Mesi fa, mentre facevo le pulizie di primavera, ho trovato un grande manifesto in bianco e nero di John Steinbeck che pubblicizzava la raccolta delle sue opere per la casa editrice Library of America. Non ricordavo dove l’avevo preso e da quanto tempo era lì, ma ho avuto la sensazione di essermi imbattuto in un talismano. D’impulso l’ho appeso alla parete, accanto alla scrivania. Steinbeck era stato un mio eroe di gioventù e stavo per finire di scrivere il mio primo libro. Mi sembrava confortante che mi lanciasse un’occhiataccia mentre lavoravo, sfidandomi a vivere secondo gli ideali a cui lui stesso aveva dato forma: semplicità, chiarezza e un amore pro­fondo per l’umanità e per le sue imper­fezioni.

Non pensavo a Steinbeck da decenni, ma da giovane avevo letto tutto quello che aveva scritto, così ho tirato fuori alcuni di quei vecchi e polverosi amici dalla mia libreria. Tra questi c’era Viaggio con Charley (Bompiani 2017), pubblicato nel 1962. Il racconto romanzato del suo viaggio in camper attraverso gli Stati Uniti, in compagnia del suo cane. Appena ho cominciato a rileggerlo ho capito che Steinbeck toccava una corda intima fin dalle prime parole. “Ho scoperto che non conoscevo il mio paese”, scriveva, spiegando i motivi del viaggio. Steinbeck si disperava per i rifiuti prodotti dal consumismo compulsivo e di come l’ambiente fosse lentamente avvelenato dalla plastica e dalla spazzatura. “Abbiamo sconfitto tutti i nemici, tranne noi stessi”, spiegava. E questo è ancora più vero oggi.

Stranezza

Ma la mia grande sorpresa è stata che la prima tappa del suo itinerario non era, come sarebbe stato logico, un posto a ovest della sua casa di Sag Harbor, nello stato di New York, ma molto più a nord, a Deer Isle, nel Maine. La mia memoria aveva cancellato quest’informazione. Steinbeck spiegava che la sua “amica e collega” Elizabeth Otis (in realtà la sua agente) era un’assidua frequentatrice di quel posto e gli aveva fortemente consigliato di andarci: “Quando ne parla i suoi occhi assumono uno sguardo fuori dal mondo, comincia a esprimersi in modo sconnesso… Di Deer Isle sapevo solo una cosa: che era impossibile parlarne”.

Dopo esserci andato, Steinbeck aveva scoperto di essere d’accordo con il giudizio di Otis. “Non c’è bisogno di essere un sensitivo per avvertire la stranezza di Deer Isle”, scriveva, aggiungendo che il posto “è come Avalon, probabilmente scompare quando non ci sei”.

Steinbeck ha avuto per tutta la vita un’ossessione per la leggenda di re Artù, e il riferimento non era casuale. Il suo libro Le gesta di re Artù e dei suoi nobili cavalieri (Bompiani 2022), pubblicato postumo nel 1976, ha Avalon al centro di quelle storie: un’isola magica nota per i suoi poteri curativi, in cui Artù è condotto dopo essere stato ferito in battaglia.

Volevo vedere quali zone di Deer Isle, ammesso che ce ne fossero, avevano resistito dai tempi del viaggio di Steinbeck, anche se sapevo di non essere il primo scrittore a scegliere Viaggio con Charley come punto di partenza per un’esplorazione (e neanche il primo del Washington Post; Rachel Dry lo ha fatto soffermandosi sulla tappa di Steinbeck a Fargo, nel Dakota del Nord). Anch’io mi sentivo sconnesso dal mio paese. L’idea di partire per scoprirne una parte che non conoscevo – in particolare una che aveva sconvolto Steinbeck e lo aveva spinto a raccontare la sua gioia – mi ha fatto fare le valigie.

Un ponte con un’arcata molto alta, sulla baia di Penobscot, nel Maine, collega la terraferma alla prima isola, Little Deer Isle. Una strada, con viste da cartolina su mari scintillanti e grandi scogli simili a quelli dipinti da Marsden Hartley, porta all’altra isola, Deer Isle, e alle sue due città principali: Stonington e Deer Isle Village, in cui vivono circa tremila persone. La mia prima sosta sull’isola è stata il caffè 44 North coffee, a Deer Isle Village. A prendere la mia ordinazione al bancone c’era Jimmy Cook, ex addetto alle consegne della Ups, da poco in pensione. Cook sa tutto di tutti e mi ha presentato ai clienti abituali, che facevano la fila per comprare il caffè tostato e i dolci.

Cook, sessant’anni, si è trasferito a Deer Isle solo di recente. Ex dirigente del sindacato degli autotrasportatori Teamsters, è un uomo generoso e sarcastico. “Volevo venire qui perché sapevo che non mi sarei perso”, mi ha spiegato. Quando gli ho detto che a ispirarmi era stato il fatto che Steinbeck avesse cominciato il suo Viaggio con Charley da qui, mi ha risposto stupito. “Stai scherzando?”, mi ha detto. “John Steinbeck è stato qui?”. Gli ho letto quel che Steinbeck aveva scritto nel suo libro a proposito della stranezza di Deer Isle e Cook non ha battuto ciglio. “Non puoi spiegarlo a nessuno questo posto, proprio non puoi. Devi viverlo”.

Ci siamo spostati su una panchina all’aperto e alla conversazione si è unito Sam Ostrow, 76 anni, che vive qui dal 1988: “L’isolamento ci piace”, mi ha detto elencando le virtù dell’isola. “Non sai cosa voglia dire tranquillo finché non ti trovi qui in pieno inverno”. Al passaggio del furgone dell’Ups, Cook ha fatto una smorfia di scherno e ha alzato il dito medio in direzione dell’autista. Il suono delle risate ha riempito l’aria. Il cielo su di noi era terso, la brezza frizzante e pulita. Era bello essere lì.

Ostrow è il presidente del country club dell’isola. I club, per definizione, sono posti di cui alcune persone fanno parte e altre no, ma Ostrow mi ha detto che a Deer Isle non c’è alcun senso di superiorità né conflitti di classe, status o ideologia. “Non ci occupiamo di politica. E neanche i soldi sono così importanti. Quello che ci interessa è lavorare duro ed essere gentili”. Detto questo, l’isola non è un paradiso. “Abbiamo la nostra dose di problemi”, mi ha detto Ostrow. L’epidemia nazionale di oppiacei, per esempio, non ha risparmiato l’isola. E come dice Megan Dewey- Wood, 38 anni, tra i proprietari del caffè, “il Maine è lo stato più bianco e anziano del paese”.

Dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black lives matter, un abitante di Little Deer Isle aveva esposto un cartello con su scritto “White lives matter”, accanto al quale era stato messo un cappio. “È stata una cosa insolita”, mi ha detto Ostrow. “Le persone erano turbate”. La polizia si è occupata della vicenda e il cappio è stato tolto, ma non è stata fatta alcuna denuncia. “Qui è come altrove”, mi ha detto caustico Ostrow. “Semplicemente abbiamo una vista migliore”.

Ci ha poi raggiunto Herbie Carter, 76 anni, un uomo magro, con un sorriso malizioso, un leggero strabismo e occhi scintillanti. Carter stava andando a casa per preparare una pentola di chowder (la zuppa di vongole) per la figlia. “La maggior parte delle persone sull’isola è ormai gente che arriva da fuori”, ci ha detto. “Prima ci conoscevamo tutti. Ora conoscerò un decimo delle persone”. Da queste parti per “gente di fuori” s’intende chiunque abbia dei genitori che non sono nati qui, e anche questo potrebbe non bastare. Molti di quelli nati qui dopo l’uscita negli Stati Uniti di Viaggio con Charley, sessant’anni fa, potrebbero essere considerati “gente di fuori”.

Il teatro dell’opera

Una persona che sicuramente rientra in questa definizione è Liz Leuthner, 57 anni, che ha da poco aperto il Deer Isle yoga studio su Main street, la via in cui ci sono anche alcune gallerie d’arte. “Su un’isola le persone devono andare d’accordo”, mi ha detto Leuthner. “È una delle cose che mi ha portato qui”. Mi ha raccontato che una vetrina del centro yoga era stata danneggiata durante una parata. “Una persona è venuta da me il giorno dopo dicendomi: ‘Sono stato io a romperti il vetro, ma rimedierò’, e così ha fatto”. Secondo lei, sull’isola ci sono forze invisibili e benigne. Non le avevo detto una parola su Avalon.

Nel centro di Stonington c’è il teatro dell’opera, costruito nel 1912. Sulla facciata verde risalta un cartello con caratteri dipinti in maiuscolo e spessi, che dicono senza giri di parole: OPERA HOUSE. Oltre a ospitare la compagnia d’attori professionisti dell’isola, nella struttura si fa anche musica dal vivo, vanno in scena spettacoli comici e si proiettano film. “Quando vai a teatro d’inverno”, mi ha detto Sam Ostrow, “non è davvero per vedere un film, ma per assicurarti che le persone siano ancora vive”.

Il direttore responsabile della programmazione del teatro, Tony Adams, mi ha raccontato che alcuni abitanti hanno protestato quando di recente è stata scelta Cait Robinson, originaria di Brooklin, come direttrice artistica, anche se sono regolarmente scritturati attori di fuori per le produzioni. “Perché non avete assunto qualcuno di qui?”, hanno chiesto. Brooklin è una cittadina sulla costa del Maine lontana ventiquattro chilometri da Deer Isle.

Le aragoste

Steinbeck scrisse che a Stonington c’erano “le migliori aragoste al mondo”. Hugh Reynolds, cinquant’anni, è il rivenditore di aragoste con più successo del pontile. “Le cose possono essere un po’ barbare qui”, mi ha detto. “Ci sono un sacco di clan, famiglie di vecchia data. Ora è tutto più calmo, ma in passato ci sono state persone che si sparavano addosso in acqua o che si speronavano. Cose così”. Quando gli ho citato la frase di Steinbeck sulla “stranezza”, Reynolds si è lasciato andare a una grossa e rumorosa risata. “È proprio così, sì. Una volta ho visto una mucca bere una birra sul ciglio di una strada”.

Dal momento che la pesca commerciale da queste parti tende a essere redditizia, ed essendo spesso un affare di famiglia, con i figli che regolarmente abbandonano la scuola per seguire i loro padri sulle barche, “ci sono un sacco di persone con una bassissima istruzione e un altissimo reddito”, mi ha spiegato Reynolds. È una situazione che quando in bassa stagione c’è poco da fare contribuisce a quel genere di abuso di sostanze, gli oppioidi, di cui mi aveva parlato Ostrow, e che in passato ha presumibilmente alimentato i bordelli dell’isola, un tempo fiorenti.

In Viaggio con Charley, Steinbeck prepara un sacco di semplici pasti nel suo camper. Quando si ferma per mangiare, è di solito a un diner (tavola calda), in cui il fatto che gli sia servita una cattiva colazione è impossibile quanto quello di trovare una cena raffinata. Non ho modo di sapere come avrebbe reagito al cibo delizioso che ho mangiato da Aragosta a Goose Cove, l’unica destinazione turistica di lusso dell’isola, che offre cucina raffinata e pernottamenti in lussuosi chalet riadattati. Il menù comprendeva funghi di bosco, capesante scottate con alghe e polenta cremosa con piselli e fiori. È stato uno dei migliori pasti degli ultimi tempi.

Steinbeck ha trascorso solo alcune notti a Deer Isle, ma pensavo che la sua visita potesse aver lasciato una qualche traccia d’orgoglio locale: una targa celebrativa, una strada a lui intitolata, anche solo un panino Steinbeck da qualche parte. E invece è quasi come se non fosse mai venuto da queste parti.

Ero sicuro che ci sarebbe stato qualche entusiasmo per la sua visita alla biblioteca pubblica di Stonington, ma l’uomo all’accoglienza, stranamente poco amichevole, non ha nemmeno staccato gli occhi dallo schermo del computer quando gli ho parlato della cosa, e ha affermato di non saperne niente. Fortunatamente la sua collega a Deer Isle Village, Nina ­Woodward, si è illuminata quando le ho detto che Steinbeck aveva cominciato il suo Viaggio con Charley proprio qui. “Questo è esattamente il genere di cose che dovremmo celebrare!”, ha detto. La biblioteca non sembrava avere una copia del libro, ma lei era determinata a rimediare.

Pensavo che la sua visita potesse aver lasciato una qualche traccia d’orgoglio locale: una targa celebrativa, una strada a lui intitolata

La mia ultima possibilità di trovare qualche traccia di Steinbeck era l’associazione di storici dell’isola. Il giorno in cui sono entrato, alcune donne, tutte guide volontarie, stavano lavorando a vari progetti. La prima con cui ho parlato sembrava sconcertata dal mio viaggio, ma la collega Lee Fay ricordava di aver sentito che Steinbeck aveva visitato la fattoria dei suoi nonni quando era venuto sull’isola.

La cosa ha provocato un certo trambusto e Fay e le colleghe hanno cominciato a confabulare, leggere documenti, tirare fuori copie dei giornali locali e cercare tracce. Molte erano deluse: un autore così importante aveva scritto della loro isola e nessuno si era degnato di dirglielo. Così hanno cercato di rimediare. “Di sicuro non ho mai incontrato persone così appassionate”, scrive Steinbeck a proposito degli abitanti di Deer Isle. “Odierei l’idea di cercare di obbligarli a fare qualcosa che non vogliono fare”. Un sentimento che fa eco a quello di Tony Adams del teatro dell’opera, che mi ha detto: “Qui le persone faranno tutto quello che gli chiederai, e niente di quello che gli ordinerai”.

“Ok!”, ha detto Fay elettrizzata, passandomi il suo telefono. “C’è una persona che si ricorda di averlo incontrato!”. All’altro capo del telefono c’era Linda Stratton, che era alle scuole superiori quando Steinbeck visitò l’isola. Voleva raccontarmelo e mi ha detto che sarebbe arrivata di lì a poco.

Ho poi detto alle volontarie che l’unica abitante di Deer Isle citata nel libro è una tale Eleanor Brace, che gestiva una pensione in cui era stata Elizabeth Otis e in cui Steinbeck aveva parcheggiato il suo camper. “Aspetta un attimo”, ha detto una delle donne. “Credo di sapere dov’è”. È così venuto fuori che la nipote di Brace, Brenda Gilchrist, 93 anni, abita ancora lì. Fay l’ha chiamata per capire se potevo andare a dare un’occhiata.

Quando Stratton è arrivata alla sede dell’associazione, mi ha chiesto di seguirla fino al luogo in cui aveva stretto la mano dello scrittore. Si ricordava di “avergli detto la sua opinione su qualcosa che lui aveva scritto”. I suoi occhi brillavano ancora di luce infantile al ricordo dell’incontro con il grande romanziere.

Poi è arrivato il momento di cercare il cottage di Brace. Marnie Crowell, amica di una delle guide, ha ottenuto il permesso di portarmi da Gilchrist, a condizione che non rivelassi alcun dettaglio sulla posizione della casa. Si trovava su un maestoso e appartato lembo di costa, nascosta tra gli alberi. Gilchrist era lì ad accoglierci. Anche se non aveva conosciuto Steinbeck, sapeva della sua visita e l’aveva raccontato lei stessa nel suo libro di memorie Waltzing with Bracey, uscito nel 2012. Aveva con sé una copia del libro, che ha prontamente aperto alla pagina in cui scrive del cottage dove aveva soggiornato Elizabeth Otis, della veranda dove Brace e Steinbeck si erano seduti e avevano chiacchierato, e del vialetto d’accesso dove lo scrittore aveva dormito nel suo camper, che aveva ribattezzato Ronzinante, come il cavallo di don Chisciotte. È esaltante essere nello stesso posto in cui era stato Steinbeck, percorrere lo stesso vialetto, entrare nella stessa casa, guardare lo stesso mare e le stesse spiagge che aveva osservato lui. Trovare le sue tracce, finalmente. Ma che ne era della magia di Deer Isle a cui alludeva Steinbeck?

Il parco pubblico nei pressi di Stonington, a Deer Isle (Greta Rebus, The Washington Post/Getty Images)

Continuavo a sentirne parlare, ma non l’avevo ancora vissuta. Fino a quando ho seguito un segnale stradale dipinto di giallo, che indicava un posto chiamato Nervous Nellie’s jams and jellies. Il negozio era circondato da una superficie di molti ettari che si estendeva fino a un’ampia area boschiva, una realtà parallela e diversa da qualsiasi cosa avessi mai visto: Nellieville, il frutto dell’ingegno dell’artista Peter Beerits.

Se Deer Isle può effettivamente essere paragonata ad Avalon, Beerits è il suo mago Merlino. Tecnicamente, quel che Beerits ha creato potrebbe essere definita un’installazione artistica, ma è un’espressione inadeguata. È semmai un invito al sogno, ed entrare al suo interno è come trovarsi in una serie di dipinti tridimensionali: è come essere davvero dentro un’opera d’arte, come tenta di fare il teatro immersivo, ma senza mai davvero riuscirci.

È una serie vasta e spettrale di strutture, sculture e situazioni. Ci sono scene dedicate al pistolero Wild Bill Hickok, alla cabina del capitano della leggenda dell’olandese volante, a un juke joint (un ristorante con juke box) che Beerits ha visitato in passato a Clarksdale, nel Missouri. E anche, ebbene sì, a re Artù. C’è una chiesa di legno di tre piani con la statua raffigurante una pietà spettrale disposta su una delle sue panche, e la ricostruzione di un supermercato del Maine. Nel complesso è come entrare in una macchina che va contemporaneamente avanti e indietro nel tempo: verso il passato non troppo lontano di un’America analogica e verso un mondo post-apocalittico e post-umano che sembra risiedere nell’inconscio collettivo.

Vitalità

Non ci sono istruzioni su come visitare Nellieville, se non alcune semplici regole di comportamento: niente audioguide, niente mappa, nessun punto di partenza o di conclusione. Il compito di capire cosa sia, cosa vedere e come vederla è lasciato al visitatore.

Beerits, che oggi ha settant’anni, ha continuato ad arricchirla negli ultimi quaranta. “I bambini sembrano apprezzare questo posto perché amano le cose che fanno paura e sanno di essere al sicuro”, mi ha detto. È stato difficile pensare a qualcosa negli Stati Uniti di oggi che ispiri quella miscela di umorismo, pericolo e inquietante stranezza che ho provato attraversandola.

Mentre parlavamo, gli abeti e le querce che ci circondavano oscillavano nella brezza. Ho chiesto a Beerits cosa si provasse a vivere a Deer Isle. “Una volta qualcuno mi ha chiesto come sarebbe stato avere un brutto incidente, con l’ospedale così lontano da qui. Gli ho risposto che sarebbe stato meraviglioso, perché quando fosse arrivata l’ambulanza avrei conosciuto le persone al suo interno. E loro si sarebbero prese cura di me”.

Beerits è nato nella Pennsylvania sud­orientale. Ha studiato arte alla School of the museum of fine arts di Boston, poi ha aperto una sua galleria a Portland, nel Maine, e infine si è trasferito a Deer Isle all’inizio degli anni ottanta. Ha cominciato a produrre marmellate e gelatine per mantenersi. Intanto lavorava ai suoi progetti artistici, che prevedevano il riutilizzo di oggetti trovati in giro per creare le sculture e gli edifici che in seguito avrebbero dato vita a Nellieville.

“All’inizio ho portato a casa oggetti dalla discarica perché mi piacevano, non perché volessi farne qualcosa”, mi ha raccontato. “Ho usato le risorse del territorio, pezzi di un’America che altrove è scomparsa”. In uno dei cartelli affissi a Nellieville c’è scritto: “L’importante è che il materiale abbia un’anima, una storia, che porti con sé un pezzetto di mito. Voglio che il legno provenga da una segheria vecchia di duecento anni, che l’alluminio abbia ammaccature, segni di usura e una patina che deriva dalla sua età”.

Quando ho espresso la mia incredulità per il fatto che potesse realizzare un’opera così vitale rimanendo quasi sconosciuto, e che pensavo meritasse una popolarità maggiore, Beerits ha sorriso in modo cordiale. “Non ho alcun legame con la scena artistica di oggi”, mi ha detto. “Sono venuto qui per lasciarmela alle spalle. E sono in pace con questa scelta. Le persone s’imbattono in quello che faccio e si divertono. Mi raccontano storie su cosa significa tutto questo e mi danno grande soddisfazione”.

A parte il negozio, a Nellieville non ci sono altre forme di guadagno: un altro elemento che la differenzia dall’omologazione dagli Stati Uniti contemporanei. La genialità di Nellieville sta nell’alchimia con i suoi visitatori. Non esiste un museo che possa contenere il suo spirito selvaggio. E non può che trovarsi in questo posto.

Se c’è una cosa che insegna Viaggio con Charley è ignorare l’ovvio, cercare l’imprevedibile, mantenere la curiosità e seguire il nostro istinto. Solo quando ho obbedito inconsciamente a queste massime, il mistero di Deer Isle mi si è rivelato, incarnato in Nellieville. Ecco, finalmente, la gloriosa stranezza di cui parlava Steinbeck: un luogo che deve scomparire quando non ci sei. ◆ff

Questo articolo è uscito sul numero 1484 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati