Venerdì scorso la ministra dell’interno britannica, Priti Patel, ha approvato l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti. Il fondatore di Wikileaks potrà fare appello, ma se la decisione fosse confermata dovrebbe affrontare un processo per spionaggio e, probabilmente, il carcere a vita.

La sua colpa è di aver contribuito a rendere pubblica una serie di crimini commessi dai militari statunitensi e dai loro alleati in Afghanistan e in Iraq.

Ha fatto luce sugli abusi inflitti ai prigionieri di Guantanamo e ha rivelato che più di 150 persone innocenti sono state detenute per anni senza un’accusa. Ha pubblicato il video dei soldati americani che a bordo di un elicottero sparavano a un gruppo di civili iracheni disarmati uccidendone quindici, tra cui un fotografo della Reuters e il suo assistente.

Uno degli aspetti paradossali della sua vicenda è che gli Stati Uniti non hanno processato né punito i soldati sospettati di essere responsabili di questi crimini, ma cercano da anni di processare e punire Assange.

La ragione, ha scritto Peter Oborne sul Guardian, è che punendo Assange vogliono dissuadere chiunque lavori nei mezzi d’informazione dal pubblicare inchieste basate su documenti segreti.

“La divulgazione diventa spionaggio, il giornalismo esemplare diventa cospirazione. Ecco perché Wikileaks era ed è definita un’organizzazione terroristica. Il presunto terrore consiste nel rivelare il terrore”, ha aggiunto Heribert Prantl sulla Süddeutsche Zeitung.

Tra i principali argomenti usati dai suoi detrattori c’è che Assange non è un giornalista. Ma è irrilevante: gran parte delle rivelazioni di Wikileaks sono state pubblicate e amplificate dai giornali statunitensi e di tutto il mondo.

E poi, come nota ancora Prantl, “la libertà di stampa non si applica solo a chi ha frequentato la scuola di giornalismo o a chi ha in tasca la tessera da giornalista. Ai tempi di internet, giornalista è anche chi dirige un sito. In questo modo, Assange ha fatto un ottimo lavoro per la libertà di stampa”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati