Non è la prima volta che un presidente statunitense cerca di superare una profonda crisi interna (economica, finanziaria e politica) scatenando una guerra in nome della prevenzione di un pericolo internazionale. Ma le dimensioni militari e politiche di quello che sta avvenendo in questi giorni sembrano più grandi che mai. Forse perché è grande anche la crisi che ha spinto Trump ad attaccare. È questa l’impressione che si ricava dalla lettura di questo libro chiaro, scritto da un politologo italiano americanista che insegna a Parigi. Del Pero offre chiavi di lettura illuminanti sull’ascesa di Donald Trump, che non vede come un’eccezione nella politica statunitense ma come una logica conseguenza e, al tempo stesso, un fattore catalizzante di processi già in corso. Secondo lui, a spiegare Trump è la crisi del 2008: compimento della fine delle illusioni cominciata negli anni settanta e affermazione definitiva del senso di declassamento di una classe media bianca poco istruita. È a quel punto che una parte importante di questo ceto comincia a coalizzarsi attorno a una figura che si presenta come qualcuno che ha salvato New York all’epoca della prima crisi e che canalizza la rabbia tanto all’estero verso paesi e aree definite come deboli, rivali, da sottomettere, quanto all’interno, verso immigrati, università e istituzioni democratiche. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati