Il 14 febbraio 1989, alla vigilia del ritiro dell’armata rossa dall’Afghanistan, la guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, l’ayatollah Khomeini, emise la fatwa che condannava a morte Salman Rushdie, affermando che il suo romanzo I versi satanici (Mondadori 1994) oltraggiava il profeta. La data scelta dal leader sciita aveva lo scopo di offuscare agli occhi del mondo musulmano l’attesa vittoria dei rivali sunniti, sostenuti dalla Cia e finanziati dall’Arabia Saudita e dalle monarchie della penisola araba, che avrebbero cacciato dalle terre dell’islam afgane le forze dell’ateismo comunista responsabili dell’invasione di un decennio prima.

Nell’immediato lo scandalo mondiale scatenato dalla fatwa – un ayatollah iraniano che condanna a morte un cittadino britannico residente nel Regno Unito, una cosa mai vista all’epoca – ottenne l’effetto voluto: Khomeini aveva messo i bastoni tra le ruote all’islamismo sunnita, che sperava di potersi avvalere della sconfitta sovietica per apparire come il difensore e il paladino dei musulmani “umiliati e offesi” in tutto il pianeta. Pochi sul momento fecero caso alla sconfitta sovietica, che avrebbe avuto delle conseguenze politiche determinanti, portando il 9 novembre 1989 alla caduta del muro di Berlino e alla morte del comunismo.

La capacità degli attuali leader iraniani di reclutare seguaci rimane molto forte

L’ayatollah aveva vinto la guerra dell’informazione. L’obiettivo era riprendere il controllo nella rivalità per l’egemonia sull’islamismo rivoluzionario teorizzato in seguito da Ayman al Zawahiri nel suo manifesto del 1996 Cavalieri sotto la bandiera del profeta. Al Zawahiri (ucciso il 31 luglio da un missile statunitense a Kabul, dove un anno fa i taliban sono tornati dopo il ritiro, questa volta, degli Stati Uniti) affermava la necessità d’infliggere il grande colpo del jihadismo sunnita, che sarebbe stata “la doppia razzia benedetta” dell’11 settembre 2001. Questo permise ad Al Qaeda di monopolizzare l’attualità a scapito dei rivali di Teheran seminando la morte in occidente, a Wash­ington e New York.

La pietra angolare

Tuttavia gli effetti della fatwa proseguirono dopo la morte di Khomeini, avvenuta nel giugno 1989. A riprenderla e rinnovarla furono proprio i suoi rivali sunniti, con la condanna a morte dei vignettisti danesi che nel settembre 2005 avevano pubblicato su un quotidiano dei disegni del profeta giudicati blasfemi. Le caricature erano state poi riprese dal settimanale Charlie Hebdo, cosa che portò al massacro del 7 gennaio 2015 commesso dai fratelli Kouachi, pietra angolare del gruppo Stato islamico (Is) in Europa e debutto del movimento che avrebbe visto migliaia di giovani musulmani francesi partire per lo Sham, il nome islamico del Levante.

Questo fa capire quanto sia delicato il tema della “difesa dell’onore del profeta” per tutti i movimenti islamisti: è un modo per mobilitare le persone che condividono la religione in un jihad universale contro l’occidente giudaico-cristiano o, come dicono loro, “sionista-crociato” (sahiu-salibi).

Abbiamo visto i sussulti più recenti di questo progetto nel 2020, quando la ripubblicazione delle caricature da parte di Charlie Hebdo all’apertura del processo per le uccisioni del 2015 ha portato a tre nuove azioni omicide. La prima il 25 settembre, quando il pachistano Zaheer Hassan Mahmood, spinto dalle grandi manifestazioni che nel suo paese d’origine chiedevano la decapitazione dei “blasfemi”, ha comprato un coltello da macellaio e ha colpito due persone davanti alla vecchia sede del giornale. La seconda il 16 ottobre, quando il ceceno Abdoullakh Anzorov ha decapitato il professore francese Samuel Paty di fronte alla scuola media in cui insegnava, dopo dei messaggi d’odio diffusi online contro di lui. E la terza il 29 ottobre, quando un tunisino senza documenti in regola ha accoltellato tre fedeli cattolici nella basilica di Notre-Dame di Nizza nel giorno del compleanno del profeta.

Allora ho proposto un’analisi di quelle azioni in termini di “jihadismo di atmosfera”: alcuni “imprenditori della rabbia” (usando l’espressione del professor Bernard Rougier) segnalano dei bersagli sui social network, senza che ci sia neppure il bisogno di una qualche organizzazione o di una rete che dia ordini agli esecutori, a differenza di quanto facevano Al Qaeda e poi l’Is. Gli esecutori si alimentano degli stimoli online, socializzati in ambienti che condividono una cultura islamista separata dalle società occidentali, detestate nel nome di una lettura estremista del Corano, della sunna e delle loro esegesi. Poi passano all’azione convinti di essere i vettori della redenzione della comunità dei credenti (umma), di promuovere l’islamizzazione dell’universo e di assicurare a se stessi e alle loro famiglie un posto d’onore in paradiso.

Il “jihadismo di atmosfera” – per il quale lo sterminio dei presunti blasfemi costituisce il passaggio all’azione per eccellenza – è più facile da mettere in pratica nel sunnismo perché nella confessione maggioritaria nell’islam contemporaneo (circa l’85 per cento) non esiste un clero gerarchico infallibile. Per questo motivo il sunnismo è particolarmente permeabile al web e ai social network, dove si formano dei gruppi di individui che si convincono della veridicità delle loro credenze, per quanto fantasiose siano.

Lo sciismo, al contrario, dispone di strutture ecclesiastiche rigorosamente gerarchiche, segnate dall’obbedienza ai grandi ayatollah (marja’al taqlid). Non sono tutti d’accordo tra loro. Il magistero di Khomeini e quello del suo successore, la guida iraniana Khamenei, ispirano anche Hezbollah, dominante nello sciismo libanese, la comunità da cui proviene l’uomo sospettato dell’attacco contro Rushdie: Hadi Matar, nato in California da genitori immigrati. In Iraq invece, l’ayatollah Al Sistani si oppone fortemente a questa strumentalizzazione politica del credo.

Tuttavia, la capacità degli attuali leader iraniani di reclutare seguaci e di mobilitare l’apparato dello stato rimane molto forte. I presidenti riformisti che sono stati brevemente in carica a Teheran, Mohammad Khatami (1997-2005) e Hassan Rohani (2013-2021), hanno fatto sapere in diversi modi che la fatwa del 14 febbraio 1989 non era più attuale. Ma sono spariti dalla scena politica, rimpiazzati dall’ex procuratore Ebrahim Raisi, che ha fatto condannare a morte molti oppositori. Il vero potere resta nelle mani della guida Ali Khamenei, per cui la fatwa “è come un proiettile che troverà inevitabilmente il suo bersaglio”. I commenti della stampa di Teheran più vicina a questa linea hanno applaudito all’atto “eroico” dell’aggressore di Rushdie, condannando alla gogna lo scrittore, musulmano di nascita e definito apostata dell’islam, e quindi meritevole di essere ucciso.

Eppure, il tentato omicidio di Rushdie – nel momento in cui si apprestava a tenere una conferenza sulla libertà di espressione e sugli Stati Uniti come terra di accoglienza per gli artisti esiliati – sembra paradossale rispetto agli interessi del regime iraniano. Teheran vuole concludere l’accordo sul nucleare all’assemblea generale dell’Onu a settembre, alla quale Raisi dovrebbe partecipare. È difficile immaginare che un simile gesto criminale, dall’immensa risonanza simbolica, possa favorire la conclusione dei negoziati e la reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale.

Anche se alcune voci nel mondo musulmano affermano che l’uccisione di un “blasfemo” sia più lecita di quella di Al Zawahiri a Kabul o del generale iraniano Qassem Soleimani (il capo della forza esterna dei Guardiani della rivoluzione assassinato dall’esercito statunitense il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad) un’argomentazione simile non è ammissibile né negli Stati Uniti né in Europa, e certamente non da un presidente statunitense che a novembre dovrà affrontare una delicata scadenza elettorale.

Strappare il tessuto

Il jihadismo sunnita, finanziato durante la guerra in Afghanistan degli anni ottanta dalle monarchie della penisola araba, ed equipaggiato e strumentalizzato dalla Cia, era sfuggito a chi lo aveva alimentato scatenando i sanguinosi attentati in Arabia Saudita e poi le stragi dell’11 settembre a New York e Washington. Il jihadismo sciita ha forse superato allo stesso modo le logiche di stato dei suoi ideatori iraniani?

I primi elementi dell’indagine mostrano che il profilo Facebook del sospettato, rimasto online fino alle ore successive all’attentato contro Rushdie, conteneva un’apologia dei Guardiani della rivoluzione, di Soleimani e di Hezbollah. Forse l’uomo di 24 anni, nato negli Stati Uniti nove anni dopo la fatwa, si è immerso in un “jihadismo di atmosfera” dello sciismo radicale, dove i social network, contaminati da fenomeni simili a quelli che si producono in ambiente sunnita, l’hanno portato a seguire in modo ferreo le istruzioni dei maestri di Teheran.

Il procedimento giudiziario fornirà delle risposte, ma noi siamo immediatamente messi di fronte all’onnipresenza e alla resilienza di un fenomeno multiforme, proprio nei paesi democratici dell’occidente. Questa minaccia ricorrente richiede una maggiore vigilanza nei confronti delle logiche che si sforzano di dividere le nostre società strappandone il tessuto lungo linee confessionali ed esclusive, che hanno prodotto una lunga serie di violenze e di crimini, di cui la fatwa del 14 febbraio 1989 costituisce il punto di partenza e l’emblema.

Nata dallo sciismo politico più radicale e passata ai movimenti sunniti più estremi, come Al Qaeda e Is, dopo il logoramento militare e politico di questi ultimi, oggi la minaccia torna al suo contesto di origine. ◆ fdl

Gilles Kepel è un politologo, arabista e filosofo francese, esperto di islam politico e mondo arabo. Insegna all’università Paris sciences et lettres. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il ritorno del profeta (Feltrinelli 2021).

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati