È una giornata d’inizio primavera a Courseulles-sur-Mer, un sonnacchioso porto da pesca sulla costa settentrionale della Francia. La Manica scintilla nella luce del mattino e la chiazza bianca di un traghetto solca l’orizzonte in direzione di Le Havre. Sulla spiaggia un gruppetto di uomini di mezza età con mute dai colori sgargianti sta preparando le tavole da surf. È difficile immaginare una scena più lontana dagli orrori che si stanno consumando all’altra estremità del continente europeo, in Ucraina.

Ma se i luoghi hanno una memoria, questa spiaggia conosce bene gli orrori della guerra. Nel 1944 il suo nome in codice era Juno Beach, uno dei cinque siti dello sbarco in Normandia, dove migliaia di soldati si lanciarono verso la riva sotto il fuoco delle mitragliatrici. Sul lungomare, accanto alla giostra, c’è un carro armato statunitense Sherman. Sulla spiaggia torreggia una croce di Lorena a due traverse, simbolo della resistenza francese. Il monumento, alto 18 metri, segna il punto in cui il 14 giugno 1944 Charles de Gaulle rimise piede per la prima volta sul suolo francese dopo anni di esilio a Londra.

Il presidente francese Emmanuel Macron a Montpellier, ottobre 2021 (Ludovic Marin, Afp/Getty Images)

La storia della Francia contemporanea si può far risalire a quel momento. Da Courseulles-sur-Mer, De Gaulle raggiunse la vicina Bayeux. Con la scarsa modestia che lo caratterizzava, in seguito avrebbe ricordato: “Nel vedermi, i suoi abitanti furono sopraffatti da una sorta di stordimento che esplose in lacrime e ovazioni”. Altri resoconti riferiscono di reazioni più contenute. Eppure, il valore simbolico del luogo era così alto che il generale ci tornò nel 1946 per gettare le fondamenta del gaullismo, in un discorso che proponeva un ordine costituzionale fortemente centralizzato: una presidenza forte e quasi regale, un parlamento debole e un’enfasi statalista totalizzante sulla stabilità e l’indipendenza nazionale. Era la visione che avrebbe realizzato quando arrivò al potere durante la crisi algerina del 1958, l’alba della quinta repubblica, e che definisce gran parte della Francia di oggi.

Sono venuto qui alla fine di febbraio per cominciare un viaggio attraverso il paese alla vigilia delle elezioni presidenziali, il cui primo turno è fissato per il 10 aprile. Il mio piano – viaggiare in treno dalla Manica al Mediterraneo – è stato ideato prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Quello che era stato concepito come il ritratto di un grande paese europeo alle prese con una combattuta campagna elettorale si è trasformato in qualcos’altro: il ritratto di un grande paese europeo alle prese con una campagna elettorale sullo sfondo della più grande guerra combattuta in Europa dopo il 1945. In questo cupo panorama internazionale cosa riserva il futuro alla quinta repubblica?

Ballo in maschera

Dalla costa ho raggiunto Caen. È un posto elegante, un polo regionale dell’industria tecnologica con un centro storico perfettamente restaurato. I bar di place Saint-Sauveur brulicano di borghesi che si crogiolano al sole godendosi il loro caffè e un bicchiere di birra o di calvados, sotto lo sguardo di una statua di Luigi XIV eretta durante la restaurazione borbonica degli anni venti dell’ottocento. Dentro i locali le tv trasmettono immagini del bombardamento di Charkiv.

Se non siete stati a Parigi negli ultimi anni e la ricordate come una metropoli stanca e soffocata dal traffico, vi consiglio di tornarci

Caen è da tempo una roccaforte della destra moderata. Il sindaco, Joël Bruneau, appartiene ai Républicains, il principale partito conservatore francese, quindi il comizio di oggi per la loro candidata alla presidenza, Valérie Pécresse, non dovrebbe presentare problemi. Pécresse (che dice di essere “due terzi di Angela Merkel, un terzo di Margaret Thatcher”) è considerata da molti la migliore opportunità della destra di cacciare Emmanuel Macron dall’Eliseo, anche se per arrivare al ballottaggio del 24 aprile dovrà superare la concorrenza dei candidati di estrema destra Marine Le Pen ed Éric Zemmour.

Le persone che si dirigono al centro congressi hanno per lo più i capelli grigi. Dentro, dei giovani in giacca e cravatta le accompagnano al loro posto mentre un moderatore le invita a reagire con entusiasmo, perché “i social network di tutta la Francia vi stanno guardando”. Prima del comizio intervengono Bruneau ed Hervé Morin, ministro della difesa durante la presidenza di Nicolas Sarkozy e oggi presidente della Normandia. Entrambi snocciolano vecchie battute. Una di Morin – “Noi normanni siamo quelli che hanno civilizzato gli inglesi!” – suscita scrosci di risate.

Ma per Pécresse c’è molta meno simpatia. “Energia! Energia! Vinceremo!”, urla il moderatore mentre la musica accompagna l’arrivo della candidata. Le bandiere tricolori sono diligentemente sventolate. Il caschetto biondo di Pécresse attraversa la folla e lei si materializza sul palco tra urla di acclamazione, ma manca il calore riservato a Bruneau e Morin. Questo riflette una delle difficoltà con cui la candidata deve fare i conti. Il centrodestra moderato conserva alcune roccaforti a livello regionale, ma rimane debole a livello nazionale, dove il liberismo economico filoeuropeo di Macron, unito alla sua visione largamente gaullista della società (laica, repubblicana, centralizzata), gli ha assicurato il sostegno dei moderati. Caen ha votato per lui e il suo partito centrista, La république en marche, alle presidenziali del 2017 e alle europee del 2019.

Durante il discorso di Pécresse emerge un altro problema. Il primo punto, ovviamente, è l’invasione russa dell’Ucraina. La campagna elettorale, dice la candidata, è diventata “un ballo in maschera”. Le Pen, osserva giustamente Pécresse, sta cercando di nascondere la sua vecchia simpatia per il presidente russo Vladimir Putin. Poi cita Zemmour, che ha invocato “un Putin francese”. “No!”, insiste. “Putin non è la vittima, ma l’aggressore.” Infine, mettendo insieme Le Pen, Zemmour e il candidato della sinistra Jean-Luc Mélen­chon, contrario alla Nato, grida: “Vergognatevi!”. I cittadini moderati di Caen applaudono, ma a nessuno sfugge che non ha citato Macron.

E chi potrebbe darle torto? I lunghi colloqui del presidente con Putin lo mettono al riparo dall’accusa di non aver tentato la via diplomatica. La sua richiesta di sanzioni e di una forte risposta europea lo mette al riparo dall’accusa di non aver preso posizione contro Putin. Che spazio resta per un’aspirante Merkel o Thatcher francese? Non molto. A Caen, Pécresse azzarda qualche scontata apertura alla destra più radicale: mettere in galera i delinquenti e tenere l’hijab fuori dalla vita pubblica. Ma non sembra suscitare entusiasmo. Durante il mio viaggio in Francia, Macron continuerà a salire nei sondaggi mentre Pécresse, che fino alla metà di febbraio era considerata una sfidante credibile, precipiterà.

La capitale d’Europa

Proseguo verso est alla volta di Parigi, un viaggio di due ore su un treno a due piani lungo campi, stradine, meleti e vecchie chiese normanne. Superiamo il seicentesco Château de Maisons affacciato sulla Senna, la problematica periferia di Argenteuil, il campus modernista dell’università di Paris Nanterre, legata al 1968, i grattacieli della Défense e il boulevard Péri­phérique, per approdare infine alla stazione Saint-Lazare.

Se non siete stati a Parigi negli ultimi anni e la ricordate come una metropoli piuttosto stanca e soffocata dal traffico, vi consiglio di tornarci. La trasformazione degli ultimi anni è notevole. Nel 2014 è stata eletta sindaca la socialista Anne Hidalgo, che ha dato vita a un’amministrazione dinamica impegnata a rendere la città più verde e vivibile. Nel 2016 il centro di Parigi all’interno del Périphérique è stato unito ai comuni periferici per formare una nuova grand Paris, e sono stati fatti grandi investimenti nelle infrastrutture. Dopo la sua elezione nel 2017 Macron ha lanciato una serie di riforme economiche che hanno particolarmente favorito Parigi, con la sua economia della conoscenza globalizzata.

Il risultato è una città che per dinamismo e influenza oggi è probabilmente la cosa più simile a una capitale d’Europa. Tratti di boulevard e strade laterali sono stati trasformati in piste ciclabili; le stazioni ferroviarie come Saint-Lazare sono state restaurate; gru e cantieri dappertutto annunciano l’arrivo di nuovi grattacieli, parchi, linee di tram, campus e infrastrutture (compresi duecento chilometri di nuove ferrovie).

La città è un buon punto d’osservazione per comprendere gli aspetti positivi degli anni di Macron. Nell’ultimo trimestre del 2021 il tasso di disoccupazione è sceso al 7,4 per cento, il più basso degli ultimi tredici anni. Secondo l’economista statunitense Paul Krugman l’economia francese ha superato la pandemia “sorprendentemente bene”, e ha avuto la ripresa più forte di tutti i grandi paesi europei. Le startup prosperano: l’obiettivo fissato da Macron di avere 25 aziende digitali francesi del valore di almeno un miliardo di dollari entro il 2025 è stato raggiunto a gennaio. Il pil pro capite ha superato quello del Regno Unito, e la produttività per ora lavorata è superiore di circa un terzo. Nel frattempo, sul piano internazionale stanno prendendo piede alcune storiche intuizioni francesi: dai meriti dell’energia nucleare come fonte di energia a basse emissioni alla settimana di 35 ore, fino alla necessità di una forte difesa europea, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Eppure perfino nella fiorente capitale francese si avverte un acuto disagio. Nel 2017 Macron ha spinto ai margini le due tradizionali famiglie politiche – Les répu­blicains di centrodestra e il Partito socialista di centrosinistra – e ha ridisegnato il panorama politico francese, promettendo una frattura con l’era delle ideologie. En marche è stato costruito a partire da una serie di dialoghi con gli elettori e ha scelto metà dei suoi candidati fuori dalla politica. Ma nonostante i successi di Macron, e il fatto che molto probabilmente diventerà il primo presidente a essere rieletto da vent’anni a questa parte, perfino alcuni dei suoi simpatizzanti pensano che abbia sprecato l’occasione per cambiare ancora di più il paese. Il presidente, sostengono, può essere inutilmente arrogante, e ha esagerato con l’accentramento, proprio come i suoi predecessori della quinta repubblica.

“Una persona, per quanto capace, non può risolvere tutti i problemi di un paese di quasi settanta milioni di abitanti”, dice un addetto ai lavori. “Questo dinamismo è bello nei film, ma nella realtà delegare aiuta. Eppure nel governo il riflesso è sempre ‘dobbiamo chiederlo al presidente’. Se sarà rieletto, questo dovrà cambiare”.

È opinione comune che il partito sia un guscio vuoto e che i primi ministri e i ministri di Macron siano stati troppo deboli. Il presidente, sostiene chi lo critica, rimane troppo legato alla fusione di romanticismo nazionale e tecnocrazia proposta da De Gaulle a Bayeux nel 1946. Tra i suoi vecchi sostenitori di centrosinistra, inoltre, c’è la sensazione che sia stato “un presidente per i ricchi” e abbia seguito la destra sui temi dell’identità e dello scontro culturale. La Francia resta troppo divisa, politicamente rigida e incline alla depressione introspettiva.

Marine Le Pen al Salon de l’agriculture di Parigi, 2 marzo 2022 (Lionel Préau, Riva press)

Faccio un salto al Salon de l’agricolture, la fiera annuale alla Porte de Versailles che esalta e promuove le virtù della campagna francese, e ammiro con il dovuto rispetto alcune mucche d’Auvergne. Poi raggiungo una manifestazione contro la guerra in Ucraina a place Saint-Michel, tra lo sventolare delle bandiere giallo-azzurre e una folla internazionale che scandisce “Putin, assasin”. Il contrasto tra il Salon e questa manifestazione mostra le due facce delle prossime elezioni: una locale e l’altra globale, la prima radicata nelle preoccupazioni concrete della Francia profonda, la seconda negli eventi drammatici che stanno ridisegnando l’Europa dall’altra parte del continente.

Un modello al capolinea

La mattina dopo, 28 febbraio, incontro Bernard Spitz, cofondatore del centro studi social-liberale Les gracques e decano della classe dirigente economica francese. Spitz riconosce a Macron alcuni successi, come i miglioramenti nell’istruzione tecnica in stile tedesco. “Il ruolo del presidente in questa crisi internazionale è stato positivo”, dice. “Ma il rischio è che la campagna elettorale trascuri importanti questioni interne. Per migliorare il rapporto tra presidenza e cittadini nei prossimi anni ci vorranno dei cambiamenti”. Avverte che “il rapporto tra alcune parti della società si è spezzato”. Secondo Spitz uno dei problemi è il millefoglie dei livelli amministrativi, troppi e al tempo stesso troppo deboli per rappresentare un serio contrappeso alla presidenza. “Quello che è in gioco non è solo la competenza, è la fiducia”.

Più tardi incontro Caroline Fourest nel Marais. Fourest è un’ex opinionista del settimanale satirico Charlie Hebdo, molto nota per la sua difesa libertaria e di sinistra del laicismo francese. Parla con passione dei momenti più cupi nella storia recente del suo paese: l’uccisione di otto suoi colleghi nella redazione del giornale e di altre quattro persone per mano dei terroristi nel 2015; gli attacchi a Parigi e Nizza nello stesso anno e nel 2016; e la decapitazione, nel 2020, di Samuel Paty, un insegnante di una scuola superiore nella periferia di Parigi che aveva fatto vedere ai suoi alunni le vignette di Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà di parola.

Fourest non ha fiducia né nella destra (considera Zemmour un’espressione della vecchia tradizione ultrareazionaria incarnata dallo scrittore Charles Maurras) né nella sinistra (che secondo lei fa troppo poco per contrastare l’islamismo, cioè “la strumentalizzazione politica dell’islam in chiave fondamentalista”). Ma approva cautamente Macron perché ha cercato una via di mezzo universalistica con la sua discussa legge contro il “separatismo”, ovvero l’autosegregazione morale e sociale di alcune parti della Francia multiculturale di oggi. Altre persone con cui parlo non sono affatto d’accordo e accusano il presidente – e una concezione troppo rigida del laicismo – di contribuire alla polarizzazione.

Vierzon è l’incarnazione della France périphérique, le cittadine piccole e medie lasciate indietro da quelle grandi

Nell’animata place de Clichy incontro Shahin Vallée, un ex consigliere di Macron che ora lavora al Consiglio tedesco per le relazioni internazionali. “Voglio essere ottimista”, mi dice, “e credere che a lungo termine riusciremo a superare queste tensioni e ad accettare una società multireligiosa e multiculturale, il che significa accettare una diversa definizione di universalismo rispetto a quella che abbiamo ora”. La visione del paese che delinea, più plurale e meno centralista, è affascinante e contrasta con quella tratteggiata da De Gaulle a Bayeux nel 1946.

C’è un filo comune che lega queste opinioni così diverse: l’idea che il vecchio modello della quinta repubblica potrebbe essere arrivato al limite. Macron per molti versi è un leader capace, ma neppure lui può riuscire a ricomporre le divisioni del paese, che secondo molti oggi sono più profonde che nel 2017. Ci vuole qualcosa di più radicale? Penso a Michel Rocard, il primo ministro di François Mitterrand che ho conosciuto poco prima della sua morte nel 2016. Rocard era un paladino della cosiddetta seconda sinistra, una tradizione influenzata dalle proteste del ’68, e proponeva una visione più decentralizzata e democratica della repubblica. Penso anche al radicale Pierre Mendès-France, che negli anni cinquanta e sessanta si oppose alla politica dall’alto di De Gaulle e influenzò Rocard e altri.

Roccaforti in rovina

Per avere la prova che la Francia gravita intorno a Parigi basta guardare la sua rete ferroviaria: i treni ad alta velocità che collegano la capitale alle altre grandi città del paese sono moderni ed eleganti, a differenza di quelli che viaggiano sulle linee secondarie. Quello che deve portarmi alla tappa successiva parte dalla gare d’Aus­terlitz, ed è un lento convoglio di campagna con tendine polverose appese a finestrini sporchi.

Mentre procede a zigzag verso sud assisto a una sintesi delle tensioni francesi. “Scusi, può mettersi la mascherina?”, chiede un ragazzo a un uomo più anziano dall’aspetto di classe media, con capelli argentei pettinati all’indietro, pizzetto, maglione Ralph Lauren e occhiali di tartaruga. “E tu chi sei, la polizia?”, replica secco questo prima di tornare alla sua rivista, Valeurs Actuelles, un settimanale di estrema destra vicino a Zemmour. Il titolo di copertina è “Il vero costo della sostituzione etnica”, e si riferisce a una teoria del complotto razzista a proposito di un presunto piano per sostituire gli europei “bianchi” con gli immigrati. Il giovane cambia carrozza.

Arrivo a Vierzon, una vecchia cittadina industriale della Francia centrale nella valle del fiume Cher, un affluente della Loira. La Parigi del boom di Macron sembra molto lontana. Le case e i negozi davanti alla stazione hanno i muri scrostati.

Scendo la collina fino al vecchio stabilimento della Societé Française, che un tempo fabbricava macchinari agricoli. All’esterno è esposto un trattore 201, con la scocca di un verde allegro e i cerchioni delle ruote di un giallo acceso. Costruito a Vierzon tra il 1953 e il 1957, il 201 contribuì a sfamare la nazione in quelli che i francesi chiamano trente glorieuses, i trent’anni di rinascita economica che seguirono la seconda guerra mondiale. In quel periodo gli abitanti di Vierzon passarono da 27mila a 35.700.

Ma poi, a partire dal 1975 circa, cominciò il declino industriale e la crescita si invertì. La fabbrica chiuse nel 1995. Ora è per lo più abbandonata, a parte alcuni edifici occupati da un cinema e un bowling dall’aria stanca. Nel 2017 la popolazione di Vierzon ha raggiunto il punto più basso del dopoguerra: 27.900 abitanti. È l’incarnazione di quella che il geografo Chris­tophe Guilluy chiama France péri­phérique, le cittadine piccole e medie lasciate indietro dalle grandi città.

Guilluy è stato considerato una sorta di oracolo quando, alla fine del 2018, nella Francia periferica è nato un movimento di protesta che si sarebbe rivelato inaspettatamente solido e rilevante: i gilet gialli. Era cominciato come una protesta contro l’aumento delle tasse sul carburante, ed era cresciuto durante l’inverno. Era frutto di un’angoscia senza ideologia né leader per il crescente divario tra l’aumento del costo della vita e la stagnazione dei redditi. All’inizio il movimento si è radunato intorno alle rotatorie delle cittadine di provincia come Vierzon, per poi marciare su Parigi.

Éric Zemmour a Honnecourt-sur-Escaut, 14 gennaio 2022 (Bertrand Guay, Afp/Getty Images)

Non è un caso che le proteste fossero state innescate dal costo del carburante. Il centro di Parigi e le altre grandi città francesi come Tolosa, Nantes, Strasburgo e Lione (in molti casi amministrate dai verdi o dai loro alleati politici, come Hidalgo) sono paradisi dei ciclisti con trasporti pubblici sempre più efficienti. “Gli abitanti della Francia periferica, soprattutto operai, vivono lontano dai principali centri dell’occupazione, ma anche dalle reti del trasporto pubblico”, mi scrive Guilly, “perciò non possono fare a meno dell’automobile”. Malgrado alcuni coraggiosi tentativi di riqualificare il centro di Vierzon sulla riva del fiume, il 26 per cento dei negozi è vuoto. Case e appartamenti costano centomila euro o meno. La nuova attività economica è ai margini della città, in un comprensorio di alberghi, centri commerciali e ristoranti di grandi catene. Se Vierzon oggi ha una ragion d’essere economica, è nel fatto che si trova vicino a un importante snodo autostradale.

Macron ha imparato la lezione dei gilet gialli. L’aumento della tassa sul carburante è stato revocato e a gennaio del 2019 il presidente ha lanciato il “grande dibattito”, un tour di incontri che doveva aiutarlo a tornare in sintonia con le persone comuni. Questi provvedimenti hanno stabilizzato la sua presidenza e sono alla base della campagna per la sua rielezione. A dicembre del 2021 Macron è andato a Vierzon durante un viaggio presentato come un altro tentativo di sintonizzarsi con la Francia periferica, e ha visitato la cittadina con il suo sindaco comunista, Nicolas Sansu. Insieme hanno passato in rassegna i progetti di rilancio, fra cui la trasformazione dello stabilimento della Societé Française in un campus digitale.

Che Vierzon abbia un sindaco comunista ne fa una sorta di sopravvissuta. Negli ultimi anni molte roccaforti operaie dell’estrema sinistra sono passate al Rassemblement national (Rn) di Le Pen, che a Vierzon è arrivato primo alle europee del 2019, ha preso quasi il 25 per cento alle elezioni comunali del 2021 e potrebbe ottenere una percentuale ancora più alta alle prossime presidenziali. “Gli ex iscritti del Partito comunista votano per l’Rn”, dice Rémy Beurion, autore del popolare blog Vierzonitude. La guerra in Ucraina ha messo in imbarazzo Le Pen per via dei suoi legami con Putin, ma potrebbe anche favorirla facendo lievitare ulteriormente il costo della vita. “Questo tema è ancora importante”, dice Beurion. “Soprattutto a Vierzon, dove la popolazione se la passa peggio che altrove”.

Convivenza insperata

Da Vierzon un altro treno mi porta nel cuore profondo della Francia, la regione storicamente nota come Borbonese, luogo d’origine della casa reale di Borbone. La regione, e le vecchie città che attraverso come Nevers e Moulins, condensano le due forze rivali della storia francese: da una parte il richiamo del centro parigino, rappresentato dai monarchi borboni e dai loro successori repubblicani; dall’altra le forze centrifughe rappresentate dalle richieste di autonomia delle province e dalle tendenze religiose o politiche alternative.

Quello che funziona per Marsiglia potrebbe funzionare anche per la Francia: più pluralismo, decentramento e identità diverse

Il treno procede attraverso la campagna, tra pale eoliche, recinti per i cavalli e capannoni agricoli, costeggiando le alture del Massiccio centrale, coperte di foreste e punteggiate di villaggi. Avanza lentamente, superando ogni tanto una stazione abbandonata. Guilluy mi ha detto che i grandi investimenti nell’alta velocità nascondono le pessime condizioni delle ferrovie locali: il 28 per cento delle stazioni è stato chiuso tra il 2008 e il 2013. Il treno supera la città termale di Vichy, con le sue oscure memorie del regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Controllo le notizie: la Russia sta attaccando Mariupol e i rifugiati arrivano a migliaia a Berlino, la città in cui vivo.

A Lione prendo un Tgv, che vola lungo la valle pianeggiante e industrializzata del Rodano, fiancheggiata dalle cime innevate delle Alpi. A sud di Avignone e Aix-en-Provence il panorama cambia. Da marroni i tetti diventano arancioni, il paesaggio verdeggiante diventa arido. Poi il treno gira verso est e il Mediterraneo luccica all’orizzonte.

Marsiglia, il secondo centro della Francia e il suo porto principale, è un festival dei paradossi e sotto certi aspetti è la città più problematica del paese. Le sue povere periferie settentrionali, con i loro palazzoni di alloggi popolari, sono isolate dai quartieri più eleganti del lungomare, dove le barche da diporto ondeggiano nel sole di marzo. A nord gli edifici coperti di graffiti sono ancora sinonimo di guerra tra bande e problemi di droga. L’immondizia è ammassata sui marciapiedi, i senzatetto dormono tra mucchi di borse e coperte, gli adolescenti in motorino guidano contromano sulle strade a senso unico.

Diversi fattori contribuiscono a fare della costa meridionale una roccaforte dell’estrema destra: tensioni nelle grandi città, una vasta borghesia cattolica e una considerevole popolazione di pieds noirs (i francesi bianchi fuggiti dall’Algeria e dalle altre colonie nordafricane, che si stabilirono numerosi intorno a Marsiglia e Nizza in seguito agli stessi eventi che portarono al potere De Gaulle nel 1958).

Oggi la regione è teatro di una furiosa battaglia tra Zemmour, Le Pen e i Républicains sul futuro della destra. I feudi di Le Pen sono nelle zone post-industriali del nord e del centro, in posti come Vierzon. Ma l’8 marzo la sua potente nipote Marion Maréchal, che appartiene alla tradizione meridionale del partito, meno statalista sul piano economico e più radicale su quello sociale, ha annunciato il suo sostegno a Zemmour. Anche il nizzardo Éric Ciotti, esponente della destra dei Républicains che aveva sfidato Pécresse per la guida del partito, è considerato vicino a Zemmour. Se Macron vincerà le elezioni, sarà probabilmente dal sud che partirà il riallineamento della destra francese. Eppure giudicare Marsiglia solo dai suoi problemi sarebbe un grave errore. È anche una città vivace e con una profonda storia di ribellioni, simboleggiata dal forte di Saint-Jean, costruito da Luigi XIV all’ingresso del porto, che si dice avesse i cannoni rivolti all’interno per sottomettere la città invece che verso il mare. È da sempre la porta della Francia per i popoli dell’altra sponda del Mediterraneo e oltre, compresi i vecchi territori coloniali francesi. “Armeni, comoriani, italiani, algerini, marocchini, tunisini, maliani, senegalesi,” come ha elencato Macron durante una visita nel 2017.

Malgrado le differenze socioeconomiche, in realtà questi diversi gruppi convivono sorprendentemente bene. In Afropei. Viaggio nel cuore dell’Europa nera (Edt 2020), lo scrittore britannico nero Johny Pitts ricorda il periodo che ha trascorso qui: “Marsiglia è una metropoli meticcia, e tutte le cose che fanno storcere il naso agli altri mi facevano sentire a casa. Avevo trovato un luogo in cui potevo esistere in Europa senza dovermi interrogare sull’appartenenza”. A Parigi, Fourest aveva accennato a qualcosa di simile: “Marsiglia ha problemi diversi dall’islamismo”, mi aveva detto. “Qui l’identità locale trascende le divisioni”.

Da decenni la squadra di calcio del Marsiglia è un fattore che unisce. Ma ci sono cambiamenti in corso anche nella vita politica. La città è stata amministrata per 25 anni dal conservatore Jean-Claude Gaudin, più volte accusato di corruzione.

Alle elezioni comunali del 2020 il candidato dei Républicains designato da Gaudin è stato spazzato via dalla cosiddetta primavera marsigliese. Un blocco pluralista guidato dalla dottoressa Michèle Rubirola ha riunito figure come la socialista Samia Ghali, portavoce delle periferie settentrionali, con esponenti dei verdi e candidati indipendenti che hanno portato i voti dei quartieri borghesi vicini al mare.

Rubirola ha dovuto ritirarsi per motivi di salute poco dopo essere stata eletta, ma la nuova amministrazione è andata avanti introducendo misure apprezzabili, dalle sale dove i tossicodipendenti possono assumere droga in condizioni di sicurezza agli investimenti nei trasporti pubblici. Un simbolo di questo rinnovamento è rue d’Aubagne, una stradina stretta vicino al vecchio porto della città. Nel 2018 due vecchi palazzi sono crollati uccidendo otto persone. La tragedia ha messo a nudo i problemi del degrado urbano, della corruzione e della sfiducia generale. Ora la strada è stata completamente restaurata e riservata a pedoni e biciclette. A decidere i progetti futuri saranno le assemblee dei cittadini.

Da sapere
La rincorsa di Mélenchon
Intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali, media dei principali sondaggi (fonte: Politico)

◆ “In questa campagna elettorale nessuno ha portato più gente in piazza di Jean-Luc Mé­lenchon”, scrive il settimanale tedesco Die Zeit. La sinistra francese non è mai stata così in crisi, e nei sondaggi i suoi sei candidati non arrivano insieme al 30 per cento. Nelle ultime settimane però Mélenchon è apparso in netta crescita, e se la tendenza si confermasse potrebbe anche arrivare a sfidare il presidente Emmanuel Macron al secondo turno. Mélen­chon, fondatore del partito di sinistra radicale La France insoumise, si è già candidato due volte alle presidenziali e nel 2017 ha sfiorato il 20 per cento al primo turno. Rispetto al passato ha adottato posizioni più moderate e non invoca più la fine del capitalismo, ma ha promesso che se sarà eletto convocherà un’assemblea costituente per fondare la sesta repubblica. Vuole abbassare l’età pensionabile a 60 anni, aumentare il salario minimo, alzare le tasse per i più ricchi e nazionalizzare le aziende che rischiano il fallimento. Ha abbandonato la sua idea di un’“alleanza militare critica della globalizzazione” insieme a Cina, India e Russia, e dopo l’invasione dell’Ucraina si è deciso a condannare l’annessione russa della Crimea, ma vuole comunque uscire dalla Nato. Se nel 2017 voleva portare la Francia fuori dall’Unione europea, ora il suo “piano A” è rinegoziare i trattati europei, ma il “piano B” è ancora l’uscita.


Non è esagerato chiedersi se quello che sembra funzionare per Marsiglia possa funzionare anche per la Francia: più pluralismo, più decentramento, più identità diverse all’interno di una struttura che rimane inequivocabilmente francese.

Prendo un caffè sul quai du Port e leggo un libro che Spitz mi aveva dato a Parigi, il Manifeste de la dernière chance. Sollecita riforme politiche: elezioni di medio termine per fare in modo che il presidente rimanga attento all’elettorato; un nuovo equilibrio tra la camera alta (il senato) e quella bassa (l’assemblea nazionale) del parlamento, in cui il senato diverrebbe l’organo di rappresentanza delle regioni e dei sindaci; l’eliminazione dei départe­ments di livello intermedio per dare più poteri a sindaci e regioni; e regole più severe per impedire che i politici ricoprano diversi incarichi contemporaneamente.

Sono richieste relativamente modeste – meno ambiziose della radicale riforma costituzionale e della sesta repubblica che alcuni vorrebbero – ma è un punto di partenza ragionevole per cambiare l’ordine verticistico ideato da De Gaulle nel mondo totalmente diverso della Normandia dopo la liberazione.

Fondamenta solide

La sera trovo un bar che trasmette il discorso alla nazione di Macron sull’invasione russa dell’Ucraina. Il presidente parla dall’Eliseo davanti alle bandiere dell’Ucraina, dell’Unione europea e della Francia. “Le conseguenze di questi avvenimenti non si sentiranno solo nelle prossime settimane”, dice. “Segnano l’inizio di una nuova era”. Il bar è fermo, tutti guardano la tv. C’è qualcosa di gaullista nella solennità del momento. Il giorno dopo, il 3 marzo, Macron annuncia la sua candidatura per la rielezione con un’austera “lettera al popolo francese”. Un sondaggio mostra un netto aumento dei consensi in suo favore.

Prima di partire mi affaccio sulla riva del Mediterraneo: dopo tutto, questo è un viaggio da una costa all’altra. La plage des Catalans, vicino al vecchio porto, un tempo era facilmente accessibile solo dai vicini quartieri ricchi. Ora, grazie alle nuove linee di tram e di autobus e alle piste ciclabili, è raggiungibile anche dal nord più povero della città. La nuova amministrazione di Marsiglia ha un progetto per espandere ancora di più la mobilità alternativa.

Le isole della baia si stagliano contro il luminoso cielo di marzo. Il Mediterraneo s’infrange freddo e scuro sulla riva. Le famiglie operaie di Marsiglia fanno dei picnic sulla sabbia, ragazzi tatuati giocano a pallavolo e donne con il velo passeggiano sul lungomare. Se arrivaste su questa spiaggia, come De Gaulle che sbarca a Courseulles dopo essere stato lontano per anni, pensereste che la Francia è la società più integrata e serena del mondo. In realtà le cose sono molto diverse. Ma qui, dove la terra incontra il mare, c’è uno scorcio della Francia migliore. Con l’Europa che deve affrontare ancora una volta gli spettri della guerra, anche le questioni interne contano; le fondamenta di una società resiliente che si unisce in tempi di paura e avversità. Spitz aveva ragione: quello che conta di più in queste elezioni è la fiducia. Il compito collettivo della Francia ora è consolidarla, aumentare la coesione, ridurre le divisioni, costruire un paese più solido per affrontare una nuova era di incertezze. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1454 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati