Israele ha sviluppato un sistema basato sull’intelligenza artificiale che integra enormi quantità di dati per identificare e colpire i presunti nemici. Lo ha usato nella guerra a Gaza e lo sta usando ora in Libano. I dati provengono da telefoni, telecamere di sorveglianza, wifi, droni, social media, banche dati governative e commerciali. Gli algoritmi individuano pattern di movimento, reti di relazioni e deviazioni dalla routine. Poi li confrontano con quelli di persone già classificate come pericolose per generare un “profilo di minaccia”. Il sistema permette di fare in pochi secondi quello che prima richiedeva settimane di analisi. È basato sul monitoraggio di attività banali e abitudini, chi parla con chi, dove e quando una persona si sposta. Non usa la “logica” ma i dati, che però non tengono conto del contesto e possono amplificare errori preesistenti: se i dati sono incompleti o ambigui il sistema ripete gli stessi errori, ogni volta più velocemente e con maggiore convinzione. Di fatto trasforma correlazioni statistiche in omicidi mirati, nel totale disprezzo di ogni legge o diritto. E come se non bastasse c’è la crudeltà di quella che viene chiamata la telefonata della morte. All’inizio di maggio il Los Angeles Times ha raccontato un caso recente. Ahmad Turmus ha 62 anni e in passato è stato un combattente di Hezbollah. Negli ultimi mesi si è occupato di coordinare la ricostruzione di Talloussah, un piccolo villaggio al confine con Israele. Un giorno di febbraio Turmus è a casa. Risponde a una telefonata e una voce gli chiede solo: “Ahmad, vuoi morire con le persone che ti stanno intorno o da solo?”. Turmus risponde che preferisce morire da solo e riattacca. Spiega ai suoi familiari cosa sta per succedere ed esce. Andando via vede la moglie che rientra, ma la evita per non fermarsi. Sale in macchina e si allontana. Muore trenta secondi dopo, ucciso da due missili israeliani. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati