Muhammed ha undici anni e sembra un po’ a disagio a parlare con me. Fino a un attimo prima correva veloce su un morbido tappeto blu tra sacchi da boxe e adulti che si allenavano. Alto e magro, il giovane uiguro con i capelli lucidi e la carnagione olivastra si appoggia al suo allenatore dondolandosi avanti e indietro.

“So fare cento flessioni”, dice Muhammed.

In Turchia gli uiguri sono considerati un popolo fratello e sono sempre stati accolti bene. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato

“Cento! Accidenti, sono tante”, gli rispondo, cercando di spingerlo a parlare di più. Ma lui tace.

“Non è che stai un po’ esagerando?”, gli dico ridendo, in un tentativo quasi disperato di rompere il ghiaccio.

“Una volta ho fatto cento flessioni”. Ora si è offeso e mi guarda con aria di sfida, poi si libera dal suo allenatore e corre dagli amici.

Sono seduta su una panca in una palestra nel quartiere Sefaköy a Istanbul, in Turchia. Dal 2017, quando la Cina ha cominciato quella che le Nazioni Unite definiscono una violenta persecuzione della popolazione musulmana nella provincia dello Xinjiang, più di cinquantamila uiguri si sono stabiliti in Turchia, in gran parte a Sefaköy.

Qui hanno creato una comunità con ristoranti, librerie e caffè in cui s’incontrano e mantengono vive le tradizioni. La palestra appartiene a un centro per giovani uiguri ed è parte integrante della comunità, spiega il suo promotore Samarjan Saidi, che incontro la mattina presto nella sala vuota.

Due ragazzi e il loro istruttore nella palestra del centro per i giovani uiguri di Sefaköy, a Istanbul, agosto 2022 (Marie Ravn)

Non ci sono dati su quanti bambini e giovani uiguri vivono qui senza i loro genitori. Secondo Saidi metà di loro ignora dove siano il padre o la madre: “Molti sono orfani di fatto, perché i loro genitori non possono lasciare lo Xinjiang. L’idea del centro è mettere a disposizione un luogo in cui i giovani possono incontrarsi, stare insieme e aiutarsi”.

Lasciare in ordine

Saidi ha 33 anni, è originario della città di Ürümqi nello Xinjiang e dagli undici ai ventinove anni ha vissuto ad Århus, in Danimarca, dove sua madre ha studiato all’università e poi è diventata ricercatrice. Aveva in programma di tornare in Cina nel 2015, ma già allora avevano cominciato a circolare voci di controlli e arresti di uiguri da parte delle autorità cinesi. Così nel 2018 si è trasferito a Istanbul, dove ha promosso l’apertura del centro per i giovani, ispirato a quelli che aveva visto in Danimarca nei quartieri ad alta concentrazione di immigrati come Vollsmose, Mjølnerparken e Trillegården.

“Avevo esperienza di pugilato perché lo avevo praticato in Danimarca. Ma ho anche lavorato nel sociale ad Århus e ho fatto l’educatore nei centri per giovani”, dice Saidi nella sala, non ancora invasa dalle grida dei bambini e dall’odore di sudore. “C’è ancora molto da fare e tante cose da sistemare”, dice, indicando le pareti vuote del locale. “Vogliamo appendere foto di pugili come Mike Tyson. Ci mancano anche dei guantoni. Penso di chiedere a una palestra di Århus se vogliono donarcene qualcuno. Ho degli amici che verranno a trovarmi e potrebbero portarli”.

Sopra la sala per la boxe c’è ancora un locale che dovrebbe diventare un laboratorio artigianale in cui i giovani potranno costruire i mobili per il centro, spiega Saidi mentre mi fa strada verso una grande terrazza sul tetto. “Potranno fare graffiti alle pareti e forse possiamo farci dare delle piante da mettere qui fuori”.

A circa cinquecento metri dalla palestra, in un edificio che si affaccia su una strada trafficata, si trova il resto del centro per i giovani. Su un lato della grande sala comune c’è una fila di tavoli di fronte a una lavagna, che serve ad aiutare i ragazzi a fare i compiti. Dall’altra parte ci sono divani e mobili in legno intorno a un tavolino con sopra gli avanzi di un pasto da Burger King.

“Hanno spostato i mobili, non sono come li avevo messi io”, sorride Saidi. “Bene, vuol dire che ci tengono a questo posto”. Come la sala per la boxe, anche il resto del centro è ancora in costruzione. In realtà, spiega Saidi, i soldi per comprare mobili e sistemare tutto in tempi brevi ci sono. Ma ha preferito spenderli per comprare degli attrezzi, in modo che i giovani possano costruire il centro da soli. “In questo modo si favorisce l’attaccamento al posto. I ragazzi si rendono conto delle conseguenze se rovinano qualcosa e lasciano in ordine quando se ne vanno. All’inizio si aspettavano che venisse qualcuno a pulire, ma ora hanno capito che tocca a loro”, dice Saidi.

L’obiettivo è creare un’organizzazione sostenibile, in cui i giovani siano responsabili del funzionamento. In questo momento Saidi sta organizzando corsi di formazione alla leadership per alcuni dei frequentatori regolari del centro, in modo che possano occuparsi dell’aiuto nei compiti a casa e poi del laboratorio multimediale, della falegnameria e dei corsi di taekwondo, tutte attività che cominceranno presto. Altre sono già in corso.

Vestiti per Hollywood

In una piccola stanza luminosa una ragazza con eyeliner e labbra rosa sta tenendo un corso di disegno per tredici giovani uiguri. Stanno imparando come si ottengono diverse tonalità di grigio con una matita. In sottofondo, un telefono riproduce canzoni tradizionali uigure che loro canticchiano mentre la ragazza parla.

“Potete usare le matite 2b o 4b ”, dice, prendendo una manciata di matite da una scatola di cartone sul tavolo. “Chi è senza matita? Ce ne dovrebbero essere per tutti. Ma se non le trovate potete anche usare le 5b”, e lancia matite a quelli che non le hanno.

La ragazza si chiama Züleyha Abdul e ha diciott’anni. Come le altre donne del centro porta il velo, ma invece dei vestiti lunghi e larghi delle altre, Abdul indossa un paio di pantaloni neri con una lunga camicia beige e un gilet bianco. Sogna di diventare stilista per le star di Holly­wood, mi spiega mostrandomi una grande cartella con i suoi bozzetti. “Questo abito è per Selena Gomez”, dice sfogliando il portfolio. “E questi sono per Lady Gaga, Lana Del Rey, Beyoncé, Dua Lipa”. Nella comunità uigura non c’è molto interesse per l’arte, dice la ragazza, ed è proprio per stimolarlo che si è iscritta al centro per i giovani.“Quasi tutti i ragazzi sognano di diventare medici o di concentrarsi sulla religione. Ma l’arte rende la vita più variopinta. L’arte è vita”.

Abdul è arrivata a Istanbul nove anni fa, prima che cominciasse l’ondata di repressione nello Xinjiang. Dal 1949, quando la Cina ha annesso la provincia dello Xinjiang, gli uiguri si sono sentiti perseguitati dai cinesi e hanno cercato rifugio in Turchia, dove grazie alla comune origine etnica sono considerati un popolo fratello e sono sempre stati accolti bene.Negli ultimi anni però, man mano che la Cina diventava un’importante partner commerciale per la Turchia, qualcosa è cambiato. Secondo l’ex ministra del commercio turco Ruhsar Pekcan, tra il 2001 e il 2018 gli scambi commerciali tra i due paesi sono passati da 1,1 a 23,6 miliardi di dollari, e la Turchia vuole essere più coinvolta nella cosiddetta nuova via della seta, il progetto intercontinentale di infrastrutture e commercio lanciato dalla Cina.

Questo avvicinamento ha provocato un cambiamento nella retorica del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sul trattamento degli uiguri da parte della Cina. Nel 2015 Erdoğan diceva che le porte erano sempre aperte per il popolo fratello, mentre nel 2019 ha affermato che qualcuno “sfruttava” la questione degli uiguri per rovinare le relazioni tra Cina e Turchia.

I mezzi d’informazione internazionali e le organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di abusi contro gli uiguri in Turchia. Alcuni sono stati arrestati con accuse di terrorismo e deportati in paesi come il Tagikistan, da dove sono stati poi trasferiti in Cina. Ma non è di questo che parlerò con i lavoratori del centro, che deve mantenersi il più possibile neutrale rispetto al governo turco.

Oggi Züleyha Abdul non sa dove sia gran parte della sua famiglia. Dopo il 2017 li ha persi di vista perché, come molti altri uiguri nello Xinjiang, la sua famiglia ha tagliato tutti i contatti con i parenti all’estero. Ma Züleyha non smette mai di pensarci: “Faccio un sogno ricorrente in cui vado a trovarli. Mi vedo dall’alto, sono tutti molto nervosi e dicono che non devo uscire perché la polizia ci sta sorvegliando. Nei sogni scappo sempre da qualcosa o da qualcuno”.

“È un incubo ricorrente per tanti uiguri all’estero”, racconta Samarjan Saidi. È un ingegnere civile, ma negli ultimi anni ha lavorato con diverse organizzazioni per i diritti umani, raccogliendo testimonianze dirette. Lui e i suoi colleghi hanno parlato con 1.500 uiguri in Turchia, e molti di loro raccontano incubi in cui stanno fuggendo da qualcosa.

Secondo le Nazioni Unite ci sono più di un milione di uiguri nei campi di detenzione cinesi. Li arrestano per una barba lunga, perché leggono il Corano, per una preghiera o per aver parlato con i loro familiari all’estero.

Due ragazzi si allenano nella palestra del centro per i giovani uiguri di Sefaköy, a Istanbul, agosto 2022 (Marie Ravn)

Il governo cinese e il presidente Xi Jinping hanno respinto le critiche sui campi, sostenendo che si tratta di istituti di formazione in cui gli uiguri imparano un lavoro manuale. Questa è la spiegazione ufficiale delle autorità cinesi, secondo cui i campi servono anche a risolvere il problema dell’estremismo religioso e del terrorismo, diffuso nella popolazione musulmana.

Qualcuno che ascolti

Le persecuzioni si spingono ben oltre i confini della Cina. In Turchia come in altri paesi, i profughi uiguri riferiscono di telefonate dalle ambasciate cinesi che gli intimano di non parlare con i giornalisti e di non manifestare contro il governo cinese, altrimenti i loro familiari saranno puniti.

Per questo motivo una giovane donna, che chiameremo Aishe, vuole mantenere l’anonimato. Suo padre e tre fratelli sono nello Xinjiang e, dato che il padre è già stato una volta nei campi di detenzione, vuole proteggerlo. “Mio padre è sorvegliato in continuazione e non può andare da nessuna parte senza il permesso della polizia cinese. Sei dei suoi fratelli sono ancora nei campi, mentre altri due sono morti durante la prigionia”, racconta.

Mentre parliamo mi mostra il futuro spazio multimediale del centro, con mobili ancora da finire e attrezzi dappertutto. “I ragazzi e le ragazze hanno appena dipinto le pareti di verde. Probabilmente sarà pronto tra un mese. Lo useremo per fare video o cose simili”, dice Aishe.

Aishe è iscritta alla facoltà di studi islamici in una delle università di Istanbul, ma sta pensando di diventare giornalista. È contenta che il centro favorisca l’uso di attrezzature video e lo studio dei mezzi d’informazione. “Questo posto è importante per noi. All’università ci sono molti stranieri, ma gli uiguri sono pochi, e qualche volta hai bisogno di qualcuno che capisca davvero cosa stiamo passando. Molti sono pronti ad ascoltare, ma non capiscono cosa proviamo davvero. Qui mi sento parte di una comunità”.

Qualche tempo fa Aishe ha trovato sua sorella sul social network Douyin, la versione cinese di TikTok, e si è messa in contatto con lei. Si scrivono messaggi nella sezione dei commenti, e la sorella fa sempre attenzione a cancellarli.

Mentre Aishe cerca di non attirare l’attenzione, altri giovani uiguri non vogliono farsi intimidire dal governo cinese. È il caso di Malike Mahmut, che ha 24 anni ed è felice di parlare con me quando le do un colpetto sulla spalla durante la lezione di disegno. “Quando ho saputo che tre persone della mia famiglia erano state prese dalle autorità cinesi, mi sono unita alla rete di attivisti e ai loro progetti. Mi sono resa conto di quanto sia importante la partecipazione”.

Mahmut tira fuori il telefono e mi mostra le foto di una giovane donna in pantaloni rossi con i capelli neri sciolti e di un uomo in giacca e cravatta. Sono i suoi zii nei campi di detenzione, dice. “Lei aveva un salone di bellezza e lui era scrittore e traduttore. Non partecipavano a nessuna attività religiosa. Avevano pensato di trasferirsi in Kazakistan, ma poi avevano deciso di restare perché non credevano di essere in pericolo. Penso spesso a loro, è dura. Cerco di non leggere le notizie tutti i giorni, preferisco essere forte e combattere per la causa degli uiguri”. Una parte del suo lavoro si svolge al centro per i giovani, anche se non è mai stato concepito come un luogo di attivismo, dice Saidi. “Questo posto non deve ricordare ai ragazzi e alle ragazze cosa sta succedendo alle loro famiglie, non vogliamo trasformarli in attivisti. Ma per gli uiguri è difficile separare la vita sociale dall’impegno”. Tutti conoscono qualcuno che è in prigione, scomparso o morto in seguito alle persecuzioni cinesi, per questo i giovani sono indignati e pronti a battersi per la giustizia.

Il centro è di per sé anche un progetto di attivismo, anche se Saidi non usa questa parola. Ma secondo lui è chiaro che agli occhi delle autorità cinesi fa un lavoro politico. “Mio padre, mio fratello e mia sorella finirebbero nei guai se cercassi di contattarli, anche perché sto portando avanti questa attività”, mi dice sulla terrazza sopra la palestra. Gli chiedo se non ha paura delle conseguenze per la sua famiglia nello Xinjiang. “Certo che ho paura che gli succeda qualcosa. Ma laggiù sono già in tanti in prigione e i cinesi continuano ad arrestarci comunque. Non c’è modo di evitarlo”.

Canti e flessioni

Quella sera, in palestra, l’allenatore raduna Muhammed e gli altri bambini sul tappeto blu. In realtà il club di boxe è pensato per ragazzi sopra i quindici anni, ma il ramadan ha imposto la sospensione degli allenamenti e ora bisogna richiamare tutti di nuovo. Vedendo quanti ragazzini come Muhammed si sono presentati oggi è evidente che serve anche un’iniziativa per i più giovani, riflette Saidi ad alta voce.

L’allenatore non sembra infastidito che anche i più piccoli si siano presentati all’allenamento. Li fa correre in cerchio prima di chiedergli di indossare i guantoni da boxe e schierarsi di fronte a due a due. Alcuni ragazzi scherzano picchiandosi piano sui guantoni. Muhammed si mette davanti a un sacco da boxe più alto di lui e lo prende a pugni. I colpi risuonano nella sala.

A metà dell’allenamento si sente l’invito alla preghiera da una vicina moschea. La maggior parte dei ragazzi si mette in fila dietro un anziano con la barba lunga. Mentre pregano, un bambino paffuto con una maglietta verde si arrampica su uno dei grandi cuscini con i piedi a penzoloni e imita il muezzin: “Allaaaaaaahuakbar (Allah è il più grande)”.

Finita la preghiera, i ragazzi si rimettono uno di fronte all’altro. L’allenatore si porta un fischietto alle labbra. Ogni volta che fischia devono fare dieci flessioni sulle braccia. Fischio. Flessioni. Fischio. Flessioni. Fischio. Flessioni.

Quasi tutti i ragazzi faticano a fare l’esercizio, ma non Muhammed. Dopo ogni fischio, finisce prima di tutti gli altri. Dieci flessioni non sono niente per lui. Riesce a farne cento.◆fc, pb

Da sapere
Diritti umani violati

◆ Gli uiguri sono la minoranza turcofona di religione musulmana che abita lo Xinjiang, la più occidentale tra le regioni cinesi. A più di tremila chilometri da Pechino, è un territorio desertico ricco di risorse naturali, storicamente conteso tra popolazioni nomadi e sedentarie. Quando fu occupato dalla Repubblica popolare cinese nel 1949, gli han, l’etnia dominante in Cina, non erano neanche il 7 per cento della popolazione. Oggi sono più del 40 per cento. Un recente rapporto delle Nazioni Unite accusa la Cina di “importanti violazioni dei diritti umani” e afferma che la detenzione “arbitraria e discriminatoria” delle minoranze musulmane potrebbe costituire un crimine contro l’umanità. La diaspora uigura conta tra un milione e un milione e mezzo di persone. In circa 60mila hanno scelto di emigrare in Turchia.


Questo articolo è uscito sul numero 1480 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati