L’equivalente di 18mila euro, è questa la somma pagata tre anni fa da Amritpal Singh, 29 anni, a un intermediario in India per un visto, un biglietto aereo e la promessa di un lavoro in un’azienda agricola italiana. Il visto era autentico, il resto si sarebbe rivelato un imbroglio. All’aeroporto di Milano Malpensa non c’era nessuno ad aspettarlo. E l’intermediario in India non rispondeva più al telefono. “Mi sono ritrovato lì, solo e impaurito. Mi ero fatto prestare una grossa somma e l’avevo data a un truffatore” racconta Amritpal, a casa di un amico indiano a Ormelle, in provincia di Treviso.

Indossa un turbante nero e una t-shirt rossa dell’azienda per cui lavora, che produce materie plastiche. Sta per andare a fare il turno di notte. “È un lavoro regolare con cui potrò ripagare il mio debito”, dice sollevato. Con lui ci sono altri tre compagni di sventura che arrivano dal Punjab, sempre in India, con storie simili alla sua. Tutti hanno preso in prestito grosse somme per pagare degli intermediari in India. Queste persone attirano la gente con la promessa di un lavoro stabile in Europa. Appartengono a organizzazioni transnazionali che operano come se fossero delle agenzie di viaggio, approfittandosi di chi è in una situazione di vulnerabilità. Hanno contatti sia nel paese di provenienza sia in Italia. Dai documenti che ricevono, i clienti non capiscono che in realtà si tratta di un lavoro stagionale e s’indebitano pesantemente.

Le quote d’ingresso

L’agricoltura italiana dipende fortemente dai lavoratori migranti, soprattutto durante la stagione della vendemmia. A metà settembre nella provincia di Treviso viene raccolta l’uva Glera, con cui si fa il prosecco. Quest’anno, a causa di un’estate molto calda, la vendemmia è cominciata prima del solito. Il celebre vino frizzante è uno dei principali prodotti del Veneto, la regione italiana che esporta più bottiglie. Più del 45 per cento dei lavoratori agricoli registrati in Veneto è straniero (dati del 2023). L’ispettorato del lavoro ci spiega via email che uno dei problemi dell’agricoltura è il lavoro nero o grigio, cioè quello sommerso o che supera le ore registrate lavorate. Secondo gli ispettori del lavoro il sud dell’Italia è un’area più esposta al rischio di sfruttamento dei lavoratori, anche se il problema colpisce tutto il paese. Nel 2025, su 7.166 ispezioni nel settore agricolo le irregolarità riguardano il 64,8 per cento dei casi. Quattro anni fa, appena insediata, la presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva promesso di mettere un freno all’immigrazione irregolare. Presto però si è visto che non poteva ignorare il grande bisogno di lavoratori migranti nell’agricoltura, nella ristorazione e nella sanità. Dall’inizio del suo mandato, nel 2022, Meloni ha aumentato notevolmente le quote per l’ingresso dei lavoratori migranti, tra cui gli stagionali. Da 82.705 posti per il 2022 si è passati a 181.450 nel 2025 (decreto flussi). Ma a quanto pare questo aumento non garantisce affatto una permanenza regolare in Italia.

“Questo approccio crea ancora più migranti irregolari in condizioni di vulnerabilità e ricattabilità”, afferma Giosué Mattei, 44 anni, segretario generale Flai Veneto, la Federazione lavoratori agroindustria del Veneto, della Cgil. Secondo lui le quote hanno causato un’enorme crescita di “piccole aziende che offrono servizi”. Gli agricoltori appaltano il raccolto ad aziende che fanno da intermediarie: reclutano lavoratori stagionali, provvedono al trasporto e all’alloggio, pagano gli stipendi e mandano all’agricoltore il conto finale. Le aziende di servizi non sono affatto tutte senza scrupoli. Tuttavia i lavoratori migranti arrivati di recente in Italia, che spesso non parlano la lingua, finiscono per dipendere fortemente da questi intermediari o caporali. “In cambio di un aiuto con la procedura, a volte un intermediario estorce agli immigrati somme di denaro ingenti e molti s’indebitano con banche, conoscenti e familiari. Una volta in Italia dipendono da quell’intermediario”, spiega Mattei, che assiste spesso migranti arrivati in Italia tramite le quote d’ingresso e poi sfruttati.

Anche la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno dipende in prima istanza dal posto di lavoro per il quale sono venuti in Italia. “Una volta arrivate, le persone hanno otto giorni di tempo per formalizzare la loro permanenza in Italia, con un contratto di lavoro firmato, ma devono avere un contratto di lavoro firmato. Se il datore di lavoro non si presenta, il migrante rischia di rimanere senza permesso di soggiorno”. Potrebbe cercare un altro datore di lavoro, ma per chi è appena arrivato non è semplice.

Gagandeep Singh, 26 anni, ha sperimentato in prima persona questa dipendenza. Seduto sul divano nella casa a Ormelle, la stessa dove anche Amritpal ha raccontato la sua vicenda, si nasconde dietro un cappellino bianco. Gagandeep è arrivato in Italia tre anni fa per lavorare in un’azienda agricola di Cosenza, in Calabria. “Il mio intermediario mi impediva di andare a lavorare dall’agricoltore che mi stava aspettando”. Il caporale lo ha fatto lavorare in nero presso altri agricoltori finché non ripagava il debito.

Ad Amritpal non è andata meglio. Non solo il suo contatto non si è presentato all’aeroporto, ma ha scoperto che “l’attività agricola” per cui era arrivato in Italia era in realtà una compagnia circense. Senza il datore di lavoro promesso, il permesso di soggiorno rischiava di restare un miraggio. Amritpal, nel panico, ha cercato aiuto online. “Mi sono imbattuto in un video su TikTok di un certo Bashir A., un pachistano che si offriva di aiutare migranti come me, con un datore di lavoro inesistente o che non li aveva mai contattati per fare i documenti”. Bashir A. gli ha chiesto 5.500 euro. Amritpal si è fatto prestare altri soldi da amici e familiari e ha pagato tremila euro, il resto l’avrebbe restituito lavorando per lui. “Non avevo alternative per ottenere un permesso di soggiorno”. Così anche Amritpal ha finito per lavorare nel settore agricolo in Veneto. Sette giorni alla settimana, senza essere pagato, dalle sette di mattina alle cinque del pomeriggio. Ma lui e gli altri venivano riportati a casa solo alle dieci di sera perché, secondo Amritpal, il caporale voleva evitare i controlli della polizia. “Eravamo in 45 in una casa con le inferriate alle finestre e la sera ci chiudevano dentro. Il capo ci portava patate, farina e lenticchie, sufficienti al massimo per un pasto al giorno”. Con l’aiuto della Cgil, Gagandeep e Amrit­pal hanno avuto assistenza legale. Abbiamo potuto consultare una parte del fascicolo di Gagandeep e la denuncia di Amritpal contro Bashir A.

Mattei riceve costantemente richieste di aiuto. Due anni fa gli è arrivato di notte un video di due lavoratori indiani minacciati di morte dal loro caporale perché si erano lamentati. Mattei ha informato la guardia di finanza e insieme hanno portato gli uomini in un luogo sicuro. Adesso è in corso un’indagine.

L’aiuto del sindacato

In Italia l’attenzione nei confronti degli abusi subiti dai lavoratori agricoli stranieri è aumentata dopo la morte nel 2024 di Sat­nam Singh, un bracciante indiano di 31 anni. Un macchinario dell’azienda agricola in cui lavorava, vicino a Latina, gli aveva amputato il braccio destro, il suo datore di lavoro l’aveva abbandonato davanti a casa gravemente ferito. Dopo la morte per dissanguamento, sono scoppiate diverse proteste. Lo scorso giugno un altro episodio ha scosso l’Italia: in Calabria quattro braccianti stranieri sono stati bruciati vivi in un furgone vicino a un benzinaio. Due uomini sono stati arrestati ed è in corso un’indagine per capire se quanto è successo è legato alle pratiche di caporalato. L’Italia già nel 2016 aveva modificato la legislazione che contrasta lo sfruttamento sul lavoro: non solo gli intermediari, ma anche i datori di lavoro ora sono perseguibili.

“Dormo con altri 36 raccoglitori a casa del nostro capo. Ci paga 7 euro all’ora”

La Cgil vuole informare i lavoratori stranieri dei loro diritti. Un buon momento per farlo è la vendemmia annuale del prosecco, che per due settimane impiega molti raccoglitori. Tra i filari vicino a Treviso spiccano le squadre del sindacato, con le magliette rosse. Distribuiscono volantini in diverse lingue e consegnano ai braccianti degli zainetti rossi con acqua, guanti e un gilet di sicurezza giallo.

A Santo Stefano, un caratteristico borgo di Valdobbiadene, a vendemmiare sono soprattutto romeni e indiani. Tutt’intorno si estendono le colline del prosecco, riconosciute dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Il vino prodotto qui ha il marchio di qualità “Conegliano Valdobbiadene Docg” – la denominazione d’origine controllata e garantita, la massima classe di qualità per il vino italiano.

“Lavoriamo da cinque a dieci ore al giorno, a seconda del caldo e della pioggia”, dice Gabriela Berar, 44 anni, romena. A raccogliere vicino a lei c’è sua figlia Camelia, 21 anni. “Dormiamo con altri 36 raccoglitori a casa del nostro capo. Ci paga 7 euro all’ora e si tiene qualcosa per l’affitto. Non so quanto. Il lavoro è duro, ma ormai abbiamo quasi finito”, dice Berar con un ampio sorriso.

Il parcheggio vicino al vigneto è pieno di furgoncini con targa romena e c’è anche un’auto con una scritta in punjabi. Un trattore blu con un grande cassone aspetta un nuovo carico di uva. A fine giornata tre uomini dallo sguardo torvo salgono sul furgoncino bianco di un’azienda che fornisce “servizi agricoli”. Con i giornalisti non vogliono parlare.

La tendopoli nell’ex caserma

Franco Adami, 66 anni, dell’omonima azienda di famiglia che produce prosecco Docg da quattro generazioni, dice che le aziende di servizi sono un fenomeno recente. “Una volta assumevo 27 vendemmiatori per la raccolta, tutte persone della zona. Adesso non si trova quasi più nessuno. Da due anni gli unici a fare la vendemmia per me sono gli stranieri, tramite queste società di servizi”, racconta Adami nel suo vigneto tra le colline a Vidor. “Ormai quasi tutti lavorano così”. Lui verifica che le cose siano in ordine: l’iscrizione dell’azienda di servizi alla camera di commercio, l’elenco dei lavoratori, la loro formazione, i pagamenti all’Inps e l’assicurazione per gli infortuni. Però non può controllare tutto: “Non so cosa succede di sera a queste persone”. Adami è anche presidente del Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, che supervisiona la qualità e l’autenticità del prosecco e incoraggia i suoi soci al rispetto della natura e dell’ambiente. “Vigilare sulle condizioni di lavoro non rientra nei nostri compiti”, ammette Adami, ma non esclude che in futuro questo possa cambiare.

Secondo Valeria Piro, sociologa del lavoro all’università di Padova, che da quindici anni studia l’impiego degli immigrati nell’agricoltura italiana, non tutti i lavoratori stranieri arrivano in Italia tramite le quote. “Spesso si tratta di richiedenti asilo reclutati come lavoratori a giornata nei centri di accoglienza”, spiega Piro durante una videochiamata.

All’ingresso del centro di accoglienza temporanea di Oderzo, in provincia di Treviso, di sera è un via vai di auto e furgoni che riportano indietro gli immigrati dopo una giornata di lavoro nelle campagne. Qui troviamo un intermediario pachistano disposto a parlare. Rizwan Karamat, viene dal Kashmir ed è in Italia da tre anni. “Ho lavoratori pachistani e bengalesi, che impiego in sette aziende diverse. Vengo qui a cercare il personale. Non posso trovargli anche un alloggio, io stesso sono in affitto insieme a un amico. Un po’ alla volta però sto facendo progressi”.

Il centro di accoglienza è in un’ex caserma fatiscente, lungo una strada trafficata. Gli immigrati dormono in un enorme tendone da circo con centinaia di letti uno accanto all’altro, racconta Issaka Compaoré, 36 anni, del Burkina Faso, esausto dopo una giornata nei campi. È fuggito dalla violenza in Africa occidentale, racconta, e vive nel tendone dal maggio 2025. Rispondere ad altre domande non ha senso, dice: “L’ho già fatto molte volte, sarai tu a salvarmi?”.

La realtà delle quote
Quote d’ingresso dei lavoratori stranieri decise dal governo e percentuale di persone che riescono a completare la procedura di richiesta del permesso di soggiorno, 2025 (rapporto di Ero straniero)

Oderzo si trova nella zona del prosecco Doc, un altro marchio di qualità che viene prodotto in quantità molto maggiori e soprattutto per il mercato estero. Alla domanda sul rischio di sfruttamento Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio di tutela prosecco Doc, afferma che “l’80 per cento della vendemmia è meccanizzata”. Assicurare condizioni di lavoro corrette è importante, afferma Guidolin. “Non solo dal punto di vista etico, ma anche perché i clienti del Nordeuropa sono più sensibili a questo tema che all’ambiente”.

“Nel settore agricolo lavorano anche molti italiani”, dice la sociologa Piro, ma secondo lei svolgono mansioni di altro tipo: “Operano più spesso con macchinari agricoli, in aziende più strutturate. Gli stranieri fanno il lavoro più difficile e pesante, in aziende meno formali”.

L’Italia aveva delle quote per i lavoratori migranti anche prima che s’insediasse il governo Meloni, sottolinea Piro. Venivano usate più spesso per regolarizzare i migranti senza documenti che si trovavano già in Italia, come ha fatto quest’anno il premier Pedro Sánchez in Spagna. Meloni ha criticato aspramente questo modo di procedere: lei intende combattere l’immigrazione irregolare facendo più controlli e più rimpatri, ma allo stesso tempo vuole far entrare più lavoratori stranieri tramite i canali legali. Solo che nella pratica questa distinzione tra immigrazione regolare e irregolare è tutt’altro che netta.

Il prefetto di Treviso ci scrive per email che nella provincia i lavoratori stranieri impiegati in agricoltura sono quasi tutti regolari e che, in seguito ad alcuni controlli della polizia e dell’ispettorato del lavoro, sono emersi alcuni casi di sfruttamento. Secondo il prefetto “non è un fenomeno generalizzato e nei casi individuati si tratta di persone di origine pachistana, indiana o di origine bangladese sfruttati da datori di lavoro delle stesse provenienze anche se apparentemente impiegati con regolari contratti di lavoro”.

Secondo le organizzazioni umanitarie la situazione è più complessa e insidiosa. “Il tasso di successo delle quote è molto basso. L’anno scorso solo il 7,9 per cento della quota fissata per il 2025 (che era 181.450 persone) ha ottenuto un contratto. Nel 2024 era stato il 16,9 per cento”, spiega Sebastian Viskanic, di Ero straniero, la campagna per una riforma dell’immigrazione. Ero straniero ha analizzato, usando i dati del governo, come le quote si sono tradotte in pratica. “Con quelle del 2025 si stima siano arrivati 26.035 lavoratori migranti, di cui alla fine 14.349 hanno firmato un contratto. Gli altri 11.686 rischiano di diventare persone senza documenti in regola”, dice Viskanic. ◆ oa

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati