella giungla per procurarsi legna e da mangiare”.

“Vogliamo evitare che chi protegge la natura e gli abitanti dei villaggi vivano in due mondi separati”, osserva Bakels. “La cosa più importante è che gli abitanti della zona si sentano ascoltati, che possano trarre profitto dalla presenza delle tigri e non ne facciano solo le spese”.

5. Una visita indesiderata

Per lavorare sul senso di appartenenza, l’Ntnc organizza, insieme al team di ricercatori olandesi, un incontro con la popolazione locale. Una quarantina di abitanti dei villaggi sono presenti all’incontro in una piccola sala rovente: insegnanti, contadini, gestori di homestay. Sopra le nostre teste ronzano i ventilatori. Tutti si passano bottiglie d’acqua.

Una tigre del Bengala nel parco di Bardia, Nepal, gennaio 2021 (Alberto Carrera, Alamy)

Una persona che vive qui dice: “La situazione attuale non va bene. Si parla troppo e si fa troppo poco”. Altri abitanti dei villaggi gli danno ragione. Alcuni chiedono di costruire un muro di cemento intorno a tutto il parco. “Amiamo gli animali, ma prevenire un attacco è meglio che ricevere un risarcimento dopo che è successo”. E ancora: “La nostra fiducia nella natura è intaccata dalla diffidenza nei confronti delle autorità”.

“Per strada si vedono ovunque cartelli che dicono di non andare troppo veloci per via degli animali”, dice una donna. “Ma se andiamo piano corriamo il rischio di essere sbranati”.

Si arriva a parlare della recinzione elettrificata che è stata installata intorno al parco qualche anno fa per gli elefanti. Una linea divisoria meno netta di un muro di cemento: a eccezione degli elefanti, animali e persone possono passarci sotto con facilità. Ma la recinzione non è in buone condizioni ovunque. I residenti sperano in un sostegno economico, mentre i ricercatori pensano che debbano essere loro a pagarla per sentirsi responsabili della manutenzione.

Prende la parola Hemanta Acharya, presidente del movimento locale antibracconaggio. Nel 2010 ha perso il padre, attaccato da un elefante. “Non sono contrario a un muro di cemento, ma non sono neanche contrario a una recinzione. Le persone però sono impazienti”, sottolinea. “Nessuno si sente protetto. Di sensibilizzazione se n’è fatta abbastanza, è tempo di passare all’azione”.

Vedo gli alberi di sal con i loro tronchi lisci, dritti. Se volessi rifugiarmi in cima, non riuscirei a salire neanche dieci centimetri

Il fratello Indra è d’accordo. Mi aveva già raccontato di come, dopo la morte del padre, lui stesso avesse rischiato la vita quando, la prima notte di nozze, due enormi zanne avevano trapassato da parte a parte la parete della sua casa di argilla. “Io e mia moglie eravamo a letto e tutt’a un tratto un elefante maschio ha distrutto la nostra casa. Per fortuna, nonostante lo spavento, siamo riusciti a scappare”.

Nella sua voce si avverte un’emozione evidente. “Molti abitanti della zona s’impegnano in maniera volontaria per la salvaguardia della natura. Dov’è invece il governo, che dovrebbe presentare progetti chiari e offrire compensazioni economiche agli allevatori che perdono il loro bestiame? Perché non si fa niente per chi vive nella zona cuscinetto?”.

Alla fine dell’incontro parliamo ancora un po’. “Sono contento che i ricercatori e i ranger ci ascoltino”, dice Indra. “Ma dubito che cambierà qualcosa. Il governo nepalese si tiene a distanza”. Lui ama la natura, sottolinea, e gli animali selvatici. Anche gli elefanti, nonostante le tristi esperienze personali. “Secondo me l’elefante che ci ha rovinato la prima notte di nozze era semplicemente invidioso”, aggiunge con un sorriso.

6. La tigre problematica

Dopo cinque giorni, non ho ancora visto una tigre. Anche se so di esserci andata vicina. Da un anno l’Ntnc deve fare i conti con una “tigre problematica”: una di Bardia che ha ucciso varie persone e ora è rinchiusa in una gabbia di cemento a due piani. Andarci è vietato. L’intenzione è evitare il più possibile i contatti dell’animale con le persone, in modo da poterlo liberare nuovamente in natura.

La tigre problematica deve il suo soprannome non solo alle vittime. Cosa devono fare le autorità con un animale che non riescono a controllare? Abbatterlo, trasferirlo, liberarlo lo stesso?

“Un esemplare adulto che ha vissuto libero per tutta la vita non si può rinchiudere in uno zoo”, dice Thapa. Lui è uno dei pochi a non essere contrario all’abbattimento. Ma, riconosce, “è un tema delicato”.

7. Un fruscio tra i cespugli

Nella mia ultima mattina a Bardia m’inoltro nel parco nazionale insieme alla guida Ram Shahi e ad alcuni ricercatori. Fa così caldo che abbiamo portato degli ombrelli per proteggerci dal sole. A quanto pare non siamo gli unici a cercare un po’ di fresco. Nel parco sono stati scavati degli stagni dove l’acqua sotterranea è pompata in superficie ricorrendo all’energia solare. In uno stagno due elefanti asiatici si fanno una doccia rinfrescante con la proboscide.

Poco dopo ci fermiamo bruscamente. In mezzo alla strada c’è un leopardo. Si rotola nella sabbia, si accovaccia e lascia per terra una grande cacca prima di sparire tra gli arbusti. Shahi commenta: “Vuole mettere in chiaro chi è che comanda”. È il contrario dello zoo: nel cassone della jeep, siamo noi gli animali in gabbia. Ospiti della giungla.

Ripenso a quello che mi ha detto De Jong dopo l’incontro pubblico: “Un muro di cemento è una divisione estrema tra esseri umani e animali. Costruirlo è come dire: la convivenza non è possibile, gli animali non possono entrare nel territorio degli umani né le persone in quello degli animali”.

Invece gli esseri umani possono svolgere un ruolo utile a Bardia. Ricreando il ciclo naturale dell’acqua, falciando l’erba per i cervi. Però sono solo un anello della catena, come le termiti, i cervi, le tigri, gli elefanti. Qui la natura è un tutt’uno. Il progetto dell’Nwo è cominciato da poco ed è ancora presto per arrivare a soluzioni concrete sulla convivenza con le tigri. In ogni caso, il piano dovrà coinvolgere l’intero ecosistema e i villaggi della zona.

Poco prima di uscire dal parco, Shahi propone di dare un’occhiata anche al fiume Karnali: “Quando fa caldo ci vanno molti animali”. Scendo per ultima dalla jeep. Nel tentativo di tenere il passo, inciampo. Per un istante mi sento completamente sola nella giungla. Dagli arbusti proviene un fruscio. Vedo gli alberi di sal con i loro tronchi lisci, dritti. Se volessi rifugiarmi in cima a uno di loro, non riuscirei a salire neanche dieci centimetri. Stringo forte l’ombrello, pronta a difendermi dalle tigri, e intanto mormoro una preghiera a Ban Devi.

Quando arrivo dagli altri, Shahi si porta un dito alle labbra. Poi mi passa il binocolo e indica un puntino nel fiume. All’inizio penso sia un miraggio. Ma poi metto a fuoco e la macchia arancione si trasforma inequivocabilmente nella testa di una tigre.

Shere Khan, regina della giungla, sta facendo il bagno nel fiume. ◆vf

Gemma Venhuizen è una giornalista che si occupa di scienza e ambiente per il quotidiano olandese Nrc. Nei Paesi Bassi ha pubblicato cinque libri. Il più recente è Licht (Atlas contact 2017).

Questo articolo è uscito sul numero 1471 di Internazionale, a pagina 126. Compra questo numero | Abbonati