Kristen Egziabher, quarant’anni, era molto nervosa poco prima della pandemia. Aspettava notizie di un possibile aumento. Poi il suo capo è tornato sconsolato dall’incontro con i vertici dell’azienda. “Stavo presentando il tuo caso”, le ha raccontato. “E loro dicevano: ‘Non conosciamo davvero Kristen. Conosciamo solo il suo lavoro’”. Ma come? Certo, il suo lavoro. Cos’altro potrebbe essere rilevante per un aumento di stipendio?

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Quel modo di ragionare era esattamente ciò che aveva sempre irritato Egziabher dell’ufficio dove lavorava come responsabile di progetto per un’azienda alimentare del Texas. La produttività non sembrava giocare un ruolo importante, i suoi colleghi si preoccupavano principalmente delle chiacchiere: cos’hai fatto questo fine settimana? Dove hai preso quella borsa? Egziabher, che è nera, sentiva che i suoi colleghi bianchi guardavano con sospetto chi cercava di entrare nel loro gruppo.

“Che importanza ha tutto questo per il mio stipendio?”, si chiedeva. “A dire la verità, non m’interessa sapere cos’hai fatto lo scorso fine settimana”. Per lei il lavoro a distanza ha rappresentato una tregua. Dopo mesi trascorsi a lavorare da casa Egziabher ha ottenuto una promozione e un aumento dell’11 per cento “Se avessi continuato ad andare in ufficio”, aggiunge, “avrebbero potuto usare la scusa che non ero abbastanza socievole”.

Nel 1939, quando a Racine, nel Wis­consin, fu inaugurato uno dei primi uffici open space degli Stati Uniti, le donne erano meno di un terzo della forza lavoro nazionale. Il design di quel primo open space – non molto diverso da quello di oggi – assecondava le esigenze di un certo tipo di impiegati: quelli che potevano restare fino a tardi perché non dovevano correre a casa a preparare la cena per i figli o quelli contenti di incrociare in corridoio il capo perché potevano parlare di golf. L’ufficio, in altre parole, non è mai stato una taglia unica. Andava bene solo a qualcuno, ma c’era la pretesa che tutti ci potessero stare comodi. Le battute da ufficio, per esempio, per qualcuno potevano essere un piccolo fastidio, ma a molti altri davano la sensazione di essere esclusi dal gruppo.

Gli ultimi due anni sono stati un esperimento imprevisto di un modo diverso di lavorare: circa cinquanta milioni di statunitensi hanno lasciato il proprio ufficio. Prima della pandemia, nel 2019, solo il 4 per cento degli occupati negli Stati Uniti lavorava esclusivamente da casa, mentre a maggio del 2020, secondo l’istituto di sondaggi Gallup, era il 43 per cento. Naturalmente questo significa che negli ultimi due anni la maggior parte dei lavoratori dipendenti ha continuato a lavorare in presenza. Ma tra i colletti bianchi, la differenza è stata netta: prima del covid-19 solo il 6 per cento lavorava esclusivamente da casa, a maggio del 2020 il 65 per cento. “L’unica cosa che ha sempre ostacolato la flessibilità è stata la mancanza di fantasia”, afferma Joan Williams, direttrice del Center for worklife law dell’università della California ad Hastings. “Due anni fa il problema è stato risolto in tre settimane”.

Ma ora alcuni dirigenti stanno spalancando di nuovo le porte degli uffici, incoraggiati dall’allentamento delle restrizioni contro il covid e dalla diminuzione dei contagi. Secondo i dati dell’azienda di sicurezza Kastle, negli Stati Uniti le presenze in ufficio hanno raggiunto un picco del 40 per cento a dicembre del 2021, poi sono diminuite a causa della variante omicron e in seguito hanno cominciato a risalire, raggiungendo il 38 per cento a marzo. Grandi aziende come Goldman Sachs, JPMorgan Chase, American Express, Meta, Microsoft, Ford Motor e Citigroup sono solo alcune di quelle che stanno facendo rientrare una parte dei dipendenti.

La comodità della tuta

Dalle risposte di più di settecento persone a un recente questionario del New York Times sul ritorno in ufficio, e dalle interviste dirette con una trentina di loro, è emerso che sono molti i motivi per cui le persone preferiscono il lavoro da casa, a parte la preoccupazione per il virus: la luce del sole, la comodità di stare in tuta, le ore trascorse con i figli e con i gatti, il maggior tempo a disposizione per leggere e fare attività fisica, la possibilità di nascondere l’angoscia dopo una giornata o un anno da schifo.

Ma la ragione più profonda riguarda la cultura del posto di lavoro.

“Non ha molto senso rientrare in ufficio per tornare al circolo esclusivo delle vecchie conoscenze”, dice Keren Gifford, 37 anni, informatica a Pittsburgh, a cui non è stato ancora chiesto di tornare in sede. “È stato un sollievo non dover andare ogni giorno, ogni settimana, senza mai riuscire a fare amicizia e divertirmi”.

Come lei, molti altri lavoratori si sono resi conto che è come se avessero trascorso tutta la loro vita lavorativa in spazi costruiti per qualcun altro. Prendiamo, per esempio, una cosa semplice come la temperatura. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Climate Change, la maggior parte dei termostati degli edifici segue un modello sviluppato negli anni sessanta che tiene conto, tra gli altri fattori, del tasso metabolico a riposo di un uomo di quarant’anni che pesa settanta chili. Questo significa che prima della pandemia le donne hanno dovuto usare scialli, stufette e coperte in cui potevano avvolgersi “come burritos”.

Qualcuna teneva perfino un paio di guanti senza dita nel cassetto, come Marissa Stein, 37 anni, dipendente di un’ong ambientalista. Da quando ha cominciato a lavorare da remoto, ha potuto impostare la temperatura di casa a venti gradi, un compromesso tra le sue preferenze e quelle di suo marito. “A volte, quando lui è distratto, arrivo di nascosto fino a 21”, confessa.

L’86 per cento degli ispanici e l’81 per cento dei neri che svolgono un lavoro non manuale preferiscono il lavoro ibrido o da remoto

Ma questo è solo un piccolo esempio di come l’ufficio sia stato progettato in base alle esigenze di un tipo molto preciso di lavoratore. E alcune delle aziende che ora tentano di far rientrare il personale stanno facendo i conti con la resistenza di chi ha il coraggio di mettere in discussione lo status quo, cosa difficile per molti. Ci sono le persone non bianche a cui i colleghi non smettono di chiedere come si usa la fotocopiatrice. Gli introversi che non hanno mai voluto parlare del fantacalcio. Persone che correvano a prendere i figli a scuola e avevano la sensazione di non essere mai all’altezza né delle aspettative del capo né di quelle della famiglia.

Youngjoo Cha, sociologa dell’università dell’Indiana, cita due sondaggi secondo i quali dall’inizio della pandemia è diminuita la percentuale di persone convinte che lavorare fino a tardi o essere disponibili oltre l’orario di lavoro sia importante per avere successo. “Abbiamo fatto un esperimento nazionale di telelavoro”, dice Cha. “E le nuove condizioni hanno messo in discussione il concetto di impiegato modello”.

Gli studi condotti nel 2021 su diecimila lavoratori dipendenti dal gruppo di ricerca Future forum suggeriscono che le donne e le persone non bianche considerano vantaggioso il lavoro da remoto più spesso dei colleghi maschi bianchi. Negli Stati Uniti l’86 per cento degli ispanici e l’81 per cento dei neri che svolgono un lavoro non manuale preferiscono il lavoro ibrido (una via di mezzo tra la presenza in ufficio e lo smart working) o da remoto, rispetto al 75 per cento dei colleghi bianchi. A livello mondiale, il 50 per cento delle madri lavoratrici che hanno partecipato alle ricerche ha dichiarato di voler lavorare da remoto per la maggior parte o per tutto il tempo, rispetto al 43 per cento dei padri. Dal maggio 2021 il senso di appartenenza al posto di lavoro è aumentato del 24 per cento tra i lavoratori neri che svolgono mansioni non manuali, rispetto al 5 per cento dei bianchi.

Certo, qualcuno sente la mancanza dei confini tra lavoro e vita privata che esistevano prima del covid-19: “Mio marito a volte torna a casa e accende la tv, e io mi sento come se l’avesse accesa nel mio ufficio!”, racconta Barbara Harris, 49 anni, consulente aziendale in Virginia. Altri, in particolare i dirigenti, sostengono che costruire una cultura aziendale è più difficile online: chi vuole passare una serata a giocare su Zoom? Qualcuno ha scritto al New York Times rimpiangendo le chiacchiere su Dungeons & Dragons, la Nintendo e la Marvel, che rafforzavano i legami con i colleghi, o per dire che lavorando a distanza a volte ci si può sentire soli: “Mi sento un po’ depresso quando mi sveglio alle 8, mi siedo al mio tavolinetto da caffè, davanti al computer, tengo aperto Zoom dalle 9 alle 17, e quando lo spengo mi rendo conto che non ho lasciato il mio piccolo studio per tutto il giorno”, dice Dave Marques, 24 anni, studente e scrittore.

Margeaux Walter, The ​New York Times/Contrasto

I dirigenti che spingono per un ritorno in ufficio devono affrontare quei dipendenti che ormai difendono il loro ritrovato benessere. Prima della pandemia, Karen Gifford, a Pittsburgh, non capiva perché in ufficio non la lasciavano lavorare. C’era un gruppetto di colleghi che, come studenti del liceo, parlavano di Fortnite, di criptovalute e di chi aveva vinto durante l’ultima serata a poker. A lei chiedevano solo della famiglia, come se la sua vita consistesse solo nell’essere madre.

“Si conoscono tutti e fanno battute che capiscono solo loro”, dice. “C’è un forte senso di unità che gli fa dire: ‘Eravamo così uniti, dobbiamo tornare’. Mentre io penso: ‘Dove li avete presi questi bei ricordi?’”. Quando è a casa, Gifford può parlare con i colleghi che sono in ufficio, senza dover ascoltare le chiacchiere che fanno tra loro.

Per Chantalle Couba, 46 anni, consulente a Charlotte, nella Carolina del Nord, lo spettro delle battute in ufficio è aggravato dal divario tra il modo in cui la pandemia è stata vissuta da lei e dai suoi colleghi. Per alcuni di loro gli ultimi due anni sembravano aver significato: “Vorrà dire che mi ritirerò nella mia casa al lago”. Lei, invece, è circondata da persone che non hanno perso i propri cari a causa del virus. Qualche giorno fa ha cominciato la mattinata al telefono con un’amica che stava cercando di decidere se cremare o seppellire sua madre, morta di covid-19. Poi ha dovuto fare una telefonata di lavoro e perdere tempo in convenevoli. Era sollevata di essere a casa, così poteva riattaccare e respirare un po’. L’anno scorso, indagando discretamente sulle donne nere della sua cerchia, ha scoperto che per la maggior parte di loro lasciare l’ufficio era stato un sollievo.

A volte ripensa ai comportamenti dei colleghi e alle piccole aggressioni che doveva affrontare. Una volta era seduta vicino a un uomo che leggeva ad alta voce i curriculum presentati dai candidati per un posto rimasto vuoto e se vedeva che non avevano frequentato università prestigiose li gettava con un gesto teatrale nel cestino della spazzatura. “Ci sono ancora numerosi posti di lavoro in molti settori in cui essere una donna non bianca è un’anomalia”, dice Couba. “Le conversazioni private e le battute ti fanno capire che quello non è il tuo posto. Cosa stanno facendo le aziende per fare in modo che i dirigenti tornino in ufficio mostrando un po’ più d’empatia?”, aggiunge. “Le persone che rientreranno nei prossimi tre mesi non saranno più le stesse di quando se ne sono andate”.

I datori di lavoro sentono i brontolii di frustrazione. L’anno scorso, con una nota che dichiarava la fine della giornata lavorativa dalle 9 alle 17, l’azienda di servizi di cloud computing Salesforce ha lanciato un modello di “successo da qualsiasi luogo”, secondo cui la maggior parte dei dipendenti può scegliere tra lavorare sempre da remoto e una formula flessibile. La Salesforce ha scoperto che quasi la metà del suo personale vorrebbe andare in ufficio solo poche volte al mese. La multinazionale di servizi professionali PricewaterhouseCoopers ha annunciato che circa quarantamila dei suoi dipendenti non saranno obbligati a tornare in ufficio. A febbraio la borsa di Wall street e la Bank of New York Mellon hanno detto ai loro impiegati che avranno più flessibilità di molti colleghi del settore finanziario, saranno i dirigenti a decidere la frequenza con cui dovranno lavorare in presenza.

Sviluppare pregiudizi

Ma i ricercatori temono che molte aziende avranno dei piani di rientro in ufficio che potrebbero penalizzare chi ha bisogno di flessibilità. Per esempio, obbligando i dipendenti a chiedere il permesso al loro capo per lavorare da casa. Oppure ripescando vecchi metodi di valutazione che alimentano pregiudizi nei confronti di chi non può trascorrere molto tempo in ufficio. “È davvero importante che i dirigenti riflettano bene su chi promuovono”, afferma Sheela Subramanian, vicepresidente del Future forum. “Se in ufficio tutti somigliano a loro o si comportano come loro, dovranno ricominciare da capo”.

Sfruttando la carenza di personale, alcuni dipendenti stanno continuando a lavorare da remoto. Secondo il sito per la ricerca di lavoro FlexJobs, circa due terzi dei dipendenti che svolgono le loro mansioni a distanza non vogliono rientrare. Alice Lemmer, 64 anni, che lavorava nel settore dei servizi universitari, si è licenziata a settembre prima del rientro in presenza. Beth Boucher, quarant’anni, che lavora nella sanità pubblica nel New Hampshire, fa parte di un gruppo che raccoglie dati sulla produttività della sua organizzazione, sperando che la direzione si convinca a continuare con il lavoro a distanza. Una risposta data al questionario del New York Times lo dice senza mezzi termini: “Non tornerò in ufficio. Mai”.

Di recente, tornata a San Antonio, Egziabher ha dato due settimane di preavviso per licenziarsi. Ha ricevuto l’offerta di un’azienda con sede in California che le permetterà di lavorare da casa. Gli impegni della sua quasi ventennale carriera oggi le sembrano resti di un passato che non riesce a immaginare di rivivere: tacchi alti, mattina presto, continue offese. Dice una piccola preghiera per ringraziare il lavoro a distanza, che ha permesso un’etica stranamente assente dagli uffici: “Concentriamoci solo sul lavoro”. ◆ bt

Questo articolo è uscito sul numero 1454 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati