La notte del 7 luglio 2021 un gruppo di sicari è entrato nella camera da letto di Jovenel Moïse, il presidente di Haiti, e gli ha sparato due colpi al petto, uno in fronte, un altro all’addome e altri tre al fianco, uccidendolo. Quegli uomini non solo hanno messo fine alla vita di Moïse, ma hanno spinto il paese caraibico un po’ più avanti lungo il pendio su cui rotola ormai da decenni.

È passato un anno dall’omicidio. Quaranta persone sono in carcere ma il processo è fermo. Diciotto sicari colombiani aspettano in un penitenziario di Port-au-Prince, la capitale del paese, in condizioni disumane. Nel frattempo il paese sta collassando, una tragedia dopo l’altra. Nell’ultimo anno il primo ministro Ariel Henry è sopravvissuto a un agguato con armi da fuoco mentre usciva da una chiesa; le elezioni presidenziali sono state rinviate a data da destinarsi; un terremoto di magnitudo 7,2 ha provocato più di duemila morti; è salito alla ribalta Jeremy “Barbecue”, temuto narcotrafficante; i gruppi armati hanno sequestrato 17 missionari statunitensi; e l’uragano Grace ha trascinato nella povertà assoluta migliaia di famiglie. Secondo Gédeon Jean del Centro di analisi e investigazione sui diritti umani (Cardh), l’uccisione del presidente “ha semplicemente accelerato il disastro giudiziario e politico in cui già si trovava il paese”.

La notte del 7 luglio nel letto con Moïse c’era anche sua moglie Martine. L’unica buona notizia è che la donna, di 48 anni, è sopravvissuta nonostante le ferite da arma da fuoco al braccio e all’addome. È stata trasportata in un ospedale di Miami, negli Stati Uniti, e oggi si è completamente ripresa. Vive in un luogo segreto nel nord di Haiti e, secondo alcune fonti, starebbe valutando la possibilità di candidarsi alle elezioni. La sua squadra si divide tra chi le chiede di dimenticare la politica, in un paese fratricida che ha scoperto quanto sia facile uccidere un presidente in casa sua, e quelli che erano legati al marito e le chiedono di guidare un movimento politico che in base ai sondaggi otterrebbe una vittoria netta. Secondo alcuni esponenti di quest’ultimo gruppo, Martine Moïse è convinta che gli assassini di suo marito siano ancora liberi e che solo da una posizione di potere sia possibile fare giustizia.

Arresti a catena

Nel frattempo il paese è guidato da Henry, nominato primo ministro due giorni prima della morte del presidente. Spetterebbe a lui indire nuove elezioni. Secondo il New York Times, una delle cause dell’omicidio di Moïse è che gli assassini cercavano una lista di nomi di esponenti politici e imprenditori haitiani che doveva essere inviata negli Stati Uniti. La tesi, sostenuta dallo stesso Moïse in un’intervista concessa al País il 28 febbraio 2021, è che un gruppo di famiglie legate al settore energetico – con cui era entrato in contrasto durante il suo mandato – volesse ucciderlo. Il presidente sosteneva che gli oligarchi stavano preparando un colpo di stato per “impossessarsi del paese”.

Se l’operazione per uccidere Moïse ha avuto successo, la fuga dei sicari è stata invece disastrosa. Dei 26 colombiani che hanno partecipato all’omicidio, due sono morti, sei sono scappati e diciotto sono stati arrestati poco dopo l’omicidio. I detenuti sono in attesa del processo in una prigione di Haiti. Il governo di Bogotá e le associazioni militari colombiane cercano di ottenerne il rimpatrio o almeno un processo rapido. Di recente gli ex militari hanno denunciato di essere stati torturati e dicono di essere detenuti in condizioni disumane.

Tra le persone accusate di aver organizzato l’omicidio di Moïse ci sono due statunitensi e Joseph Felix Badio, ex funzionario del ministero della giustizia di Haiti, che avrebbe dato ordini ai mercenari colombiani. I sospetti si addensano anche sul primo ministro Henry, che aveva incontrato Badio il giorno dell’omicidio.

Un’altra persona che potrebbe essere coinvolta nell’omicidio è l’ex senatore John Joël Joseph, arrestato in Giamaica con l’accusa di aver consegnato armi agli autori del delitto. Le autorità giamaicane avevano deciso di trasferirlo in Colombia, ma Joseph è stato intercettato durante uno scalo a Panamá e trasferito in Florida, dov’è in attesa di un processo in cui dovrà rispondere delle accuse di cospirazione per commettere un omicidio e favoreggiamento. Tra le altre persone coinvolte c’è anche un informatore della Dea, l’agenzia antidroga statunitense, gli imprenditori haitiani Desir Gordon Phenil e Ashkard Peter Joseph, e la giudice della corte suprema haitiana Windelle Coq Thelot. A ottobre è stato arrestato in Giamaica un altro colombiano, Marco Antonio Palacios, estradato negli Stati Uniti dov’è accusato di cospirazione per commettere un omicidio.

Espulsi e abbandonati

A complicare le indagini e lo svolgimento del processo c’è il fatto che a gennaio il giudice Garry Orélien, che doveva occuparsi del caso, ha rinunciato all’incarico per motivi personali. Orélien è stato l’ultimo magistrato a tirarsi indietro: cinque giudici prima di lui avevano subìto minacce, mentre a ottobre era stata incendiata la struttura in cui erano conservate le prove. Di recente la vicepresidente colombiana, Marta Lucía Ramírez, ha criticato l’inefficacia delle giustizia haitiana.

Il vuoto di potere lasciato da Moïse è stato riempito dalle bande criminali, sempre più armate e attive nei sequestri, nella gestione del porto e nel contrabbando di benzina. A ottobre diciassette statunitensi che facevano parte di un gruppo religioso sono stati sequestrati da una banda chiamata 400 Mawozo. I soldi pagati per il riscatto hanno rafforzato notevolmente il gruppo.

Gédeon Jean, direttore del Cardh – l’organizzazione di riferimento per capire il fenomeno delle bande criminali, che oggi controllano il 60 per cento del paese – sostiene che a Haiti un “mostro” in possesso di armi e soldi sta cercando di alimentare la rabbia della popolazione accusando lo stato di essere responsabile della povertà diffusa. “Sta nascendo una Somalia nel continente americano”, aveva detto al Washington Post più di un anno fa Ralph P. Chevry, esperto dell’Haiti center for socio-economic policy di Port-au-Prince.

Mentre succede tutto questo, gli Stati Uniti non hanno smesso neanche per un giorno di rimpatriare migliaia di migranti haitiani, espulsi e abbandonati al loro destino dopo aver trascorso anni fuori dal paese. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati