L’essere umano medio usa una grande quantità di materiali. Ogni anno vengono create più di dieci tonnellate di nuove cose per ogni abitante del pianeta, sotto forma di edifici, beni di consumo, carburante e generi alimentari. La nostra attuale economia lineare, basata sullo schema “estrazione-uso-smaltimento”, ricicla meno del 10 per cento di quel materiale. Fare di più con meno cose e rendere l’economia lineare più circolare, riciclando e riutilizzando è fondamentale per vivere in modo più sostenibile. Ecco come farlo in quattro settori chiave.

L’edilizia

Quello che costruiamo e il modo in cui lo facciamo ha conseguenze enormi sull’ambiente. A livello globale, il settore edilizio rappresenta circa l’11 per cento delle emissioni di gas serra, non solo a causa dell’uso di macchinari pesanti, come gru e strumenti per la perforazione, ma anche a causa del costo, in termini di emissioni, dell’estrazione e della lavorazione di materiali come l’acciaio e il cemento. Quando raggiungono la fine della loro vita, questi materiali generano un’enorme quantità di rifiuti.

Materiali estratti in tutto il mondo, miliardi di tonnellate (fonte: new scientist)

Il modo più efficace per ridurre l’impatto ambientale dell’edilizia è evitare di ricostruire e, dov’è possibile, ristrutturare vecchi edifici. Questo è l’obiettivo di iniziative come il progetto Re:fit, sviluppato nel 2009 dalla Greater London authority, l’ente pubblico che amministra Londra, e ora in fase d’espansione nel resto dell’Inghilterra e nel Galles. A Londra l’obiettivo è migliorare l’efficienza energetica del 40 per cento degli edifici di proprietà del comune entro il 2025. Quando gli edifici devono essere demoliti, dobbiamo abbandonare l’attuale consuetudine di gettare via tutto, comprese le fondamenta in cemento, perché spesso non è necessario, afferma l’ingegnere Rebecca Lunn, dell’università di Strathclyde, nel Regno Unito. E quand’è possibile, quello che viene rimosso deve essere riutilizzato. Di questo si occupa la Madaster foundation, un’organizzazione olandese senza scopo di lucro che ha creato un “passaporto dei materiali”, su cui sono registrati i materiali utilizzati per costruire un edificio. In questo modo è possibile pianificare il loro riutilizzo al termine della sua vita.

L’ideale sarebbe usare materiali da costruzione più sostenibili fin dall’inizio. Il calcestruzzo a basse emissioni di carbonio, i prodotti in legno ad alta tecnologia e perfino le piastrelle per pavimenti isolanti ricavate da funghi sono tra le alternative in fase di sviluppo. L’azienda finlandese Betolar, inoltre, produce mattoni e altri materiali partendo dai rifiuti minerari e forestali, e aggira il problema della composizione variabile di questi rifiuti usando un algoritmo di apprendimento automatico per modificare costantemente la sua ricetta.

Ma c’è un ostacolo importante all’uso di materiali da costruzione sostenibili, spiega Lunn. Le compagnie di assicurazione sono spesso restie a coprire gli edifici costruiti con materiali innovativi, la cui durata a lungo termine non è garantita. Secondo Lunn, si può risolvere il problema installando negli edifici sensori che monitorano i materiali in tempo reale e avvertono in anticipo se è in corso qualche tipo di degrado. “Abbiamo bisogno di un settore delle assicurazioni che accetti un certo livello di rischio”, dice.

Poche persone smaltiscono i loro vecchi telefoni. Nel Regno Unito si stima che 125 milioni di telefoni languiscano nei cassetti

L’abbigliamento

Secondo un rapporto della Ellen MacArthur foundation, tra il 2000 e il 2015 il numero di capi d’abbigliamento prodotti in tutto il mondo è raddoppiato. L’aumento è dovuto a un numero maggiore di persone che indossano più vestiti, ma anche all’ascesa del fast fashion (la moda usa e getta caratterizzata da capi a basso costo e di bassa qualità), che porta a indossare un vestito meno volte prima di gettarlo.

Circa il 73 per cento dei materiali usati finisce per essere spedito in una discarica o incenerito: vuol dire un camion carico di vestiti al secondo. E la loro produzione implica l’uso di molte risorse, dalle fibre artificiali derivate in gran parte dagli idrocarburi, al cotone, la cui coltivazione richiede molta terra, acqua e fertilizzanti. Nel 2015 l’equivalente di 1,2 gigatonnellate di anidride carbonica, più del 2 per cento delle emissioni globali di gas serra, proveniva dalla produzione di fibre e dalla loro trasformazione in capi d’abbigliamento.

Come possiamo rallentare il fast fashion? Un modo è vedere i vestiti non come qualcosa da comprare, ma come un servizio a cui attingere in base alla necessità. Alcuni anni fa la Reima, un’azienda finlandese di abbigliamento per bambini, ha lanciato la Reima kit, un’iniziativa in cui le famiglie restituiscono i vestiti quando sono diventati troppo piccoli. Reima li rivende e i genitori recuperano qualcosa. Anche se il progetto non è più aperto a nuovi abbonati, modelli di noleggio simili stanno nascendo altrove.

Ma anche i vestiti noleggiati alla fine si consumano, e riciclarli non è un gioco da ragazzi. Questo vale in particolare per quelli fatti di cotone. I vecchi indumenti possono essere triturati per fare fili di cotone, che però sono più corti di quelli originali, e questo rende i tessuti riciclati di qualità inferiore. Infinited Fiber, un’azienda con sede vicino a Helsinki, in Finlandia, usa un processo chimico per scomporre le fibre di cotone in una soluzione di cellulosa che può essere cristallizzata e riutilizzata. La catena di negozi d’abbigliamento H&M è uno dei suoi investitori principali, mentre il noto marchio Tommy Hilfiger uno dei suoi clienti. “Secondo i nostri calcoli, così possiamo risparmiare il 20 per cento rispetto al cotone coltivato in modo convenzionale”, afferma Petri Alava, uno dei fondatori dell’azienda. Allargare questo settore, tuttavia, richiederebbe una buona organizzazione per la raccolta dei tessuti usati. Qualcosa comincia a muoversi: nel 2018, per esempio, l’Unione europea ha stabilito che entro il 2025 i suoi stati membri dovranno separare i tessili dagli altri rifiuti. Ma una soluzione a lungo termine potrebbe essere quella di non usare il cotone né materiali derivati dagli idrocarburi, ma polimeri a base biologica prodotti in coltura di microrganismi. L’azienda britannica Spintex, per esempio, ha creato proteine che possono essere ricavate da un gel per ottenere una fibra simile alla seta.

Europa
Chi consuma di più
Consumo pro capite di materie prime, tonnellate (fonte: new scientist)

L’elettronica

Nel 2019 i ricercatori dell’università di Plymouth, nel Regno Unito, hanno sminuzzato uno smartphone in polvere fine con un frullatore. Hanno trovato 33 grammi di ferro, 13 grammi di silicio e una serie di altri elementi rari e costosi, compresi 36 milligrammi di oro. Nel complesso uno smartphone medio contiene più di trenta elementi diversi, dal litio e dal cobalto della batteria alle terre rare dello schermo. Il riciclaggio di questo complesso cocktail richiede lo smistamento manuale dei componenti del telefono, seguito dall’uso di magneti e processi chimici ad alto consumo energetico.

Comunque poche persone si preoccupano di smaltire i loro vecchi telefoni. Nel solo Regno Unito si stima che 125 milioni di telefoni usati languiscano nei cassetti. Inoltre nel mondo si generano quantità sconvolgenti di rifiuti elettronici: i paesi del nord e del sud dell’America, per esempio, nel 2019 hanno prodotto circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, di cui solo il 9 per cento è stato riciclato.

Ci sono diversi modi per fare meglio. La Apple, per esempio, ha creato un robot, chiamato Daisy, che seleziona accuratamente i diversi componenti di un telefono, permettendo di recuperare più metallo rispetto al tradizionale processo di riciclo dei rifiuti elettronici. L’azienda statunitense afferma che il robot può smontare duecento iPhone all’ora.

Da sapere
Crescita costante
Materiali estratti in tutto il mondo, miliardi di tonnellate (fonte: new scientist)

Anche nuove leggi che facciano aumentare la riparabilità dei prodotti potrebbero contribuire a facilitare la sostituzione degli schermi e delle batterie e l’aggiornamento delle memorie dei telefoni. Nel novembre 2021 la Apple, che da sempre non permette ai clienti di armeggiare con i suoi telefoni, ha annunciato un progetto che permetterà di comprare singole componenti dell’iPhone, come batterie, schermi e fotocamere, per ripararsele da soli. Sarebbe anche utile riprogettare i cellulari favorendo una maggiore modularità. Google aveva scelto Phonebloks, un tipo di telefono modulare sviluppato dal designer olandese Dave Hakkens. Lo aveva ribattezzato Project Ara, ma poi lo ha cestinato nel 2016. In seguito sono stati lanciati smartphone leggermente meno modulari che sposano princìpi più circolari, tra cui l’olandese Fairphone, che realizza telefoni con materiali riciclati.

La plastica

Molti oggetti d’uso quotidiano sono realizzati in plastica, un materiale derivato dal petrolio. Se vogliamo costruire un’economia circolare, non sarebbe meglio realizzare cose come i pacchetti per le patatine, le bottiglie o le scatole dei computer con materiali di origine vegetale? Anche il petrolio è un derivato delle piante, ma si tratta di piante vissute centinaia di milioni di anni fa, e questo particolare lo rende una risorsa non rinnovabile. L’argomento a favore dei materiali basati sulle piante che vivono adesso è la possibilità di restituire al suolo in tempi relativamente brevi le molecole organiche, che contribuiscono a far crescere nuove piante e a evitare il flagello dell’inquinamento da microplastiche.

Tuttavia, “molti pensano che questi materiali biodegradabili siano perfetti dal punto di vista ambientale, che spariscano magicamente”, afferma Paola Fabbri, dell’università di Bologna. “Ma non è assolutamente così”. In genere molti materiali etichettati come biodegradabili o compostabili non si decompongono a meno che non siano sottoposti a condizioni di compostaggio industriale, cioè con un alto livello di umidità, temperature fino a 70 gradi centigradi e uno speciale cocktail di microbi. La plastica biodegradabile gettata in discarica può durare ancora a lungo.

Se questi materiali siano davvero rispettosi dell’ambiente dipende dalla fonte da cui derivano, dalla quantità di energia necessaria per lavorarli e dal fatto che siano effettivamente riciclati o finiscano tra i rifiuti. Pochi si rivelano adatti, dice Fabbri: per esempio il biopolietilene, un materiale ricavato da piante come il mais che è chimicamente identico a quello ricavato dal greggio. Nella maggior parte dei casi, invece, le cose sono meno chiare. Nel 2018 Fabbri ha completato uno studio per l’Unione europea durato due anni in cui ha identificato venti materiali promettenti a base biologica, tra cui la nanocellulosa (che può essere usata per materiali come le pellicole antibatteriche) e la lignina (il principale componente molecolare del legno). Diverse aziende producono già oggetti come i vasetti per cosmetici dai rifiuti dell’industria del legno.

L’ideale sarebbe la plastica “infinitamente” riciclabile. Un primo esempio, chiamato Pbtl, è stato creato nel 2020 da Eugene Chen, della Colorado state university. Adatto per imballaggi, parti di automobili e materiali da costruzione, alla fine della sua vita utile può essere riscaldato fino a 100 gradi centigradi in presenza di un catalizzatore e scomposta in nuovi polimeri. Con sistemi efficienti di raccolta dei rifiuti, tutt’altro che scontati, questi materiali sarebbero una soluzione davvero circolare. ◆ bt

Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati