Molti di noi, almeno quelli che vivono nelle zone più ricche del mondo, hanno la sensazione di comprare, possedere e buttare troppe cose. Probabilmente ci sentiamo un po’ in colpa per questo. Magari abbiamo provato a fare qualcosa, per esempio rinunciando alle cannucce di plastica, usando una borsa di tela per la spesa o separando diligentemente i rifiuti per permetterne il riciclo. Ma forse siamo anche consapevoli del fatto che questo non basta.

Per soddisfare i suoi desideri, oggi l’umanità usa circa cento miliardi di tonnellate di materiale ogni anno. Più del 90 per cento è materiale vergine estratto in vari modi dalla superficie terrestre. Solo con trenta miliardi di tonnellate fabbrichiamo qualcosa che resta. Il resto è bruciato come combustibile o usato fugacemente e gettato via, e finisce per inquinare il suolo, l’acqua e l’aria, producendo emissioni di gas serra che influiscono sul clima. C’è un’alternativa migliore?

L’idea di un’economia circolare, in cui praticamente si riusa tutto e di fatto i rifiuti non ci sono, esiste già da tempo. Di solito viene liquidata come qualcosa di vago e utopistico, ma ultimamente il tono del dibattito è cambiato. Non solo perché finalmente ci siamo resi conto del nostro impatto sul pianeta e dei problemi che ci sta creando. Ma anche perché abbiamo molte idee e tecnologie per rendere noi stessi e i nostri modelli di consumo meno dannosi, e forse perfino utili. Un sistema più circolare e sostenibile per soddisfare i nostri bisogni materiali è certamente possibile. Ma se vogliamo realizzarlo, dobbiamo rivoluzionare il nostro modo di vivere.

L’attuale economia “lineare” è in realtà un’innovazione relativamente recente. Per la maggior parte della storia umana i bisogni materiali degli esseri umani sono stati soddisfatti da risorse semplici, principalmente naturali: legno, pietra, metalli e altre cose che potevamo raccogliere, scavare o tagliare. Trasformarle in qualcosa di utile richiedeva fatica e sudore, quindi gli oggetti erano fatti per durare e venivano riparati molte volte nel corso della loro vita. Quando alla fine cadevano a pezzi, molti componenti erano riutilizzati o marcivano, alimentando il terreno.

Ma nel corso dell’ultimo secolo la crescita della popolazione, l’aumento della ricchezza e il progresso tecnologico ci hanno portato a usare più cose, e spesso più complesse. Le materie plastiche, sostanze chimiche estratte dal petrolio e saldate insieme a livello molecolare, sono quelle di cui si parla di più. Ma nell’edilizia la pietra e il legno sono stati ampiamente sostituiti dal cemento e dall’acciaio, materiali molto meno facili da riutilizzare o riciclare. I magneti, onnipresenti nei moderni gadget elettronici, sono un esempio meno ovvio: spesso sono fatti con una miscela di elementi rari ed esotici che poi è difficile separare di nuovo.

Molti materiali si degradano lentamente, disperdendo sostanze chimiche inquinanti nelle discariche o finendo negli oceani

Dal momento che questi materiali devono essere estratti e lavorati, richiedono energia, che in genere si ottiene bruciando combustibili fossili. Nei prossimi decenni questo dovrebbe cambiare perché stiamo cercando di sostituire le fonti fossili con le fonti rinnovabili. Ma l’estrazione di materie prime ha ancora un enorme impatto sull’ambiente; e anche solo quella degli idrocarburi necessari per fabbricare la plastica rilascia enormi quantità di metano e altri gas serra. Dobbiamo poi considerare cosa succede ai nostri prodotti al termine della loro vita utile. Molti materiali si degradano lentamente, disperdendo sostanze chimiche inquinanti nelle discariche o formando enormi vortici di rifiuti negli oceani.

Le alternative circolari si basano soprattutto su quattro princìpi chiave: usare meno cose, usarle più a lungo, riciclarle e, quand’è possibile, ottenere prodotti di scarto che rigenerano la natura. Riciclare e riusare di più le cose è il punto di partenza della maggior parte dei tentativi fatti per avviare un’economia circolare. Sono fondamentali due numeri: il tasso di riciclo a fine vita, che indica quanta parte di un prodotto è utilizzata in un altro modo; e il tasso di contenuto riciclato, cioè quanto di un nuovo prodotto è costituito da materiali riciclati.

Più puro è, meglio è

Nel 2017 la Ellen MacArthur foundation, un’organizzazione benefica britannica che promuove l’economia circolare, ha applicato questi criteri all’abbigliamento, un settore che ha un forte impatto. Ha scoperto che circa il 12 per cento delle risorse è recuperato in qualche altro prodotto di valore inferiore, ma solo il 3 per cento delle materie prime – cotone, plastica e altri materiali – è frutto del riciclo. Pochi vestiti nuovi sono realizzati con materiali riciclati. E quando i vestiti sono riciclati, cosa che non succede spesso, di solito è per trasformarli in cose come isolanti o imbottitura per i materassi. Con i vestiti, come con molti altri prodotti, il riciclo è spesso un semplice downcycling, o declassamento.

Avere i dati su ciò che usiamo e su come lo usiamo non è quasi mai facile. Nel 2011 Thomas Graedel, dell’università di Yale, negli Stati Uniti, ha contribuito a produrre quella che resta la migliore stima dei tassi di riciclo dei metalli. “Il nostro metodo è stato quello di riunire una ventina di persone che pensavamo potessero fare una buona stima”, afferma
Graedel. Tra queste c’erano gestori di discariche, tecnici del riciclo ed esperti di materiali, che per tre giorni hanno discusso dei dati e si sono confrontati. “Il risultato probabilmente non può essere migliorato, a meno che non sia emanata una legge che chiede a chi gestisce il riciclo di segnalare i dati, minacciando controlli se non lo fa”, afferma Graedel.

Lo studio di Graedel ha suddiviso la maggior parte dei metalli in due gruppi: quelli con tassi di riciclo piuttosto elevati (superiori al 50 per cento) e quelli con tassi molto bassi (inferiori all’1 per cento). Il primo gruppo comprende il rame, che si trova nei cavi elettrici e nei tubi idraulici, e l’alluminio, usato per fabbricare molte cose, come le lattine per alimenti e bevande. Questi metalli tendono a essere in una forma quasi pura, che facilita la fusione e la trasformazione in nuovi prodotti.

Il secondo gruppo comprende le terre rare, metalli come i lantanidi che sono spesso mescolati per costruire, per esempio, i magneti e i diodi laser dei dispositivi elettronici. Il loro recupero comporterebbe la separazione chimica dei metalli, un processo difficile e che consuma molta energia. Per questo molti sostenitori dell’economia circolare affermano che, se vogliamo porre fine alla cultura dello scarto, dovremo usare materiali più semplici e prevedere processi di riprogettazione, in modo che sia più facile separare i componenti.

Tuttavia, per avere davvero un’economia circolare, bisogna guardare ai flussi di materiali non solo alla fine del loro ciclo di vita, ma durante il loro uso. Questo è l’obiettivo di Marc de Wit, del gruppo non profit olandese Circle economy, che fornisce consulenza alle aziende.

“Ci siamo detti: pensiamo a tutti i materiali che usiamo e cerchiamo di capire dove vanno a finire”, dice De Wit. “Così possiamo farci un’idea di quali sono le leve per il cambiamento”.

Basandosi sul lavoro di ricercatori come Willi Haas, dell’università delle risorse naturali e delle scienze della vita di Vienna, in Austria, e su database internazionali, nel 2020 De Wit e i suoi colleghi hanno prodotto un diagramma che mostra quali materiali impieghiamo , come li lavoriamo e quali esigenze sociali generali contribuiscono a soddisfare. Il loro studio dimostra che ogni anno ne usiamo circa cento miliardi di tonnellate, di cui solo l’8,6 per cento è riciclato. Dall’analisi emerge chiaramente che il principale motore dell’uso di materiali è l’edilizia. De Wit afferma che ora Circle economy sta in parte concentrando i suoi sforzi su questo settore, contribuendo a sviluppare progetti più efficienti.

Jamil Hellu

Una visione più ampia dell’economia circolare richiederà un cambiamento radicale nei comportamenti e nella società. Siamo ancora all’inizio, ma in alcuni posti le cose si cominciano a muovere. Ci sono paesi che stanno approvando leggi coraggiose, che potrebbero dare un grande impulso all’economia circolare, afferma Amelia Kuch, della Ellen MacArthur foundation.

Per esempio la Francia, dove ogni anno erano gettati via nuovi prodotti invenduti per un valore di circa 630 milioni di euro. Nel 2019 Brune Poirson, l’allora ministro dell’ambiente, ha ottenuto l’approvazione di una norma che vieta la distruzione di questa merce. Nessun paese lo aveva ancora fatto. Da allora è stato costruito un ampio quadro legislativo, entrato in vigore nel 2021 e chiamato “legge anti-spreco per un’economia circolare”, che ha l’obiettivo di riciclare tutta la plastica entro il 2025 e di eliminare gradualmente quella monouso entro il 2040. Le bustine per il tè in plastica usa e getta, le posate e altri oggetti di uso quotidiano sono già stati vietati. È stato introdotto anche un “indice di riparabilità”, che assegna ai prodotti un punteggio da uno a dieci in base a quant’è facile ripararli. Dal gennaio 2021, quando si vendono determinati tipi di prodotti, tra cui televisori, lavatrici e smartphone, è obbligatorio comunicare che punteggio hanno.

Forse la parte più coraggiosa della legge riguarda un principio chiamato “responsabilità estesa del produttore”, in base al quale le aziende sono responsabili della gestione delle loro merci quando vengono gettate via. L’obiettivo è incoraggiarle a recuperare i rifiuti. Questo tipo di politica non è nuova, ma finora non era mai diventata legge né era stata completamente applicata, neanche in settori ad alta intensità di materiali come l’edilizia. “Stanno attivando vari passaggi in modo progressivo, ma questo è un enorme cambiamento”, afferma Kuch. “Stiamo assistendo a molti sviluppi come questo, e alcuni paesi stanno diventando ancora più ambiziosi. È davvero elettrizzante”.

Anche l’Unione europea prevede di promuovere l’economia circolare. E il governo britannico ha dichiarato che interverrà contro l’obsolescenza programmata dei prodotti elettronici, per esempio chiedendo alle aziende di rendere disponibili i pezzi di ricambio.

Le imprese sono sempre più coinvolte, afferma Michael Braungart, fondatore dell’Environmental protection encouragement agency (Epea) di Amburgo, in Germania. Nel 2002, insieme all’architetto statunitense William McDonough, Braungart ha pubblicato Cradle to cradle (Dalla culla alla culla), un libro che spiega come progettare i prodotti pensando alla loro “vita futura come prima cosa, non come un imbarazzante aspetto secondario”. In seguito i due ricercatori hanno istituito il Cradle to cradle certification scheme, che aiuta le aziende a fabbricare prodotti per l’economia circolare.

La maggiore attenzione intorno all’economia circolare è dovuta in gran parte al fatto che diventa più chiaro il ritorno economico, afferma Braungart: se le aziende possono realizzare gli stessi prodotti con materiali di scarto più economici al posto di materiali vergini, i profitti aumentano. Il concetto si estende anche a prodotti complessi come le automobili. Di recente la Bmw ha presentato la Bmw i vision circular, un’auto progettata secondo princìpi circolari che può essere costruita con materiali riciclati al 100 per cento. Tra le altre cose, la carrozzeria in metallo dell’auto ha una finitura “spazzolata” piuttosto che verniciata, che evita l’uso di alcuni prodotti chimici e facilita il riciclo.

Le prestazioni

Gli ingranaggi di un’economia più circolare, che usa meno materiali vergini, stanno lentamente cominciando a girare e possono essere accelerati con gli incentivi e gli interventi normativi giusti. Ma c’è un altro cambiamento, molto più fondamentale, che le persone conoscono meno: fabbricare e usare meno cose. Stiamo parlando della cosiddetta economia delle prestazioni, termine introdotto dall’architetto Walter Stahel negli anni novanta per definire un modo di fare le cose per cui la priorità non è produrre sempre più cose, ma semplicemente soddisfare le esigenze della società. Questo spesso significa sostituire la proprietà dei beni con l’affitto o la condivisione.

Braungart la considera una strada da seguire. Immaginate un produttore di moquette, dice, che diventa più simile a una compagnia di “assicurazioni sui pavimenti”. I clienti pagano regolarmente una piccola cifra e le aziende gli affittano i rivestimenti garantendogli la manutenzione. Diventa nell’interesse delle aziende creare prodotti che durino. E se possono farlo con materiali di scarto economici, tanto meglio.

Questo criterio è già applicato dalle società di car sharing, che rappresentano il passaggio dalla vendita di automobili alla vendita di un servizio che soddisfi la necessità di spostarsi. La multinazionale olandese Philips ora vende l’illuminazione a hotel e uffici come servizio in abbonamento. In cambio di un prezzo fisso, l’azienda si assicura che abbiano sempre le lampadine e le ripara quando si rompono. Allo stesso modo, la Michelin “noleggia” pneumatici all’esercito e ad altre organizzazioni con grandi flotte di veicoli, per esempio nel settore dell’aviazione.

Iniziative simili sono prese in molte parti del mondo, anche se su scala ridotta per ora. Nella città portuale di Kalundborg, in Danimarca, c’è la Kalundborg Symbiosis, un distretto di impianti industriali che utilizzano i rifiuti per produrre cose utili. Per esempio, lo scarto di un impasto biologico proveniente da una fabbrica di insulina è trasportato in un impianto vicino che lo converte in fertilizzante e biogas sufficiente ad alimentare seimila abitazioni. A Esholt, nel Regno Unito, la Yorkshire Water applica il principio della circolarità al trattamento delle acque reflue, per esempio convogliandole verso una server farm di computer per raffreddare le macchine evitando di usare i ventilatori elettrici e l’aria condizionata.

Da sapere
Come recuperare le terre rare

◆ Un gruppo di ricercatori ha trovato un metodo per recuperare metalli preziosi dai rifiuti industriali: trattare la spazzatura con lampi di calore elettrico. I prodotti elettronici e altri rifiuti industriali, per esempio, sono ricchi di terre rare, un gruppo di diciassette elementi chimici fondamentale per la fabbricazione di numerosi dispositivi tecnologici. I metodi attuali per recuperare questi metalli sono inefficienti e troppo costosi, e richiedono l’uso di sostanze chimiche inquinanti come l’acido perclorico concentrato. Le terre rare, inoltre, rappresentano un paradosso: da un lato, favoriscono l’uso delle fonti rinnovabili, perché permettono la produzione di pale eoliche e pannelli solari; dall’altro, la loro estrazione causa ogni anno miliardi di dollari di danni ambientali. Il metodo elaborato dal team guidato da James Tour, chimico della Rice university di Houston, negli Stati Uniti, è due volte più efficace delle tecniche in uso e prevede l’impiego di sostanze chimiche meno inquinanti. Molti governi sono interessati a questo tipo di ricerche anche per motivi economici, perché l’estrazione globale delle terre rare è dominata dalla Cina, che riduce l’offerta per far aumentare i prezzi. Science


L’adesione a questo modello implica un enorme spostamento di posti di lavoro dalla produzione alla manutenzione e riparazione, uno sconvolgimento che richiederebbe un’attenta gestione. Questo è forse uno dei motivi per cui le teorie sull’economia delle prestazioni non sono ancora state pienamente abbracciate dai leader politici. Inoltre alcune persone non sono del tutto convinte dal modello. Martin Charter, dell’University for the creative arts di Londra, sottolinea che fornire un “servizio” può sembrare qualcosa di intangibile, ma ha comunque bisogno di materiali: gli uffici, i telefoni e i veicoli necessari, per esempio, per le persone che riparerebbero le lavatrici.

Riparare le cose da soli o magari rivolgersi ai servizi di riparazione locali potrebbe essere un’opzione migliore rispetto al noleggio, afferma Charter, soprattutto quando si tratta di oggetti per la casa, che molte persone vogliono ancora possedere. I Repair café, dove volontari riparano oggetti, sono un’innovazione che punta a soddisfare quest’esigenza. Il primo è stato fondato nel 2007 nei Paesi Bassi dall’appassionata di sostenibilità Martine Postma. In seguito questi centri si sono diffusi in molti paesi, solo nel Regno Unito sono più di cento.

Per quanto sia difficile convincere le persone a modificare i loro comportamenti, non ci sono più dubbi sul fatto che il pianeta ha bisogno del passaggio a un’economia più circolare e che ci vorrà molto di più che passare a sacchetti diversi o rinunciare alle cannucce di plastica. Nel 2019 l’International resource panel delle Nazioni Unite, che monitora l’uso mondiale dei materiali, ha prodotto il suo Global resources outlook, che stima l’impatto del passaggio a un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse.

Lo studio ha confrontato due possibili scenari: uno in cui la tendenza dell’uso dei materiali resta invariata, come nei decenni fino al 2015, e l’altro in cui sono attuate politiche globali per ridurre l’uso di risorse vergini. Nel primo caso, entro il 2060 l’estrazione globale di risorse raddoppierebbe arrivando a circa 190 miliardi di tonnellate all’anno.

E anche le emissioni di anidride carbonica raddoppierebbero, fino a settanta miliardi di tonnellate all’anno. Nello scenario più circolare, invece, l’estrazione globale di risorse resterebbe a 143 miliardi di tonnellate e le emissioni globali di anidride carbonica scenderebbero a poco meno di cinque miliardi di tonnellate. Il rapporto, inoltre, sostiene che in un’economia circolare il tenore di vita delle persone potrebbe continuare a crescere. Forse il circolo vizioso che ha più bisogno di essere spezzato nel nostro cammino verso un futuro sostenibile è l’idea che possiamo essere felici solo usando una quantità di cose sempre maggiore. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati