Nella primavera del 1943 Pablo Picasso, 62 anni, aveva appena conosciuto la giovane pittrice Françoise Gilot, 21 anni. La presentò a Henri Matisse. “Le farò un ritratto”, disse subito Matisse, immaginando su di lei un filtro bluastro e una capigliatura verde. “Picasso non aveva ancora dipinto il mio ritratto e l’idea non gli piaceva affatto”, ha raccontato mezzo secolo dopo Françoise Gilot in un’intervista. Negli anni sessanta la pittrice se ne andò negli Stati Uniti per sfuggire alle ripicche del pittore, padre dei suoi figli, e alla pubblicazione dell’autobiografia Vivre avec Picasso (Vivere con Picasso), che l’avevano messa in cattiva luce presso la critica francese. Picasso fu il primo a dipingere il ritratto di Gilot (La femme fleur del 1946), che ricalca la combinazione di colori indicata da Matisse. “Era un gioco tra loro due” conclude la pittrice, l’unica superstite oggi delle otto compagne di Barbablù, come amava chiamare Picasso.

Questo episodio da solo dice molto sul “club dei maschi”, denunciato da Julie Beauzac, autrice del podcast Venus s’épilait la chatte? (Venere si rasava la fica?) nel seguitissimo episodio dedicato a Picasso. E dice molto anche sul caso (da manuale) rappresentato dal grande artista, noto per la violenza nei confronti delle donne della sua vita, e la cui esistenza sentimentale fu inestricabilmente intrecciata al suo lavoro. Per la caustica comica australiana Hannah Gadsby, questo significa che “Picasso non ha mai fatto altro che mettersi un caleidoscopio sul cazzo”. Insieme a Lisa Small, Gadsby curerà la mostra in programma al Brooklyn museum nel 2023 su Picasso e le donne, che promette un certo livello di dibattito.

Stirpe infame

In Nanette, la sua feroce serie acquistata da Netflix, Gadsby mette in fila, senza battere ciglio, Pablo Picasso, Harvey Weinstein e Roman Polański. Un modo come un altro per puntare il dito contro una stirpe che eredita, coopta e si riproduce attraverso forme oggi intollerabili.

Grande successo di pubblico, il pod-cast di Julie Beauzac ha suscitato molte critiche da parte degli specialisti che gli hanno rimproverato alcune approssimazioni. “Ma, alla fine, la cosa più difficile è stata rendersi conto dell’abbondanza di testimonianze e della loro convergenza”, spiega la regista. “Tutti sapevano, ma la cosa è stata ignorata. E vedere Polański che riceve un premio César, fa pensare che non è cambiato molto negli ultimi settant’anni”.

Mentre oggi si discute quindi della costruzione del mito di Picasso e del suo lato meno glorioso, i musei hanno dato prova di una certa agilità negli ultimi anni: da un lato hanno favorito una migliore conoscenza di figure rese invisibili, le donne in primo luogo; dall’altro, hanno sostenuto una certa autocritica, che consiste non tanto nel “cancellare” le opere d’arte quanto nello smontare alcune storie che quelle opere avevano ispirato. Cécile Debray, arrivata a dirigere il museo parigino lo scorso autunno, ha affrontato subito l’argomento: “La figura di Picasso, come molte altre, sta vivendo l’ondata di proteste e delegittimazioni avviate dal #MeToo; il suo rapporto con le donne, considerato maschilista e violento, è stato messo in discussione. Ma questo processo è stato esasperato dai social network”, sottolinea. “Molti giovani sentono parlare di Picasso per la prima volta attraverso gli attacchi sui social”, avverte Debray, per cui esistono varie urgenze: quella di decostruire l’immagine di Picasso, nel momento in cui la ricezione della sua opera è talvolta problematica; quella, per l’istituzione, di articolare un discorso sulla separazione tra l’uomo e il suo lavoro; quella infine di aumentare il numero di visitatori del museo.

Pablo Picasso e Françoise Gilot (Glasshouse Images, Alamy)

È possibile parlare di un bacio o di un abbraccio quando in realtà si tratta di uno stupro? Il termine “musa”, ancora molto usato, è appropriato? Sono alcune delle domande che il pubblico, e in particolare gli studenti che interagiscono regolarmente con il personale del museo Picasso, pone durante le visite o in modo molto più virulento sui social network. Per esempio la mostra Picasso/Rodin, organizzata nell’estate del 2021, che metteva a confronto i due mostri sacri, ha suscitato una notevole indignazione.

Le corna del minotauro

Non c’è tempo da perdere: la direttrice del museo e la sua équipe intendono prendere il minotauro per le corna. Programmando mostre che finalmente rimettano in discussione l’immagine del genio isolato nella sua torre d’avorio, e organizzando seminari per consentire al personale curatoriale e di mediazione di comprendere meglio i dibattiti in corso.

Sul primo punto, tra le artiste invitate a intaccare le mitologie più radicate figurano Farah Atassi e Sophie Calle, l’afroamericana Faith Ringgold e la dirompente Orlan. La sua Les femmes qui pleurent sont en colère (Le donne che piangono sono arrabbiate), una galleria di ritratti post-cubisti in mostra fino al 4 settembre, mette in scena una nuova ibridazione dell’artista con il pittore. “Non possiamo più idealizzare i grandi maestri ispirati dalle muse, talvolta dalle loro donne delle pulizie, e lasciare queste ultime nell’ombra”, dice Orlan. “Dobbiamo esprimere la rabbia. E non lo facciamo per Dora Maar”, altra compagna di Picasso, distrutta dal rapporto con il pittore, “ma per le donne di oggi. In ogni caso la censura non è una soluzione, altrimenti quasi tutti i musei del mondo dovrebbero essere svuotati”.

Per continuare a districarsi tra l’opera e l’uomo, bisogna rilanciare anche, come suggerisce Cécile Debray, “approcci più concettuali”. “Siamo circondati dall’ossessione per il biografico”, dice. “Fortunatamente, l’opera d’arte ha una sua autonomia, plastica, immaginaria e politica”. Tanto più che, come ci ha ricordato la mostra Dora Maar presentata nell’estate 2019 al Centro Pompidou, raccontare una storia significa “adottare un punto di vista”. Liberare Dora Maar dalla retorica che ha spesso ostacolato il riconoscimento del suo lavoro è stato il senso centrale di questa mostra che ha rovesciato il punto di vista. “Non si trattava di essere revisionisti, cercando di nascondere il rapporto con Picasso, ma di avere un approccio scientifico”, spiega Damarice Amao, che ha curato la mostra insieme a Karolina Ziębińska-Lewandowska.

La necessità di attivare dei “vasi comunicanti”, liberando le donne artiste dei loro pesi biografici e contemporaneamente rivisitare alcune parti troppo nascoste di una storia dell’arte declinata al maschile costituisce una linea sottile sulla quale si trovano oggi d’accordo le storiche dell’arte e le femministe di diverse generazioni, che invocano, in un caso come nell’altro, una moltiplicazione dei punti di vista. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati