La cittadina di Budleigh Salterton, nel Regno Unito, si trova sulle scogliere più spaventose del mondo. Non sono particolarmente alte e non rischiano di franare, ma raccontano il momento in cui la vita sulla Terra rischiò di finire.

I sedimenti conservati nelle scogliere risalgono all’inizio del triassico, più di 250 milioni di anni fa, dopo la più grande estinzione di massa della storia della vita pluricellulare, che mise fine al periodo permiano. Morì il 90 per cento delle specie, e nella fascia intorno all’equatore pesci e quadrupedi furono quasi del tutto sterminati. L’abbondanza ecologica tende a recuperare da un’estinzione di massa nel giro di qualche centinaio di migliaia di anni, ma sorprendentemente il nostro pianeta rimase quasi del tutto senza vita per cinque milioni di anni.

Oggi sappiamo che l’estinzione avvenne in due fasi. La prima, che cominciò 252,1 milioni di anni fa, colpì soprattutto la vita terrestre e coincise con una serie di esplosioni vulcaniche nella regione del Trappo siberiano. La seconda e più devastante, avvenuta duecentomila anni dopo, fece sparire quasi del tutto la vita terrestre e cancellò la maggior parte delle specie marine.

La prima fase sarebbe stata innescata dalle piogge acide, dall’esaurimento dell’ozono e dall’inquinamento da metalli causati dalle sostanze chimiche vulcaniche. Con la distruzione delle foreste pluviali e di altri ecosistemi, il suolo e le rocce liberarono nell’atmosfera altri composti tossici che aggravarono la situazione. La seconda fase sarebbe invece dovuta al riscaldamento globale. Circa 251,9 milioni di anni fa sulla superficie del Trappo siberiano si era accumulata tanta di quella roccia solidificata che la lava fu spinta nel sottosuolo, dove raggiunse rocce ricche di carbone e altri idrocarburi. Il calore del magma li surriscaldò, sprigionando enormi quantità di anidride carbonica e metano. Anche se non c’erano ancora gli esseri umani, il disastro sarebbe stato causato dalla combustione degli idrocarburi.

La temperatura aumentò di otto-dieci gradi, ma a innescare la seconda fase dell’estinzione bastò un aumento iniziale di tre-cinque gradi. L’anidride carbonica in eccesso finì nei mari, alzando il livello di acidità e facendo scomparire molte specie. Probabilmente l’aumento della temperatura interruppe le correnti oceaniche con lo stesso meccanismo che oggi minaccia il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, da cui dipende la corrente del Golfo. Gli incendi impazzavano ovunque, bruciando la vegetazione, e cenere e terra si riversavano in mare, favorendo l’eutrofizzazione (eccesso di sostanze nutritive), che lasciò senza ossigeno le forme di vita sopravvissute.

Un articolo pubblicato a settembre potrebbe spiegare perché la Terra impiegò tanto tempo per riprendersi. Dato che molti ecosistemi erano stati rimpiazzati dal deserto, le piante faticarono a reinsediarsi. Nei successivi cinque milioni di anni una produzione vegetale insufficiente a creare torbiere ostacolò la formazione di depositi di carbone. In pratica si fermarono tutti i processi naturali che rimuovono dall’atmosfera l’anidride carbonica, trasformandola in legno e terra o seppellendola sotto forma di carbone. Il mondo rimase intrappolato in un clima torrido.

Le scogliere di Budleigh Salterton ci parlano dei punti di non ritorno: spinti oltre le rispettive soglie critiche, gli ecosistemi terrestri sprofondarono in un nuovo equilibrio, ostile alle forme di vita, che non poteva essere invertito rapidamente.

Potrebbe succedere di nuovo? Alle conferenze internazionali sul clima i governi prendono qualche impegno per ridurre le emissioni di gas serra, ma al tempo stesso quasi tutti i paesi con riserve fossili intendono sfruttarle fino in fondo. Secondo il gruppo Carbon tracker, bruciando tutte le riserve mondiali di combustibili fossili si supererebbero di sette volte gli impegni sull’anidride carbonica sottoscritti dai governi. La quantità sarebbe inferiore rispetto a quella prodotta durante l’estinzione del permiano-triassico, ma il periodo di tempo molto più ristretto – pochi decenni invece di 75mila anni – potrebbe rendere la crisi in corso altrettanto fatale per la vita sulla Terra. ◆ sdf

Questo articolo è uscito sul numero 1487 di Internazionale, a pagina 110. Compra questo numero | Abbonati