In inverno e in primavera Mohamed Ben Ammar Ben Ammar lascia spesso liberi i suoi cammelli nel deserto fuori del villaggio di Rjim Maatoug, vicino al confine occidentale della Tunisia. Non li segue. Conoscono la strada. Fanno il pieno di arbusti tipici del deserto in grado di crescere su terreni salati, come il limoniastro cespuglioso, il traganum e l’efedra, e tornano sempre prima del tramonto.

Una volta Ben Ammar, 78 anni, dava un nome a ogni animale per identificare i suoi in una mandria formata da cammelli di vari proprietari. “Quando chiamo la mia cammella, lei viene”, mi ha detto una volta che sono andata a trovarlo. Questo però succedeva prima che il governo cominciasse a fornirgli del foraggio, all’inizio in modo gratuito, all’interno di un progetto per trasformare le dune sabbiose in un’oasi verde.

Anche se in passato c’erano persone che già vivevano in questo posto stretto tra le dune di sabbia del Grande Erg orientale e lo Chott el Djerid, un vasto lago salato ormai asciutto, Rjim Maatoug non è mai stato un vero centro abitato fin quasi il 1980, quando il governo tunisino ci costruì una scuola, un commissariato di polizia e una sede locale del partito al potere. Cominciò anche i lavori per creare una piantagione di palme, oggi grande più di 2.400 ettari. Il progetto fu inaugurato dal ministero della difesa, segno di uno sforzo nella lotta alla desertificazione compiuto attraverso la creazione di una barriera verde tra le sabbie e il moderno stato tunisino in espansione.

Secondo alcune stime circa il 70 per cento delle zone aride del pianeta è minacciato dalla desertificazione, che avviene quando nei climi asciutti i terreni diventano improduttivi. Si sostiene che da queste parti il deserto si espanda, che le terre siano “danneggiate” e abbiano bisogno di aiuto. Questi timori hanno giustificato l’adozione di politiche contro l’“avanzata” della sabbia, che consistono spesso nel piantare specie non autoctone, nel costringere le famiglie nomadi a stabilirsi in un posto e nel rinchiudere le comunità all’interno di muraglie fatte di alberi e piante. Governi, multinazionali e altre organizzazioni sostengono da tempo campagne di rimboschimento per combattere la crisi climatica, aumentando la superficie del pianeta coperta da foreste. Gli alberi dovrebbero eliminare l’anidride carbonica dall’atmosfera e contrastare problemi locali come l’erosione e le tempeste di sabbia. Molti si vantano di aver piantato miliardi di semi e alberelli.

Equilibri variabili

Alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del novembre 2021 (Cop26), i leader di 141 paesi hanno ribadito la volontà di rispettare la convenzione dell’Onu contro la desertificazione. All’inizio dell’anno scorso era stata concessa una nuova serie di finanziamenti alla grande muraglia verde, un progetto per creare un cordone di alberi e piante largo quindici chilometri e lungo ottomila attraverso il continente africano, dal Senegal a Gibuti. L’obiettivo è sequestrare circa 275 milioni di tonnellate di carbonio entro il 2030. L’imprenditore statunitense Jeff Bezos ha promesso un miliardo di dollari.

Una nuova generazione di ricercatori, però, sostiene che alcune vecchie idee sulla desertificazione siano sbagliate, che non tengano conto delle sfide che le zone aride devono affrontare a causa dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale. Fanno notare che le soluzioni adottate più spesso nei climi secchi, come le pluriennali campagne di piantumazione di alberi o i progetti di agricoltura intensiva, molte volte sono incompatibili con gli ecosistemi e le economie locali. “Sono scettico sui benefici dei programmi di forestazione su vasta scala, soprattutto nelle zone aride in cui vivono comunità di pastori”, dichiara Ian Scoones, dell’istituto di studi sullo sviluppo dell’università del Sussex, nel Regno Unito. “Non parliamo di aree ‘vuote’ o ‘inutilizzate’ che vanno ‘recuperate’”.

Uno dei problemi, spiega Diana Davis, una storica dell’università della California a Davis, negli Stati Uniti, è che “non esiste una definizione condivisa di desertificazione”. Davis descrive l’evoluzione di quello che chiama “centrismo arboreo”, la centralità degli alberi. “Ci sono parti del mondo che sono state disboscate e che sono davvero degradate”, dice. “E poi ce ne sono altre dove gli ecosistemi vivono in equilibrio e armonia anche senza alberi”.

Oggi i progetti di rimboschimento sono stati favoriti dai mercati delle emissioni, dove le aziende e i governi che inquinano vanno a comprare crediti “verdi” per bilanciare la loro impronta ecologica. Aziende energetiche come la Shell e la Total si sono impegnate a piantare foreste. Ma ci sono seri dubbi sul fatto che l’inquinamento stia diminuendo quanto dichiarano gli inquinatori: a volte, le foreste “protette” non erano mai state a rischio e in altri casi non esistevano affatto. Secondo alcuni studi e inchieste, una buona parte di queste compensazioni di carbonio probabilmente non avrà un effetto concreto sulle emissioni di gas serra. Alcuni scienziati stimano che l’aumento massimo di vegetazione che la Terra può sostenere servirebbe a sequestrare una quantità di carbonio sufficiente a compensare appena un decennio di emissioni, considerando i limiti legati alla luce, all’acqua e ai nutrienti necessari alle piante per crescere. Nel frattempo, le aziende e i governi continuano a inquinare.

“Quando si associano il centrismo arboreo e il racconto della crisi climatica”, continua Davis, “agli occhi delle aziende e delle multinazionali il primo diventa la soluzione perfetta e più rapida. E allora dicono: ‘Bene, finanzieremo un altro programma di rimboschimento’… Anche dove prima non c’erano foreste”.

Contrastare una minaccia

La rappresentazione del deserto come minaccia che avanza e sovrasta i campi fertili deriva dalla politica forestale adottata dai coloni francesi nell’ottocento, che servì a giustificare l’occupazione delle terre in nome della conservazione. I deserti erano presentati come zone un tempo rigogliose che avevano bisogno di “riforestazione”. I funzionari coloniali insistevano sul piantare alberi per espandere la “copertura boschiva” fino a un livello ritenuto sufficiente per considerare “civilizzata” la nazione. I coloni abbracciarono l’idea che deserto e siccità fossero una specie di punizione divina. Piantare alberi era considerato un modo per attirare le piogge.

Louis Lavauden, uno zoologo francese che visse in Tunisia, fu il primo a usare il termine “desertificazione”, nel 1927. Secondo lui era “esclusivamente opera degli esseri umani” e diede la colpa ai nomadi, con le loro pecore, mucche e cammelli che sfruttavano eccessivamente i pascoli. L’argomento serviva a legittimare la politica francese di sedentarizzazione, che spazzava via le vecchie usanze dei pastori nomadi per costringerli a vivere nelle città e nei villaggi, come si addiceva a uno stato moderno.

Quello che oggi conosciamo come deserto del Sahara in realtà ha cambiato forma nel corso del tempo, in maniera lenta ma radicale, man mano che la placca tettonica africana si spostava dalle zone equatoriali verso climi più asciutti. Undicimila anni fa il Sahara era umido e punteggiato di laghi e fiumi. I cacciatori-raccoglitori che diecimila anni fa vivevano nel sud della Libia mangiavano soprattutto tilapia e pesci gatto. Le incisioni rupestri di seimila-ottomila anni fa trovate sulle montagne del Niger raffigurano animali della savana: giraffe, leoni, struzzi. Un tempo c’erano piante che crescevano rigogliose per centinaia di chilometri nel deserto.

“Il paesaggio era simile alla savana: prateria mista a boscaglia”, spiega Martin Williams, professore emerito di scienze della terra dell’università di Adelaide, in Australia, e autore del libro When the Sahara was green (Princeton university press 2021). “Era com’è oggi l’Africa orientale”.

Durante la colonizzazione, l’interpretazione dominante delle caratteristiche geologiche e climatiche della regione si basava spesso sulla lettura, sbagliata, dei resoconti degli antichi romani, di tempi in cui il Sahara era relativamente umido. Condizionati dal razzismo, gli amministratori e i naturalisti francesi descrissero la trasformazione dell’area da rigogliosa a secca come un degrado ambientale causato dagli esseri umani. “Lo spirito distruttivo che caratterizza gli arabi basta a spiegare la presenza del deserto”, scrisse Lavauden nel 1927. “La stessa Francia, così florida, diventerebbe un deserto se finisse nelle mani degli arabi”, scriveva Auguste Warnier, giornalista e politico francese che trascorse buona parte della vita in Algeria. L’antica fertilità del Nordafrica e il suo “declino” per colpa degli arabi, scrive Davis, sono stati usati per giustificare il mito della Francia come “erede di Roma”.

I coloni abbracciarono l’idea che deserto e siccità fossero una punizione divina

Nell’amministrazione coloniale francese si fecero avanti proposte stravaganti per rinverdire il Sahara. Un geografo militare di nome François Élie Roudaire pensava di aver trovato nelle saline del deserto algerino i resti del leggendario lago Tritonide, citato da Erodoto. Presentò un piano per scavare un canale e portare l’acqua del mare dal golfo di Gabès. Così facendo la regione sarebbe diventata più umida e si sarebbero aperte altre rotte commerciali verso sud. “Apriremo nuove opportunità per l’Europa, diffonderemo la civiltà, daremo lavoro agli indigeni, coniugheremo tutti gli interessi e faremo tutti felici”, scriveva in una lettera a Ferdinand de Lesseps, il costruttore del canale di Suez. I laghi salati “torneranno a essere fiumi, come lo sono certamente stati, e potranno rendere fertili le vaste distese di terra desertica lungo le loro sponde”.

La proposta fu respinta dal governo francese, ma le teorie colonialiste diventarono leggi che criminalizzavano alcuni modi di vivere locali e che furono usate per espropriare le terre dei pastori a vantaggio dei coloni europei. Sotto il dominio francese l’Algeria fu all’avanguardia nella costruzione di “dighe verdi” contro il deserto. Una legge del 1903 fissava al 30 per cento il tasso di copertura boschiva “appropriato e normale” (oggi è il 13 per cento).

Queste politiche furono adottate anche dai britannici, molti dei quali alla fine dell’ottocento studiarono alla scuola francese di silvicoltura di Nancy e promossero in tutto l’impero iniziative per “rigenerare” paesaggi considerati deteriorati e improduttivi.

L’ostilità nei confronti dei deserti è continuata ben oltre la fine dell’ottocento e nel corso dei decenni è stata trasmessa ai governi africani indipendenti così come alle grandi aziende e alle Nazioni Unite. Nel tentativo di controllare il deserto e i nomadi, il governo dell’Algeria indipendente portò avanti la costruzione delle dighe verdi. Uno di questi progetti, lanciato negli anni settanta, avrebbe dovuto coprire un’area grande più di 1.600 chilometri, ma la maggior parte degli alberi è morta.

Dromedari a El Faouar, gennaio 2022 (KS)

Nell’India di oggi il governo si vanta dei suoi progetti di rimboschimento come strumento per compensare la deforestazione causata dalla costruzione di miniere di carbone, autostrade e altre infrastrutture. Tuttavia, certe volte queste foreste artificiali sono lasciate morire o non esistono affatto. Invece i tentativi di rinverdire il deserto del Thar (un’altra regione nel nordest dell’India considerata improduttiva) hanno fornito alle locuste la vegetazione necessaria per raggiungere aree prima inaccessibili, danneggiato le specie arboree e vegetali che si erano adattate alla regione, e hanno minacciato i mezzi di sostentamento dei pastori locali. Come afferma un ricercatore indiano: “Piantare alberi nei deserti è dannoso quanto tagliarli nella foresta pluviale, perché si stravolge l’ecosistema”.

Il governo coloniale britannico cominciò a piantare alberi in Palestina dopo la prima guerra mondiale, proprio come facevano i gruppi sionisti che compravano le terre. Oggi uno di questi gruppi, il Fondo nazionale ebraico, sostiene che la foresta di Yatir, creata dal fondo, argini il deserto e serva a combattere la crisi climatica. Gli ecologisti, però, criticano il progetto perché ha soppiantato la flora e la fauna del deserto, facendo diventare l’ambiente più caldo, invece di rinfrescarlo. Ancora oggi, nel deserto del Negev, sono in corso degli interventi simili, che hanno costretto le popolazioni beduine a un reinsediamento forzato. La Cina, che per circa il 20 per cento è desertica, ha una sua grande muraglia verde, i cui lavori furono avviati nel deserto del Gobi nel 1978. Spesso, però, gli alberi piantati assorbono le preziose acque sotterranee, uccidendo le specie locali e causando un impoverimento del terreno. Senza cure, questi alberi finiscono per morire perché non si trovano in un ambiente adatto al loro sviluppo.

Piante troppo assetate

Anche l’iniziativa della grande muraglia verde nel Sahara, dal 2007 a oggi, non ha dato sempre buoni risultati. In Senegal gli allevatori hanno perso i pascoli per fare spazio ad aree dove sono stati piantati molti alberi, di cui solo la metà è sopravvissuta. Alcuni interventi prevedevano di piantare l’eucalipto, un albero che cresce rapidamente, ma ha bisogno di molta acqua e sottrae nutrienti al terreno, mentre produce un acido che riduce la biodiversità nell’area circostante. In totale, a due terzi della durata stimata del progetto, è stato raggiunto solo il 15 per cento dell’obiettivo di partenza. La prospettiva di contenere il deserto è stata di recente accantonata, favorendo un mosaico di piccoli progetti di sviluppo rurale, per esempio lasciare che gli alberelli crescano tra le coltivazioni invece di creare monocolture di alberi. Però le voci dei pastori non sono ascoltate. “Alla Cop26 questi miti, contestati da tempo, erano ancora molto forti”, spiega Scoones. “Sono usati per giustificare iniziative su vasta scala, con soluzioni ispirate alla natura. Ma senza coinvolgere i pastori e gli agricoltori delle zone aride, queste iniziative sono destinate a fallire, com’è già successo in passato”.

Ben Ammar, gli anziani del villaggio e i cammellieri sanno che i terreni intorno a Rjim Maatoug sono da sempre ricchi di foraggio. Quando pioveva, arrivavano pastori con il loro bestiame da altre zone desertiche della Tunisia e dell’Algeria per pascolare. Dall’inizio del novecento i coloni francesi si misero a piantare monocolture di palme da datteri della varietà déglet nour in tutto il sudovest della Tunisia per esportare i frutti in Europa. Alle famiglie nomadi furono assegnati appezzamenti di terreno per farle stabilire lì.

Lungo la strada che porta da Tozeur a Nefta, gennaio 2022 (KS)

“I francesi erano molto severi”, racconta Hamza Hammadi, dell’Istituto tunisino delle regioni aride. Il nonno di Hammadi, che all’epoca viveva nell’oasi di Jemna, ricevette quaranta palme: “Mi raccontava del colonnello che faceva i sopralluoghi e che mandava in prigione chi non estirpava le piante infestanti”. Nel tentativo di mantenere una popolazione stanziale, i soldati controllavano quanta acqua veniva usata e confiscavano la terra se scoprivano che il proprietario non ne usava abbastanza.

Dopo l’indipendenza della Tunisia nel 1956, il presidente Habib Bourguiba portò avanti la stessa politica: voleva eliminare il tribalismo e il nomadismo per far posto a una dittatura moderna. In meno di vent’anni, dal 1966 al 1984, il numero di famiglie nomadi nel sud della Tunisia passò da quasi tremila a duecento. Allo stesso tempo il sud del paese fu lasciato a disposizione delle aziende petrolifere; furono costruiti molti villaggi e create piantagioni intorno alle fonti scoperte per caso durante le ricerche di petrolio.

Abd el Majid Abess, direttore dell’ufficio regionale della direzione generale delle foreste, mi dice che nel sudovest l’obiettivo iniziale era piantare alberi per proteggere le nuove città: se lo stato intendeva costruire villaggi e popolarli, doveva fare qualcosa per impedire che le nuove infrastrutture fossero sepolte dalla sabbia. Quando lo incontro a Kébili, una delle oasi più antiche della Tunisia, non lontano da Rjim Maatoug, è chiaramente esasperato dai tentativi di arginare la sabbia. “Non è il deserto che avanza”, dice, “siamo noi che siamo venuti a metterci in mezzo!”. Di recente, continua, il governatore della regione ha stanziato quattrocentomila dinari (125mila euro) per rimuovere tre cumuli di sabbia in tre villaggi, e vederli ricrescere subito dopo.

Un dinaro simbolico

Per imporre una cultura sedentaria, le terre che erano state usate collettivamente per generazioni furono lottizzate e privatizzate. Furono istituiti consigli di amministrazione dei terreni per supervisionare il processo, ma ancora oggi ci sono conflitti sull’uso e la proprietà della terra tra famiglie, villaggi e tribù.

A Rjim Maatoug lo stato pagò alla tribù dei Ghrib un dinaro simbolico – praticamente niente – per ogni ettaro da convertire in piantagioni di palme da dattero. Ogni appartenente alla tribù ricevette un ettaro di terra e cento palme. “All’epoca non ne avevamo bisogno”, dice Ben Ammar parlando dei terreni. Il denaro raccolto fu usato per costruire la moschea del villaggio.

Rendere i nomadi sedentari e fermare l’avanzata del deserto non erano gli unici obiettivi del progetto Rjim Maatoug. “Bourguiba voleva creare dei confini tra le persone. Se scavi un pozzo, fai un villaggio”, dice Fathi Ben Haj Yahia, uno scrittore e dissidente che fu incarcerato sotto Bourguiba per le sue attività in un sindacato studentesco di sinistra. Altri compagni di Ben Haj Yahia furono imprigionati a Rjim Maatoug negli anni sessanta e settanta. A quei tempi la situazione politica nella vicina Libia stava peggiorando e Bourguiba si sentiva vulnerabile. I confini dovevano essere protetti e le persone dovevano avere un motivo per essere leali. Gli abitanti “furono selezionati per essere gli occhi dello stato e collaborare con la polizia e l’esercito”, racconta Ben Haj Yahia. Ben Ammar si definisce “un bourguibista oggi, domani e dopodomani”. Chi voleva risiedere a Rjim Maatoug doveva prendere la tessera del partito al potere. I detenuti della prigione furono messi a piantare palme e a costruire case.

La megapiantagione del villaggio è stata realizzata grazie a milioni di euro di finanziamenti europei. Negli anni novanta i governi europei, in particolare l’Italia, cominciarono a preoccuparsi dei migranti nordafricani che attraversavano il mar Mediterraneo per sbarcare sulle coste dei loro paesi. Nel 2002 l’Italia approvò una legge che vincolava gli aiuti allo sviluppo (per progetti come le piantagioni di palme da dattero) alla cooperazione per la prevenzione dell’immigrazione irregolare.

L’Italia finanzia ancora oggi progetti per lo sviluppo sostenibile nell’area di Rjim Maatoug. Dal 2015 l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) ha dato due milioni di euro a Rjim Maatoug per le infrastrutture urbane e il microcredito. L’obiettivo di questi aiuti è sì “fermare le migrazioni irregolari verso l’Europa, ma sostenendo le attività economiche nell’area per fare in modo che le persone non se ne vadano”, dichiara Remo Zulli, assistente tecnico dell’Aics. Zulli dice di non essere certo dell’efficacia di questo metodo, aggiungendo che le migrazioni sono inevitabili perché le siccità e il caldo aumentano. “Le persone abbandonano le aree rurali perché ci sono pochi modi per essere resilienti di fronte ai cambiamenti climatici”, dice. “L’agricoltura è un settore molto vulnerabile”.

Terre che erano state usate collettivamente per generazioni furono privatizzate

Habib Ayeb, geografo e fondatore dell’Osservatorio tunisino sulla sovranità alimentare e l’ambiente, mi spiega che oggi, decenni dopo l’inizio dei lavori alla piantagione, ironicamente sono proprio le palme da dattero, che richiedono cure intensive ed estese, tra le principali cause dell’impoverimento del suolo. I nuovi villaggi per i nomadi sono stati costruiti nella steppa, la zona arida che precede le dune di sabbia, dove gli animali da pascolo hanno sempre svolto un ruolo essenziale nell’ecosistema.

“La steppa è meravigliosa”, spiega Ayeb. “La struttura del terreno è una superficie rocciosa, in cui crescono piccole piante che mantengono stabile il suolo e nutrono gli animali. Ma gli animali non mangiano le radici di questa vegetazione”. Lo sfruttamento eccessivo è un problema solo quando troppi animali pascolano nella stessa area, precisa.

Inoltre, l’afflusso di persone ha fatto sì che la vegetazione, importante per stabilizzare le sabbie desertiche intorno al villaggio, fosse tagliata per ricavarne carbone. Le fattorie che hanno l’irrigazione artificiale e le piantagioni di palme da dattero usano molta acqua, distruggendo le oasi naturali.

Uno dei progetti italiani incoraggia l’uso di microirrigatori e l’irrigazione a goccia per risparmiare acqua, ma questo può comportare che le radici delle palme rimangano in superficie e che gli alberi precari nel tempo cadano. Per Zulli “è troppo presto per dire” quanto sia efficace questo metodo. Secondo Ayeb, i progetti di piantagione intensiva hanno un effetto contrario agli obiettivi che si prefiggono: “Voler rendere verde il deserto equivale alla desertificazione”.

Un edificio invaso dalla sabbia a Nouail, vicino al lago salato Chott el Djerid, gennaio 2022 (KS)

Se ben gestita, la piantumazione di alberi nei luoghi aridi può dare benefici ambientali ed economici. Nelle oasi tunisine, l’introduzione di alcune specie arboree, come i fichi, accanto alle palme o alle piante basse come ortaggi o foraggio per cammelli, può proteggere il suolo e creare un microclima umido che aumenta la resilienza locale contro la crisi climatica. “La chiave è avere l’albero giusto al posto giusto, al momento giusto e con la politica giusta”, osserva Camilla Toulmin, dell’Istituto internazionale per l’ambiente e lo sviluppo. Piantare alberi è un’azione ben visibile e quindi utile ai governi e alle organizzazioni che cercano di mostrarsi attenti all’ambiente, ma la rigenerazione naturale – come “la gestione non intensiva del bestiame e la potatura selettiva” – può dare risultati migliori. “È una combinazione delle due cose: in parte agricoltura, in parte pascolo”, spiega Toulmin.

Voci da ascoltare

Nel 2020 l’allora presidente del Niger Mahamadou Issoufou ha approvato un decreto per promuovere la “rigenerazione naturale gestita dagli agricoltori”, un metodo che consiste nel favorire la crescita degli alberelli che spuntano naturalmente nel campo, invece di estirparli come erbacce. A livello locale i contadini hanno notato che, anche se lasciar crescere gli alberi significa ridurre lo spazio per le coltivazioni, i rendimenti del sorgo e del miglio venuti su accanto a certi alberi sono migliori di quelli in un campo sgombro. Alberi come il gao e il baobab riparano dai raggi solari, stabilizzano e fertilizzano il suolo, e le loro foglie sono un ottimo foraggio per gli animali. L’idea è lasciare ai contadini la scelta degli alberi, afferma Hamed Tchibozo, responsabile dei progetti dell’ong cristiana World vision, che ha contribuito alla stesura del decreto. “Il coltivatore sa cosa vuole dal suo terreno: ha bisogno di legna per la casa, di mangime per gli animali o di rendere il campo più produttivo?”.

A volte, il modo migliore per proteggere il suolo desertico non ha niente a che vedere con gli alberi. Le praterie possono non sembrare rigogliose come una foresta, ma sanno immagazzinare altrettanto carbonio e resistere di più alla siccità, al calore e agli incendi. Geert Sterk, esperto di degrado del suolo e idrologia dell’università di Utrecht, nei Paesi Bassi, mi ha detto che il “greening”, le politiche d’inverdimento per proteggere l’ambiente, è relativo. “Mantenere la copertura arborea è importante, però non servono delle strisce di alberi”, ha detto. Dopo la siccità devastante degli anni ottanta, nel Sahel si è assistito a un aumento della vegetazione con il ritorno delle piogge. In ogni caso, dice Sterk, “non bisogna dimenticare che quella saheliana è una regione semiarida con terreni sabbiosi e rocciosi. Qualcuno potrebbe pensare che, migliorando le condizioni, si possano ottenere raccolti abbondanti. Ma io non credo”.

Molti progetti legati alla grande muraglia verde nel nord del Senegal sono falliti. Dal 2010 il paese fa i conti con l’impoverimento del suolo e lunghi periodi di siccità. I progetti di recupero dei terreni non funzionano quando sono imposti dall’alto, dichiara Serigne Segnane, tra i coordinatori del consiglio per la cooperazione rurale del governo senegalese. Oggi il processo decisionale è diventato più equilibrato: la riforma del codice forestale nel 2018 ha riconosciuto l’importanza degli usi locali, lasciando che siano le persone che usano la terra a decidere, per esempio, quale parte dev’essere lasciata a riposo e quale destinata al pascolo. “Lo sanno meglio dei tecnici”, dice Segnane, parlando delle comunità e delle organizzazioni locali. “Conoscono la realtà”.

In Burkina Faso, dopo anni di siccità, il terreno arido è stato rivitalizzato riprendendo un’antica tecnica chiamata zaï, che consiste nello scavare buche nel terreno per riempirle di compost organico durante la stagione secca, prima di piantare i semi. In questo modo si attirano le termiti che scavano nel terreno e creano delle fessure in cui si accumula l’acqua. Il pioniere di questo metodo, Yacouba Sawadogo, un agricoltore di Ouahigouya, nel nord del paese, ha vinto un premio internazionale per il suo lavoro ed è riuscito a piantare più di sessanta tipi di alberi, tra cui baobab, acacie e alberi da frutto. Nel Sahel, nel Maghreb e altrove, il metodo tradizionale di scavare dei fossati a forma di mezzaluna permette di raccogliere l’acqua e prevenire le inondazioni durante la stagione delle piogge.

La pastorizia è una caratteristica importante dell’economia saheliana: l’80 per cento delle famiglie che vivono nelle campagne dipende in buona parte dai propri animali, mentre i pastori stagionali contribuiscono in modo significativo al pil generato dall’agricoltura e alla fornitura di latte e carne in tutta la regione. Però spostarsi da un pascolo all’altro, a volte attraversando i confini degli stati, è diventato più difficile a causa dei conflitti, che a loro volta hanno aumentato la pressione sulle risorse naturali perché le persone sono costrette a concentrarsi in alcune zone. Le iniziative di sostegno a volte producono lo stesso effetto. Spiega Scoones: “Molti progetti che in teoria vorrebbero aiutare i pastori, come gli schemi di insediamento o la presenza di punti fissi in cui attingere l’acqua, in realtà causano degrado, perché concentrano gli animali in un solo luogo”.

Coltivazioni senz’acqua

A Rjim Maatoug l’economia locale è quasi totalmente dipendente dai datteri. Secondo i dati ufficiali, nel 2020 il villaggio ha prodotto più di ventiduemila tonnellate di datteri e solo ventuno tonnellate di altri tipi di frutta e alimenti.

I coltivatori di datteri possono guadagnarsi da vivere, ma gran parte del loro profitto finisce agli intermediari, che a volte insistono per fare accordi a giugno, quando è difficile stimare la quantità e la qualità del raccolto futuro. Il prezzo dei datteri lì è più basso rispetto ad altre parti della regione, a meno che non si abbiano i contatti giusti.

A causa dei conflitti è diventato più difficile spostarsi da un pascolo all’altro

Le famiglie hanno ancora cammelli, capre e pecore, ma qualche anno fa il comune ha vietato di far pascolare gli animali vicino al villaggio per proteggere la vegetazione. Khadija Ben Messaoud, una poeta che si è stabilita a Rjim Maatoug con i genitori quando era bambina, dice che la sua terra è stanca; sta cercando di ottenere un prestito dal governo per comprare degli animali per fertilizzarla. Una delle sue poesie recita: “L’ettaro lamenta il proprio destino / La palma lamenta i guai in arrivo”.

Di questi tempi gli agricoltori devono scavare sempre più in profondità per trovare l’acqua. Nel 1976 nel sud della Tunisia le piantagioni di palme da dattero si estendevano su poco più di diciassettemila ettari; nel 2020, la superficie coltivata era più che triplicata. La provincia di Ké­bili, dove si trova Rjim Maatoug, ha assistito a un aumento vertiginoso: da circa cinquemila a trentottomila ettari. Questo ha significato un’immensa pressione sulle due principali falde acquifere sotterranee. Secondo le stime dell’Osservatorio economico tunisino, il livello dell’acqua si sta abbassando a un ritmo compreso tra uno e 3,5 metri all’anno, e le falde si riempiono molto lentamente.

La direzione delle foreste ha due vivai a Kébili. Il più grande è delimitato da alti cipressi, che anneriscono sotto il duro sole del deserto, piantati lungo le strade e il perimetro della città per bloccare la sabbia. Il secondo vivaio è stato creato nel 2000 per le piante del deserto e della pastorizia. L’idea era recuperare specie locali come lo spartidium saharae, che è un buon foraggio e stabilizza la sabbia, ma è diventato più raro a causa della siccità e della raccolta di legna da ardere, senza contare che in passato era stato estirpato per far posto alle palme da dattero. Il vivaio per le piante locali è quasi vuoto: il suo pozzo è vecchio e si è prosciugato a causa di anni di siccità.

Dopo la rivoluzione del 2011, Abess, il responsabile regionale della direzione delle foreste, deve fare i conti con un nuovo ostacolo quando si tratta di piantare altri alberi: cittadini più impegnati e con idee diverse su come sfruttare il territorio. In passato lo stato poteva imporre la coltivazione di migliaia di ettari di terreno senza aver bisogno di consultare proprietari privati.

“Una volta potevamo piantare dove volevamo, lo stato era forte”, spiega Abess. “Ora le persone si oppongono”. Nel 2019 il governo ha cercato di acquisire un terreno a est di Rjim Maatoug per creare una “cintura verde” e impedire alla sabbia di invadere il villaggio. Il consiglio di gestione della terra non era d’accordo e ha redistribuito centinaia di nuovi appezzamenti di due ettari tra i figli maggiori di ogni famiglia della tribù Ghrib.

Ben Ammar non ha abbastanza acqua per le sue palme. I datteri di Rjim Maatoug sono noti per essere secchi. Ma gli esportatori hanno trasformato questa caratteristica in un vantaggio: i datteri secchi si mantengono bene nei viaggi sulle lunghe distanze, per esempio verso i mercati asiatici. Così la piantagione si espande ancora di più.

Il nipote di Ben Ammar, Eid, è tra quelli che hanno ottenuto uno dei nuovi appezzamenti di terreno. Coltivare datteri déglet nour è la sua unica opzione. “Avrò bisogno di un pozzo”, dice, “altrimenti non potrò fare altro che restare a guardare il mio campo vuoto”. ◆svb

Layli Foroudi è una giornalista e illustratrice che ha vissuto in Tunisia dal 2019 al 2022. Oggi è corrispondente dell’agenzia Reuters da Parigi.

Questo articolo è uscito sul numero 1480 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati