La mattina dell’8 agosto, mentre gli agenti dell’Fbi perquisivano una residenza di Donald Trump in Florida alla ricerca di documenti governativi riservati – con un mandato emesso da un giudice federale e richiesto dal ministro della giustizia – l’ex presidente era in riunione con i suoi avvocati nella Trump Tower di New York, millecinquecento chilometri più a nord.

I legali stavano preparando Trump per una deposizione in programma nei giorni successivi relativa a una causa civile sugli affari di famiglia. Ron Fischetti, avvocato newyorchese, racconta che a un certo punto la riunione è stata interrotta da una telefonata in cui Trump è stato informato di quello che stava succedendo nella tenuta di Mar-a-Lago, la sua villa-club in Florida. Secondo fonti al corrente dei fatti, l’ex presidente e i suoi collaboratori sono rimasti sconvolti dalla notizia. Trump si è messo al telefono cercando di capire per quale motivo gli agenti, indossando polo e pantaloni cachi per non creare scompiglio, stavano perquisendo la struttura che lui stesso aveva cercato di presentare come “la Casa Bianca invernale”, e che d’estate è quasi sempre chiusa.

I collaboratori di Trump, solitamente loquaci, sono rimasti in silenzio per gran parte della giornata. Fino alle 18.51, quando l’ex presidente ha confermato l’operazione in corso con una dichiarazione in cui sosteneva che la perquisizione era dovuta a motivi politici. “Hanno perfino aperto la cassaforte!”, si è lamentato.

L’operazione dell’Fbi è qualcosa di eccezionale perfino per Trump, costantemente sotto indagine da quando ha prestato giuramento, nel 2017. La vicenda, nata come una disputa apparentemente poco rilevante sulla caotica e superficiale gestione dei documenti da parte dell’amministrazione Trump, si è progressivamente trasformata in un’inchiesta per capire se l’ex presidente avesse messo a repentaglio la sicurezza nazionale appropriandosi di documenti riservati, compresi alcuni probabilmente legati alle armi nucleari.

Gli eventi della settimana scorsa – prima la perquisizione, poi la singolare decisione del ministro della giustizia Merrick Garland di chiedere a un tribunale di desecretare il mandato che l’aveva disposta – hanno segnato un punto di svolta nel rapporto tra il dipartimento di giustizia e Donald Trump. Garland aveva promesso di difendere le forze dell’ordine dallo scontro politico, ma era stato duramente criticato dagli avversari di Trump, che lo accusavano di essere troppo prudente nelle indagini sull’operato dell’ex presidente. Ma ora il ministro della giustizia sembra avere un nuovo atteggiamento, che rischia di spaccare ulteriormente il paese. Alcuni alleati di Trump hanno paragonato la perquisizione dell’Fbi a una persecuzione politica degna della Germania nazista.

L’11 agosto un uomo ha cercato di fare irruzione in un ufficio dell’Fbi a Cincinnati

L’episodio ha inaugurato un nuovo capitolo della turbolenta relazione tra Trump e la giustizia, confermando che i dubbi sul comportamento dell’ex presidente vanno ben oltre le indagini in corso sui suoi affari personali e sul suo tentativo di rovesciare il risultato delle elezioni del 2020. Secondo quello che si legge nel mandato di perquisizione, gli agenti che si sono presentati a Mar-a-Lago cercavano prove di potenziali violazioni di tre leggi federali: una sezione dell’Espionage act che vieta il possesso e la condivisione non autorizzati di segreti sulla difesa nazionale; una norma contro la distruzione e sottrazione di documenti per ostacolare un’indagine; e una contro il furto o l’alterazione di registri governativi.

Lettere d’amore

Dopo che Trump ha lasciato la Casa Bianca, nel gennaio del 2021, alcuni funzionari governativi hanno detto che l’ex presidente è il tipico profilo di rischio per la sicurezza nazionale: un ex dipendente rancoroso con libero accesso a documenti segreti del governo e deciso a svelare quello che considera un complotto ai suoi danni. Ma Trump ha alimentato per anni la sfiducia dei suoi sostenitori nei confronti delle agenzie incaricate di monitorare questi rischi, cioè l’Fbi e il dipartimento di giustizia. Subito dopo la perquisizione, il miliardario newyorchese è sembrato convinto che la polizia federale gli stesse facendo un favore. Due suoi collaboratori hanno detto al Washington Post di averlo trovato tutt’altro che preoccupato. Al contrario, era ottimista e sicuro che il dipartimento di giustizia avesse esagerato nella sua offensiva e avrebbe spinto i repubblicani a compattarsi intorno a lui e ad aiutarlo a riconquistare la presidenza nel 2024.

Le cose sono cambiate il 12 agosto, quando è stato desecretato il mandato di perquisizione e si è saputo che gli agenti hanno sequestrato undici serie di documenti riservati, tra cui molti top secret. Dopo queste rivelazioni le proteste dei repubblicani sono diminuite, e le persone vicine a Trump hanno notato un cambiamento radicale nell’umore dell’ex presidente, che spesso è parso incupito.

In realtà la battaglia sui documenti che Trump ha portato via dalla Casa Bianca va avanti da più di un anno. Nella primavera del 2021 la National archives and records administration (Nara, l’agenzia del governo incaricata di conservare i documenti degli ex presidenti) ha avvertito i collaboratori di Trump di aver riscontrato un problema. Esaminando il materiale trasferito dalla Casa Bianca nelle caotiche ultime giornate della sua amministrazione, i funzionari dell’agenzia avevano notato la mancanza di alcuni documenti importanti, fra cui la corrispondenza tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, che il presidente aveva definito “lettere d’amore”.

In base al Presidential records act del 1978, i documenti prodotti dai presidenti appartengono al popolo statunitense, così la Nara ha chiesto a Trump di restituire quelli che aveva portato con sé. Fonti a conoscenza di quelle conversazioni riferiscono che Trump ha esitato a lungo prima di farlo, temporeggiando per mesi e spingendo i funzionari a minacciare di avvertire il congresso e il dipartimento di giustizia. Il 17 gennaio 2022 Trump ha ceduto, permettendo a una società ingaggiata dall’agenzia di caricare quindici scatole di documenti trovati a Mar-a-Lago e trasferirli in un deposito in Maryland. Analizzando il contenuto delle scatole, i funzionari hanno cominciato a sospettare che mancassero ancora dei documenti. Inoltre si sono accorti che molti di quelli consegnati erano altamente riservati, comprese alcune comunicazioni intercettate – email e telefonate con leader stranieri – dai servizi segreti. A quel punto è emersa un’inquietante ipotesi: possibile che nel club privato di Trump in Florida fossero custodite altre carte riservate?

Da sapere
Fronti pericolosi

◆ Dopo aver sequestrato decine di scatole di documenti dalla residenza di Donald Trump in Florida, l’Fbi, la polizia federale statunitense, ha aperto un’indagine sull’ex presidente per tre possibili reati federali: occultamento di documenti riservati; ostruzione della giustizia attraverso la distruzione, la modifica o la falsificazione di documenti; e violazione dell’Espionage act, la legge federale contro lo spionaggio. Trump si è difeso sostenendo che le carte sequestrate dall’Fbi erano già state desecretate da lui prima di lasciare la Casa Bianca. Il New York Times spiega che per i reati in questione, i quali possono portare a pene fino a dieci anni di carcere, è ininfluente se Trump abbia desecretato i documenti. Intanto la procura di New York sta indagando sulla possibilità che Trump abbia manipolato il valore delle sue proprietà per ottenere prestiti e sgravi fiscali. E va avanti il lavoro della commissione d’inchiesta della camera che indaga sul ruolo dell’ex presidente nell’assalto al congresso del 6 gennaio 2021.


I presidenti hanno il potere illimitato di desecretare i documenti degli Stati Uniti, ma lo perdono appena scade il loro mandato. A febbraio la Nara ha informato ufficialmente della vicenda il dipartimento di giustizia, che in quel momento era già impegnato in una delle più grandi indagini nella storia del paese: l’inchiesta sull’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, alimentato dalla decisione di Trump di non riconoscere il risultato delle elezioni presidenziali. Centinaia di persone erano accusate di aver preso d’assalto il congresso o di aver contribuito a pianificare la rivolta, e c’erano forti pressioni su Garland perché esaminasse anche il ruolo di Trump nella vicenda. Così il ministro della giustizia si è ritrovato davanti a un nuovo dilemma su Trump: cosa fare con la questione dei documenti mancanti? Un collaboratore dell’ex presidente sostiene che la sua riluttanza a consegnare le carte derivava dalla convinzione che molti contenuti creati durante il suo mandato – fotografie, appunti, perfino un modellino dell’Air Force One con una nuova livrea – fossero di sua proprietà, anche se una legge del 1970 stabilisce il contrario. “Ha consegnato quello che riteneva di dover consegnare”, ha precisato il collaboratore. “Si irritava ogni volta che gli chiedevano qualcosa”, aggiunge un altro consulente. “Non ha consegnato i documenti perché non voleva farlo. Non gli piace quella gente. Non si fida di loro”. John F. Kelly, capo dello staff del presidente tra il 2017 e il 2019, racconta che Trump non ha mai rispettato le regole sulla gestione dei documenti importanti per i servizi segreti, responsabili di difendere la sicurezza nazionale. “Credeva che gli agenti dei servizi segreti fossero degli incompetenti e che lui fosse migliore di loro”, spiega Kelly.

“Non mi sorprenderebbe quasi nulla a proposito del contenuto dei documenti conservati a Mar-a-Lago”, dice John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale tra il 2018 e il 2019, ricordando che spesso Trump chiedeva di avere a portata di mano file altamente riservati (immagini, tabelle e grafici) a corredo dei rapporti presidenziali quotidiani che gli venivano presentati ogni giorno e che solitamente Trump non leggeva. “Tutti erano preoccupati per questa sua mancanza di attenzione su questioni delicate. Le persone incaricate dei rapporti quotidiani dicevano ‘dobbiamo recuperare i documenti’”, racconta Bolton. “Di solito Trump li restituiva, ma a volte se li teneva”. Alcuni collaboratori riferiscono di aver visto più volte Trump distruggere documenti, sia alla Casa Bianca sia a Mar-a-Lago.

Documenti nucleari

Anche se Trump ha cercato di presentare la sua residenza in Florida come una dimora presidenziale in cui i documenti erano al sicuro, le forze dell’ordine sapevano che la struttura non era adatta a conservare carte segrete. Oltre alle stanze private di Trump, infatti, il club comprende una sala da pranzo, una piscina, campi da tennis e una spa, tutti accessibili alle centinaia di soci durante la stagione invernale. Una sala da ballo può essere prenotata per matrimoni, serate di gala e altri eventi. Le difficoltà nel garantire la sicurezza della struttura sono state evidenziate nel 2019, quando un cittadino cinese che portava con sé telefoni e altri dispositivi elettronici è stato arrestato dopo aver aggirato i controlli dicendo di essere diretto in piscina.

Davanti alle accuse mosse da Trump, il dipartimento di giustizia ha inizialmente mantenuto il suo tradizionale silenzio, ma la temperatura dello scontro è salita rapidamente, con i siti di destra presi d’assalto dai sostenitori di Trump che incitavano alla violenza e perfino alla guerra civile. La mattina dell’11 agosto un uomo che indossava un giubbotto antiproiettile è stato ucciso dagli agenti di polizia dopo aver tentato (senza riuscirci) di fare irruzione in una sede dell’Fbi a Cincinnati. L’uomo aveva pubblicato una serie di post sulla piattaforma social dell’ex presidente, Truth Social, facendo una “chiamata alle armi” dopo la notizia della perquisizione a Mar-a-Lago. “Siate pronti ad abbattere il nemico”, aveva scritto martedì. “Uccidete a vista gli agenti dell’Fbi”.

Mentre gli avvocati di Trump parlavano del mandato di perquisizione e diversi repubblicani attaccavano la polizia federale, Garland ha trovato il modo di difendere l’Fbi e gli inquirenti pur rispettando le regole del dipartimento di giustizia: i legali del dipartimento hanno inoltrato a un tribunale una richiesta per rivelare il contenuto del mandato di perquisizione. Inoltre il ministro ha fatto un’insolita dichiarazione pubblica in cui precisava di aver approvato personalmente il mandato e condannava le minacce contro le forze dell’ordine. Pubblicato il 12 agosto, il mandato dimostra la gravità delle ipotesi di reato a carico di Trump. Il Washington Post è venuto a sapere che l’Fbi cercava anche documenti legati alle armi nucleari.

L’ex presidente ha pubblicato online una serie di rabbiose dichiarazioni, in cui da un lato smentiva e dall’altro ammetteva di aver tenuto per sé documenti riservati sulle armi nucleari. “Il presidente Barack Hussein Obama ha conservato 33 milioni di pagine di documenti, in gran parte riservati”, ha dichiarato Trump in un comunicato pubblicato il 12 agosto e subito smentito dalla Nara, che ha confermato di essere in possesso di tutta la documentazione di Obama. Poi Trump ha rincarato la dose: “Quanti di quei documenti riguardavano il nucleare? Si dice che fossero moltissimi!”. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati